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5 giugno 2014

Lee Edelman all’Università di Verona

Università degli Studi di Verona – Lee Edelman ospite del centro di ricerca PolitesseQueer Negativity: anti-sociality, jouissance and the death drive

Lee Edelman

Lee Edelman

Appuntamento con Lee Edelman venerdì 6 giugno, alle 15.30, nella sala conferenze del Museo civico di Storia naturale. Per la prima volta in Italia, ospite del Centro di ricerca Politesse – Politiche e teorie della sessualità del dipartimento di Filosofia, Pedagogia, Psicologia, dell’università di Verona, nella conferenza “Queer Negativity: Anti-Sociality, Jouissance and the Death Drive” offrirà un’anticipazione del suo prossimo libro – che dal celebre film di Pedro Almodòvar prenderà il titolo “Bad Education”.

Lee Edelman chi è

Lee Edelman, professore di letteratura Inglese alla School of Arts and Sciences dell’università di Tufts, Massachusetts, è una delle voci più provocatorie e influenti della teoria queer statunitense, con il suo libro “No Future: Queer Theory and the Death Drive” ha suscitato un ampio dibattito internazionale sulle cosiddette teorie queer antisociali.

“Sono orgoglioso – spiega Lorenzo Bernini, ricercatore in Filosofia politica, responsabile scientifico di Politesse  e autore di “Apocalissi queer: Elementi di teoria antisociale” – che Lee Edelman abbia accettato l’invito del nostro centro di ricerca, e non vedo l’ora di ascoltare la sua conferenza, che – sono sicuro – parlerà anche all’Italia e dell’Italia. Infatti non soltanto in Uganda o in Russia, ma anche in Italia chi difende i diritti delle minoranze sessuali è accusato di impartire una “cattiva educazione”: lo dimostra il fatto che nei mesi scorsi la campagna educativa antidiscriminatoria promossa dall’Unar, Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali, in ottemperanza alle normative europee è stata bloccata. Per “teorie queer” si intende un ampio settore di studi teorici, letterari e culturali che interrogano il rapporto che intercorre tra sessualità e politica. In Italia si conosce per lo più la teoria della performatività di genere di Judith Butler, ma il dibattito statunitense è molto più ampio”.

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