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20 maggio 2010

“Non si può accettare”: il Filosofo Mario Tronti racconta il suo ultimo lavoro

L’Università degli Studi di Salerno, in collaborazione con il Dipartimento di Scienza Politiche e Sociali, lo scorso 18 maggio ha ospitato una delle più importanti personalità della filosofia contemporanea, Mario Tronti, considerato uno dei principali fondatori dell’Operaismo teorico degli anni sessanta.

L’incontro nasce in occasione della presentazione dell’ultimo lavoro del filosofo “Non si può più accettare”, edito da Ediesse.

All’incontro oltre all’autore, in un’aula gremita di studenti e docenti, erano presenti i Professori Adalgisio Amendola, Vittorio Dini, Domenico Fruncillo (docenti Unisa) e il Prof. Pasquale Serra (curatore dello stesso libro). A introdurre la presentazione, il Prof. Mauro Calise della Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli.

Il libro, attraverso una raccolta di “frammenti” di saggi il più delle volte restati in sordina, verte su un tema centrale, ovvero su una domanda chiave: “Senza capire la storia di ieri, senza aver compreso, metabolizzato e quindi superato il ‘900, come facciamo a determinare il che fare per la politica contemporanea?”.

È a ciò che l’autore cerca di dare risposta, attraverso la proposta di ricreare una “vera” politica fondata su una visione della storia e del proprio ruolo nella vicenda storica. Attraverso un acuto miscelare storia, politica, filosofia, Tronti, sottolinea l’esistenza di un “male oscuro” delle società contemporanee, l’antipolitica, che definisce “qualcosa di più che la reazione alla corruzione dei politici o al teatrino della politica. È una pulsione antropologicamente fondata sugli spiriti animali della società di massa. E accade che perfino certi movimenti di sviluppo generalmente positivi finisce che vengano catturati dentro questa onda dominante. Occorre tornare alla politica come visione generale e al recupero della sfera pubblica”.

Nel testo, inoltre, si sottolinea il tema della congiuntura, “quel tempo breve, la storia in atto, cioè il complesso delle condizioni determinate entro cui ti trovi ad agire, a volte provocate da precedenti livelli di soggettività, altre volte autoprodotte da meccanismi oggettivi di sistema”. Si tratta di uno stato di transizione, ciclico, di cambiamento, che si realizza in ogni contesto, in particolare nel mondo politico, ove però, il più delle volte, più che come una fase di trapasso è stata e soprattutto oggi, è vissuta come un punto in cui “sostare” a lungo termine, talvolta “facendo finta” di non percepirla nemmeno.

L’unico modo per uscire da questo stato di empasse chiamato congiuntura, è secondo l’autore, divincolarsene, recuperando la propria libertà. L’unico modo per realizzare ciò è raffinare il proprio punto di vista e tenersi ben saldo a esso. Avere dei valori, dei principi, degli interessi e delle aspettative, fattori fortemente collegati , soprattutto, al concetto di lavoro. Ma è proprio oggi che il lavoro si mostra con tutta la sua incapacità di realizzare l’individuo a più livelli, per la precarietà che lo connota, per il senso insoddisfazione che fornisce, o peggio per la sua assenza. Ed è qui che gioca il suo ruolo decisivo la maturazione di quel punto di vista saldo e sicuro, che diventa unico mezzo per sopravvivere in questa terra di confine, in questo stato di transizione semi-definitivo, in questa “congiuntura”.

Secondo l’autore viviamo in una condizione generale di “armonia prestabilita”, che non si mette in discussione proprio perché e vista come tale; crediamo di vivere nel progresso, nel mondo avanzato, quando in realtà siamo in piena fase di tramonto e di decadenza di cui nessuno ha consapevolezza. Viviamo in un mondo fatto di “omologati” e dell’idea fasulla di essere soggetti liberi. Ma liberi non siamo: al contrario, oggi più che mai, questo grande apparato sistemico ci rende schiavi o servi. Non ci resta che scegliere, dunque, tra due possibilità: continuare a servire liberamente o agire per trovare “nuovi mondi divisi” cui appartenere e cui ancorarsi sulla base dei propri e personali punti di vista.

Pasqualina Scalea

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