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6 giugno 2010

Il nuovo volto dell’università

Francesco Cracas, a soli 25 anni e non ancora laureato, lavora all’ufficio Amministrativo della Facoltà di Scienze Politiche all’Università degli Studi di Salerno. Decidere di raccontare la sua storia e inserirla nel discorso di ringiovanimento della dirigenza universitaria nazionale in un periodo storico e politico mortificante per i giovani, può aiutarci a capire le dinamiche di un sistema che fondamentalmente non funziona, ma che nelle sue eccezioni fa brillare qualche timida speranza.
L’intervista che oggi vi proponiamo è tesa a sviluppare le professionalità dell’Ateneo passando dalla concezione tradizionale di amministrazione del personale ad una moderna gestione delle risorse umane, con metodologie adeguate di comunicazione e di motivazione delle persone coerenti con le strategie e gli obiettivi generali dell’Ateneo.
L’intento è quello di procedere ad un notevole ringiovanimento della dirigenza attraverso una serie di concorsi, ad un cambio generazionale che identifichi le responsabilità e misuri le prestazioni sulla base dei risultati, costituendo una cabina di regia che supporti la direzione amministrativa.
Passare da un modello burocratico-centralista ad un modello regolativo-valutativo fondato sulla valutazione dei risultati dove i primi a dover dare l’esempio di impegno e di dedizione dovranno essere i dirigenti.

Quali sono le tue mansioni all’interno del tuo ufficio?

“Lavoro presso la presidenza di Scienze Politiche e principalmente mi occupo, di pratiche e di tutto ciò che riguarda il percorso di una carriera dello studente, dall’immatricolazione, passando per gli esami, fino ovviamente al conseguimento del titolo.
Inoltre mi occupo anche della valutazione della didattica per quanto riguarda la facoltà e poi di tante altre piccole mansioni che possono occorrere alla presidenza in caso magari di assenza di qualche collega o di qualsiasi altra emergenza”.

Prendendo spunto dalla tua esperienza, noi stiamo sviluppando e ampliando la tematica della positività e del profitto che un processo di ringiovanimento del personale amministrativo possa portare all’interno dell’ università, cosa potresti dirci riguardo all’argomento?

“Innanzitutto, posso dire qualcosa sul concetto di rinnovamento, di cambio, una sorta di cambio della guardia, poiché è già in atto una sorta di mutamento sociale dove quest’ultimo cambia in modo continuo e quindi per forza di cosa devono cambiare anche le strutture che lavorano per esso.
Dunque l’università deve ricevere per forza di cose un processo di ringiovanimento, dettato già dal fatto che oggi si ha a che fare con strumenti di comunicazione di diverso tipo come internet e che la tecnologia si è andata sempre più evolvendo. Ed è quindi per questo che un dipendente che ha i suoi 40 anni di servizio, magari di grande lavoro e di grande supporto per il mondo accademico, possa non essere più adatto alla situazione proprio per il fatto di non essere più al passo con i tempi.
Mi rendo conto che magari un dipendente un po’ più giovane possa essere un po’ più utile dal punto di vista tecnologico essendo più vicino alla realtà odierna e alle esigenze moderne.
Approfondendo il passaggio da un dipendente un po’ più anziano ad assumere un dipendente un po’ più giovane, voglio precisare che io ho a 25 anni e sono tuttora studente universitario non laureato. In tale posizione lavorativa sono con un piede dal lato dell’amministrazione e con l’altro dal lato degli studenti, perché m’immedesimo sia nel collega in ritardo in una scadenza, che è in difetto per qualche esame o altro procedimento amministrativo sia contemporaneamente sto dall’altra parte della barricata, quindi dal punto di vista dell’amministratore, quindi lavorativo.
Alla fine tendo ad interfacciarmi con l’utente, avendo però la sensibilità dello studente, quindi è diverso anche il modo di interfacciarsi dal punto di vista della relazione con il pubblico, ho una sorta di sensibilità che magari un altro dipendente non può avere”.

Cosa ti ha portato tutto questo?

