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4 luglio 2010

Il Prof. Salvatore Casillo “tira le somme” del 3+2

Il nuovo ordinamento 3+2 sempre più nell’occhio del ciclone. Già la Corte dei Conti due mesi fa sottolineò i fattori critici di insuccesso di questo ordinamento. In questi giorni, lo stesso Ministro Gelmini ha dichiarato che è giunto il tempo di “prendere provvedimenti” rispetto a tale impostazione accademica.
Al Prof. Salvatore Casillo, docente ordinario di Sociologia Industriale e Direttore del Centro Studi sul Falso dell’Università degli Studi di Salerno, nonché scrittore del libro “Come ti erudisco il pupo”, Controcampus ha chiesto di esprimere il proprio punto di vista in merito.

Nel 2007 esce il suo libro attraverso cui anticipa le considerazioni che solo oggi, a distanza di 3 anni, la Corte dei conti ha “riproposto” sostenendo che la riforma universitaria del 3+2 “non ha prodotto i risultati attesi né in termini di aumento di laureati, né in termini di miglioramento dell’offerta formativa”. Cosa pensa sia cambiato dal suo libro ad oggi?

Il volume “Come ti erudisco il pupo. Rapporto sull’Università italiana”- alla cui stesura hanno collaborato anche i colleghi Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti – ricostruiva ed analizzava le principali dinamiche che avevano caratterizzato l’università nel triennio 2003/2004-2005/2006, dalla introduzione, pertanto, in tutti gli atenei, delle lauree triennali sino alla conclusione del primo ciclo di questa “innovazione” dell’organizzazione degli studi. La situazione che emergeva era quella di una istituzione fondamentale per un Paese civile,che già precedentemente non godeva di ottima salute,indotta in uno stato di agitazione e di delirio precomatoso da una serie di provvedimenti ministerialiche, spudoratamente,erano stati contrabbandati come una sua “Riforma”.

La folle idea di far scomparire gli iscritti fuori corso e di rendere più rapida la conclusione degli studi universitari dei nuovi immatricolati riducendo la durata dei corsi di studio a tre anni (perché così, proclamavano demagogicamente in molti, i neolaureati avrebbe potuto cominciare subito a lavorare in un sistema economico che -sic!-aveva urgente bisogno di loro); l’invenzione del sistema dei“CFU all’italiana”,il cui numero veniva misurato con il ricorso ad un bilancino mediante il quale venivano stabiliti opinabili rapporti tra ore di didattica in aula e ore di studio a casa (con l’annessa perversione di tentare di quantificare quest’ultimo anche attraverso il numero di pagine dei testi da studiare per gli esami);la prodigalità di quasi tutti gli atenei nel procedere al riconoscimento per alcuni immatricolati di CFU ad libitum basati sulle “esperienze” presumibilmente da essi acquisite sui loro posti di lavoro, che ha consentito, per qualche tempo, di rastrellare iscritti tra le fila dei già occupati, i quali, oltre a potersi- ipoteticamente- laureare con questa agevolazione abbastanza velocemente, portavano nelle casse delle università più fondi ministeriali e più introiti derivanti dalle loro tasse di iscrizione; la proliferazione di sedi distaccate e di succursali impiantate per soddisfare esigenze campanilistiche e di arruffianamento politico e per raschiare ancora un po’ il fondo del barile e raccattare più iscritti («c’è un’università sotto casa, quasi quasi mi iscrivo»);questi ed altri elementi ad essi connessi o da essi derivanti, hanno avuto un effetto simile a quello che si provocherebbe somministrando una qualche droga eccitante ad un soggetto gravemente ammalato.

