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30 maggio 2010

Ho una laurea triennale, ed ora?

Passeggiando per i corridoi affollati della facoltà di Lettere della Sapienza di Roma ci si imbatte in diverse tipologie di ragazzi. C’è chi beve un caffè sul ballatoio in attesa dell’inizio della prossima lezione, chi si fuma una sigaretta seduto sulla scalinata riscaldata dal sole, chi semplicemente scambia quattro chiacchiere con i colleghi prima di tornarsene a casa. Tante anime, ma un unico sguardo, quello di chi si sente smarrito, di chi non riesce più a ricordare le reali motivazioni che lo hanno spinto ad iscriversi all’università. L’ottimismo non è di casa alla Sapienza.

La geniale formula del “3+2” introdotta dieci anni fa ha contribuito al dilagare della sfiducia tra i giovani nei confronti del sistema universitario. Si, perché nel nostro “bel paese” i politicanti dell’ ultim’ora sono forse più impegnati a presenziare gli innumerevoli programmi televisivi per fare delle riforme che per lo meno siano sensate.

Lo studente è solo un granello di sabbia smosso dalle acque turbinose di una burocrazia senza fine. Gli esami sono tanti, alcuni poco credibili, i libri costano, le tasse sempre più alte, e i servizi praticamente inesistenti. All’interno della città universitaria alcune aule mancano di sedie, molti bagni sono impraticabili e la gran parte degli edifici sono fatiscenti. Basterebbero pochi di questi aspetti per far spegnere la fiamma originariamente ardente nel cuore di un giovane entrato all’università con tanto ottimismo.

I ragazzi di oggi non chiedono molto, solo di essere trattati con dignità e rispetto, di essere sostenuti dallo Stato, di essere motivati. La passione è l’elemento che spinge l’essere umano ad andare avanti in un percorso che ha scelto di intraprendere con tanta passione. Il sistema burocratico lento ed inefficiente e la svogliatezza di molti docenti concorrono ad aumentare sempre più negli studenti la voglia di abbandonare, di arrivare al primo traguardo, la laurea triennale, e poi di cercare altrove la strada del proprio avvenire.

Ma anche completare il primo ciclo di studi non è facile. Professori che all’improvviso, senza nessun avvertimento, lasciano la cattedra, libri di testo introvabili, laboratori che senza ragione vengono interrotti, strutture che vengono evacuate per pericolo di crollo imminente. Studiare non è più l’unica preoccupazione dello studente quando non ha nemmeno più la certezza che ci saranno le condizioni favorevoli per sostenere gli esami.

Tra i ragazzi di oggi serpeggia sempre più l’idea, poi non così tanto priva di fondamento, che il sistema “3+2” sia stato introdotto per rallentare di proposito il percorso universitario dei giovani, che sono costretti così a passare un tempo più lungo del previsto all’interno delle mura della propria facoltà continuando a pagare le tasse, cosa che grava ancor di più su tutti quelli che devono badare all’affitto di casa perché fuori sede.

Lo studente si sente solo e perde fiducia nell’istituzione e di conseguenza è portato a cercare dei piccoli lavori che servano almeno a ripagare del denaro speso per i libri. C’è chi comincia a portare le pizze, chi segue corsi per diventare assistenti bagnanti e trovare in questo modo un’occupazione estiva, chi fa volantinaggio, chi lavora nelle gelaterie o nei ristoranti. Il rischio che queste però non siano solo occupazioni momentanee c’è e si fa sentire nel cuore dei giovani pesando come un macigno. Sempre più ci si chiede perché si stia studiando se un giorno si intraprenderà tutt’altra strada. Il futuro di chi spende il suo tempo sui libri è avvolto nella nebbia, e chi ha la disponibilità economica e può permetterselo vola via all’estero.

Una recente indagine ha rivelato che la riforma del ’99 non ha evitato il fuggi fuggi generale dall’università e sono ancora tanti i ragazzi che lasciano gli studi dopo i primi anni. Ma è dura scovare delle buone motivazioni tali da indurre uno studente a continuare dopo aver conseguito la laurea triennale. Si preferisce trovare altrove il giusto rispetto per la persona che manca all’università, dove si è solo dei numeri.

Se va bene, uno studente riesce a completare il suo cammino universitario a ventotto anni, se non di più. E dopo? Anni e anni di studio per poi non trovare un lavoro connesso con ciò che si è appreso. Ecco la paura più grande dei giovani che si rivolgono sempre più alla ricerca di lavori pratici. In Italia si sta tornando lentamente indietro di trent’anni, quando iscriversi all’università era un privilegio di pochi.

Forse diminuire le tasse universitarie e i costi dei libri aiuterebbe a ritrovare un po’ della fiducia ormai perduta, magari anche tornare ai quattro o cinque anni totali di studio invece del “3+2” che ha solo peggiorato una situazione già ai limiti del disastroso. L’Italia sarà anche il “bel paese”, ma appare ancora tanto lontano dall’essere un paese europeo, soprattutto per quanto riguarda l’università.

Gabriele di Grazia

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