“Questa esperienza mi ha aiutato personalmente anche crescere, a capire molte cose, mi ha insegnato a vivere, a riuscire ad interagire con le persone, sia adulte che studenti, quindi colleghi da tutti e due i punti di vista. Allo stesso tempo, però, mi ha fatto capire anche che un giovane con l’impegno, con la voglia e con la speranza può tranquillamente raggiungere i propri obiettivi anche davanti a scenari abbastanza crudi e non belli da vedere per quello che può essere lo sviluppo personale, dove chi va avanti di solito non ha la competenza.
Io non ritengo di avere la competenza in base a ciò che faccio, io dico solo che ho studiato e in base a ciò che ho studiato vado avanti. Le competenze le acquisisco ogni giorno e ogni giorno per me è un’esperienza in più”.

Poiché sei stato particolarmente esaustivo nelle risposte, volevo chiederti quindi, i giovani non devono abbandonare le loro speranze, ma in questo periodo di crisi, oltre al fatto di avere coraggio e di credere anche nella vincita di un concorso, non ti sembra strano che io oggi venga qui da te a fare un’intervista sul fatto che un giovane si faccia valere facendola passare come un’eccezione?

“Purtroppo è l’eccezione, ritornando al discorso di prima, è perché appunto ci sono questi ”pescecani” sociali, che non avendo le competenze, per poter ambire e affrontare un concorso per un posto pubblico, hanno bisogno di farsi aiutare da qualcuno.
Tutto ciò porta ad un avvilimento della persona, dove, per dire, un giovane, un quarantenne, cinquantenne, anche un anziano, chiunque, a qualsiasi livello di età, può notare questa cosa sgradevole di vedere le proprie competenze buttate giù e schiacciate da chi competenze non ne ha, ma per tramite di qualcuno o di qualcun altro, arriva magari a destinazione come detto prima ad un posto di lavoro, un posto pubblico, un qualsiasi gradino un po’ più alto della scala sociale”.

Oggi, considerando la tua giovane età, ti senti realizzato?

“A volte mi chiedo perché? Io potevo studiare, a quest’ora avevo 25 anni, mi divertivo come tutti i miei colleghi studenti giovani, potevo stare con loro, magari fare un po’ più tardi la sera, non avere il pensiero di andare a lavoro la mattina presto. Poi però riesco a trovare la mia soddisfazione quando vedo che uno studente viene qui e cerco di risolvergli il problema e quando noto che si è risolto e vedo che lo studente sorride ed è tranquillo e mi ringrazia assaporo quanto è bello il fatto di riuscire a rendere felice una persona semplicemente facendo il proprio lavoro”.

Guardando l’aspetto nazionale, governativo anche del periodo di crisi, come si può vedere, il futuro di questi giovani ragazzi, come li vedi e se ti aspetti qualcosa di positivo un domani per loro.

“Da come ho capito, un domani ormai non si presenta più, il domani và costruito giorno per giorno, quindi uno studente, laureato con 110 e lode molte volte può trovarsi a fare il disoccupato a discapito di un’altra persona, magari laureata con il minimo perché amico di o parente di.
Ma comunque prima o poi quella persona lì non starà bene, perché verranno fuori le magagne, cioè sarà visto dalle persone come un incompetente, allora ci sarà una sorta di, diciamo, vendetta sociale, dove le capacità del ragazzo del 110 e lode verranno fuori, però dovrà sempre farsi valere, non dovrà mai perdere la voce. Una persona che non parla è una persona muta e non la sente nessuno, una persona che parla può farsi sentire: sul giornale, per le radio, abbiamo tanti strumenti di comunicazione, possiamo comunicare in qualsiasi modo, basta fare gruppo.
100 laureati da 110 e lode possono fare più paura di 100 raccomandati, perché dietro questi 100 raccomandati ci vorrebbero 100 persone che li raccomandino, però il numero ha fatto sempre la forza, con una voce sola, grossa”.

Qualche altra considerazione o pensi di aver detto tutto?

“Se posso concludere con una sorta di appello agli studenti. Vedo spesso molti studenti allo sbando e non parlo della mia facoltà perché io cerco sempre di motivare i ragazzi. Quando entrano al primo anno li incoraggio a fare tutto come deve essere fatto, al massimo delle potenzialità.
Io consiglio ai ragazzi di studiare, di arrivare fino in fondo, di fare più di ciò che possano dare, avere una riserva perché avere qualcosa in più è sempre meglio che avere qualcosa in meno”.

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