La stupefacente mistura ha indotto, infatti,in un organismo esausto e provato, spasmi dolorosi e frenetici movimenti inconsulti,capaci, però, di creare l’illusione che l’infermo disponesse ancora di qualche forma di vitalità. In questo scenario, così come gli avvoltoi sono sempre pronti a calarsi non solo sui cadaveri ma anche su possibili prede inermi ed agonizzanti, ecco che la pseudo Riforma, da un lato, ha offerto l’opportunità ad avventurosi personaggi (imprenditori della conoscenza?) di trovarsi di fronte ad un mercato in cui fare un nuovo tipo di affari;ad un business incentrato sulla costituzione di nuove università private, sia con didattica tradizionale che telematica – baracche spesso prive di qualsiasi requisito, non solo di serietà ma anche di rispetto di quanto prescritto da una pur esistente e tollerante normativa -, capaci di far laureare in un lampo chiunque fosse disposto a pagare sostanziose tasse di iscrizione; dall’altro lato, sotto la copertura di un’altra trovata, quella di“ampliare l’offerta formativa”, pur di acchiappare iscritti, le varie Facoltà degli atenei statali si sono sbizzarrite nell’organizzare la “grande truffa delle nuove lauree”.

Sono sorti come funghi corsi di laurea dalle denominazioni apparentemente ultrainnovative e avveniristiche, nonché improbabili e risibili, che facevano intravvedere la possibilità, per i futuri laureati, di essere i primi in Italia a potersi fregiare dei titoli di dottori in quelle rare, uniche ed esclusive discipline.Truffe: dal momento che non ci si poteva e non ci si può laureare se non nell’ambito delle poco più che quaranta classi di laurea definite da vari decreti ministeriali, per cui, indipendentemente dalla denominazione data da una Facoltà ad una laurea da essa rilasciata, con il corredo di qualsiasi dizione, la laurea in questione non poteva e non può che appartenere ad una delle quarantacinque classi.

Oggi, a tre anni da “Come ti erudisco il pupo”, l’istituzione universitaria è clinicamente morta, anche se la certificazione dell’evento tarda ad essere stilata.
La spina è stata staccata dall’attuale superministro delle Finanze Giulio Tremonti, che non potendosi più esibire nella finanza creativa si dedica a quella maramaldica, e dal subministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che si proclama pronta a fustigare i responsabili di comportamenti biasimevoli ma anche a premiare e le buone pratiche. Già, fustigare i responsabili di comportamenti biasimevoli e premiare le buone pratiche, anche se tra le sue credenziali spicca il fatto che, nel 2001, per superare l’esame di avvocato, l’allora dottoressa in legge Maria Stella Gelmini, lombarda di nascita, residenza e studi, superò l’esame per l’esercizio della professione di avvocato in quel di Reggio Calabria, trasferendovi addirittura la sede del suo praticantato(altrimenti non avrebbe potuto sostenere la prova in quella città), all’epoca gratificata dal non esaltante titolo di avvocatificio d’Italia, dal momento che l’anno precedente aveva registrato un tasso di abilitazioni del 94%mentre, tre anni prima, su 2301 partecipanti al concorso ben 2295 (tutti meno 6) risultarono aver copiato.

Se, però,si dovesse mai poter istituire un giudizio per appurare le cause e le responsabilità del decesso di un soggetto – lo ribadisco – già male in arnese, come l’università italiana, al quale questa cosiddetta Riforma e quanto da essa è derivato hanno dato il colpo di grazia, i due ministri in carica non dovrebbero comparire da soli. Dovrebbero essere affiancati da coloro che hanno avuto la responsabilità del dicastero dell’istruzione accademica, quanto meno, dalla fine degli anni novanta: Luigi Berlinguer, Ortensio Zecchino, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti (da chiamarsi in causa tutti per manifesta negligenza ed imperizia professionale, più, alcuni tra loro, anche per qualche pastrocchio finalizzato ad aiutare gli“amici”) e Fabio Mussi (reo di inanità), nonché i due sottosegretari Luciano Guerzoni e Luciano Modica (da inquisire per aver fatto molte chiacchiere senza costrutto e qualche operazione di piccolo cabotaggio accademico) ed una nutrita schiera di vecchi e nuovi componenti della Conferenza dei Rettori.

La stessa analisi della Corte dei Conti ha evidenziato che il nuovo ciclo universitario ha, negli anni, soprattutto incrementato il numero dei corsi di laurea vertiginosamente. Oggi, al contrario, nella politica di riduzione delle spese per rispondere alla crisi, lo stesso governo si sta approssimando a disattivare ben 470 corsi di laurea. Cosa pensa di questa manovra, pensa sia effettivamente opportuna per il mondo accademico o sia solo giusta per le “tasche” dello Stato italiano?

La falsa ricchezza di “offerta formativa”,alla quale davano sembianza gli oltre quattromila corsi di laurea (tra quelli di primo e di secondo livello) spuntati d’un tratto in tutta Italia, è oggi sotto gli occhi di tutti (si vedano le recenti dichiarazioni finanche del ministro Gelmini)ma lo era,sin da subito, sotto quelli dei numerosi addetti ai lavori e abolirne ben più metà sarebbe un atto necessario, se pur tardivo. Non soltanto perché gli atenei sono sull’orlo della bancarotta economica e tenere in piedi tanti inutili e insensati corsi di studio, con quattro gatti iscritti, non è più possibile, ma per la stessa dignità culturale nazionale (posto che ancora esista qualcosa che possa essere così denominata).

La loro frenetica ed insulsa attivazione ha contribuito alla bancarotta del sapere dell’università italiana, con la messa in vendita, attraverso gran parte degli atenei, dell’illusione di chissà quali conoscenze essi fossero in grado di fornire ai propri iscritti e con lo spaccio di false rappresentazioni di immaginifiche possibilità di acquisire,mediante il conseguimento delle loro lauree ultrainnovative ed avveniristiche (ma anche improbabili e risibili), chissà quali professionalità e schiudere ai neodottori chissà quali opportunità lavorative.
Ho usato consapevolmente i termini vedere e spacciare, la cui adeguatezza può essere verificata attraverso tre semplici operazioni:
a) proviamo a rispondere a due banali domande: «Per quale ragione, qualche settimana prima degli esami di stato, frotte di professori universitari si recano a parlare nelle classi dei maturandi delle scuole superiori di tutta l’Italia?Cosa raccontano della “offerta formativa” di cui dispongono gli atenei nei quali essi insegnano?».
Ci sono altre risposte oltre a quella che suona pressappoco così: «Vanno a promuovere i prodotti delle loro ditte?» (cioè, fanno i piazzisti!);

b) diamo uno sguardo alle homepage dei siti internet delle varie università italiane e riflettiamo un momento su quali slogan o motti usano per presentarsi ai visitatori, soffermiamoci a leggere gli annunci a pagamento che gli atenei fanno apparire sulla stampa e pensiamo agli spot che quelli di loro che possono fanno trasmettere da grandi e piccole stazioni televisive. Sono inserzioni pubblicitarie vere e proprie,non molto dissimili, nei toni e nella confezione,da quelle che vengono usate per invogliare all’acquisto di un’automobile, di un deodorante o di un fissadentiere;
c) dedichiamo un po’ di attenzione a quanto viene scritto nelle “schede” dei singoli corsi di laurea di tutti gli atenei, che chiunque può consultare sul sito del MIUR – “Offerta formativa”. Leggendo il riquadro degli “obiettivi formativi specifici” non si ha, forse, l’impressione che chi si iscriverà a qualsivoglia corso di laurea riceverà un eccezionale bagaglio di competenze, dal cui possesso non potranno che scaturire straordinarie ed immediate opportunità lavorative, tra le quali,in futuro,il neodottore non avrà (stando, sempre a quanto riportato in moltissime schede) che l’imbarazzo della scelta?
Nel nostro codice penale c’è un articolo (il 640) che considera una condotta delittuosa quella di «chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altri danno». Mi sono chiesto varie volte se studenti o neo dottori,iscritti o laureati in qualche università impegnatasi in campagne promozionali come quelle a cui ho accennato, con corsi di studio, presentati sul sito del ministero, dotati di accattivanti e luminosi “obiettivi formativi”, possa ragionevolmente appellarsi all’appena citato articolo 640, una volta visti gli andazzi presenti nei propri corsi di laurea,oppure, una volta conseguiti i loro titoli(passepartout, o quasi) di dottori.

Secondo lei qual è l’effetto più perverso del ciclo 3+2 per quel che concerne gli studenti ma anche per il corpo docente?

Devo dire, innanzi tutto, che purtroppo risponde al vero che il livello medio di preparazione con il quale giungono all’università tantissimi giovani è molto più modesto di quello che era in possesso dei loro coetanei anche solo pochi anni fa. La tendenza è oramai di lunga data e sembra peggiorare sempre più nel tempo, ma nulla è stato pensato e posto in atto, in modo istituzionalizzato, dentro o a fianco alle università, per fare in modo che ad almeno alcune delle lacune più macroscopiche (la conoscenza della lingua italiana, ad esempio, o la storia) che la stragrande maggioranza degli immatricolati evidenzia si possa porre rimedio. D’altra parte, chi si iscrive all’università, dopo essere stato dichiarato maturo a seguito del superamento di un esame di stato, generalmente, vuole semplicemente entrare il più rapidamente possibile in possesso di quel pezzo di carta che lo proclama dottore, e poco o nulla gli importa della possibilità di “coltivare” se stesso, di apprendere realmente, di comprendere e non di imparare il minimo indispensabile per superare gli esami. Esami che, così come i corsi di insegnamento, sono spesso sempre più bignamizzati. È nata finanche una editoria specializzata nella produzione di libri per l’università che editori ed autori sfornano su misura del numero dei CFU per i quali essi potrebbero essere adottati.

Le lezioni sono sovente tenute dai docentiin modo da intrattenere un uditorio di livello medio basso e non costituiscono certo la maggioranza i professori che le approntano e le costruiscono almeno provando ad innalzare il livello di tale uditorio (una delle frasi ricorrenti nelle discussioni tra docenti: «Quando faccio lezione mi guardano come se non capissero quello che dico. Cosa devo fare?»). Lo scialo di slide utilizzate nelle lezioni di certi corsi, poi, se consente ai docenti che le sciorinano di non prepararsi più di tanto e di tirare avanti per anni leggendo le stitiche affermazioni e gli schemetti che di volta in volta proiettano sugli schermi delle aule(con la pretesa magari di svolgere una didattica che mette in campo anche tecnologie multimediali), allo stesso tempo, questa alluvione di slide che si rovescia addosso agli studenti costituisce, per molti di essi l’autorizzazione, a ritenere che di quelle discipline che vengono loro così presentate sia sufficiente memorizzare le frasette contenute nelle diapositive e ricordare le direzioni verso le quali sono dirette le freccette che collegano le varie parole contenute nelle scarne rappresentazioni grafiche.

Finalmente conseguito il titolo di primo livello, potendo tutti i neo dottori constatare che nessuno li attende all’uscita della seduta di laurea per offrire loro un lavoro, quasi tutti si immatricolano nuovamente per conquistare un titolo accademico di secondo livello e, agguantato anche questo, sia perché ancora una volta nessuno è lì fuori dell’aula che li aspetta impazientemente per assumerli, sia perché, finita la corsa all’acquisizione di lauree, molti,chiedendosi che cosa l’università ha dato loro e che cosa essi sono stati in grado di fare proprio finiscono con rispondersi con un «poco», si iscrivono ad un primo, poi ad un secondo e poi,magari, anche ad un terzo master. Preferibilmente (se le loro famiglie hanno la possibilità di spendere denaro) attivati presso università private,le quali, per lo più, furbescamente sbandierano negli elenchi dei loro sponsor i nominativi di questa o quell’impresa, il che induce non pochi a credere (sbagliando) di poter avere la possibilità,mediante quei master, di avere trovato una corsia preferenziale per essere presi in considerazione per un lavoro dalle imprese sponsorizzanti.

Non di rado, tra i docenti di questi master, oramai organizzati dagli atenei privati con logiche e ritmi produttivi da fare invidia ad Henry Ford, figurano anche molti professori delle università statali, nelle quali coloro che si iscrivono ai master spesso si sono laureati (che siano poi loro a tenere le lezioni è un altro discorso). Ma non c’è da meravigliarsi: gran parte delle università private annoverano tra i loro docenti professori il cui stipendio principale ed i cui contributi pensionistici provengono da università statali e che si accontentano di percepire da quelle non statali – che sgravate, grazie alla loro collaborazione, dai costi che dovrebbero sostenere per dotarsi di organici propri,possono fare concorrenza aperta proprio alle sedi di lavoro di questi gentili collaboratori esterni – soltanto dei modesti cadeaux.

Per tanti che li possiedono o che anelano a possederli, il denaro (tanto o poco che sia) ed il potere di tipo baronale (tanto o poco che sia)non olent.
Ciò detto, non posso omettere di aggiungere,però, che, per fortuna, nelle università statali vi sono ancora molti docenti che, nonostante tutto, fanno comunque il loro dovere, e non pochi anche più del loro dovere. Forse non si sono resi conto che “la loro università”non esiste più …

Lavoro e competitività internazionale: la formazione che garantisce l’universitaria italiana è in grado di infondere competenze e sviluppare capacità tali da consentire a un giovane di competere in Europa e nel mondo?

Da alcuni anni a questa parte è stata diffusa (da parte di governi,aziende, associazioni imprenditoriali e di taluni organismi economici internazionali) una rappresentazione dell’università come di un superistituto di formazione professionale, finalizzato alla preparazione di personale di cui il sistema produttivo può o potrebbe avere bisogno. Un sistema produttivo – sembra, però, che di ciò non si tenga conto – nel quale negli ultimi decenni i cambiamenti sono divenuti così repentini ed imprevedibili, le opportunità e le minacce così imperscrutabili ed inusitate che le imprese, i governi e le stesse organizzazioni economiche internazionali non appaiono grado di approntare che strategie di breve e di brevissimo termine. In un contesto di questa natura, ritenere l’università un luogo in cui formare futuri lavoratori, sia pure iperqualificati, che appena laureati possano essere messi a svolgere questa o quella attività,rispondendo pienamente ed a costo zero ai desiderata di coloro che si avvarranno del loro lavoro non si sa per quanto tempo,è quanto meno incosciente.

Tutto ad un tratto, sia questa che quella attività potranno non esserci più o dovranno essere svolte con modalità completamente diverse da quelle precedenti, non richiedendo quelle competenze professionali che fino a poco prima apparivano indispensabili. Nuove possibili attività potranno prospettarsi all’improvviso, anche se sui loro reali potenziali di espansione o solo di consolidamento sarà sempre più difficile fare previsioni non illusorie (che cosa è rimasto dei pronosticati fasti della new economy? e della “rivoluzione” del telelavoro?).
L’università dovrebbe definire la propria identità di istituzione sui mutevoli bisogni di capitale umano di un sistema produttivo dominato dalla instabilità e da precipitose e continue trasformazioni? Adeguarsi di volta in volta alle bizzarrie del mercato? Una istituzione di formazione così concepita (ammesso e non concesso che sia possibile approntarla) sarebbe appena un simulacro di quella che oggi appare un tormentato cadavere e non sarebbe giusto neppure chiamarla università, non soltanto per rispetto verso quello che ha rappresentato, almeno fino ad un non troppo remoto passato, la defunta, ma anche per una chiarezza dovuta a chi opererà in un tal genere di struttura ed a chi pagherà le tasse per frequentarla.

Pur con tutti i dubbi che essa possa essere messa per davvero in piedi e non risultare sin dal primo istante un fallimento, probabilmente la denominazione più adatta che le si potrebbe dare sarebbe, tutt’al più, quella di “Centro per l’avviamento al lavoro”.
Se mai, invece, dovesse avvenire il miracolo e l’università che abbiamo oggi di fronte in forma cadaverica, a dispetto delle apparenze, non fosse del tutto morta, e qualcuno, per avventura, volesse tentare di portarla a nuova e diversa condizione vita, tra le numerose battaglie che lo attenderanno – con l’aria che tira, tutte, sulla carta,ipotecate da esiti sfavorevoli – certamente una delle più difficili sarà quella di far comprendere che il ruolo di questa istituzione è semplicemente quello di produrre e di diffondere conoscenza. Un tipo di conoscenza, però, che non si esaurisce nel sapere qualcosa e nel saper fare qualcosa, ma che consiste nel sapere come sapere qualcosa e nel sapere come saper fare qualcosa. Solo l’istituzione che avrà questa specificità potrà fregiarsi a pieno titolo della denominazione di Università e quei giovani che avranno la possibilità di frequentarla potranno competere ovunque e con chiunque.

Pasqualina Scalea

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