Il Prof. Salvatore Casillo “tira le somme” del 3+2

Redazione Controcampus 4 Luglio 2010

Il nuovo ordinamento 3+2 sempre più nell’occhio del ciclone.

Già la Corte dei Conti due mesi fa sottolineò i fattori critici di insuccesso di questo ordinamento. In questi giorni, lo stesso Ministro Gelmini ha dichiarato che è giunto il tempo di “prendere provvedimenti” rispetto a tale impostazione accademica.
Al Prof. Salvatore Casillo, docente ordinario di Sociologia Industriale e Direttore del Centro Studi sul Falso dell’Università degli Studi di Salerno, nonché scrittore del libro “Come ti erudisco il pupo”, Controcampus ha chiesto di esprimere il proprio punto di vista in merito.

Nel 2007 esce il suo libro attraverso cui anticipa le considerazioni che solo oggi, a distanza di 3 anni, la Corte dei conti ha “riproposto” sostenendo che la riforma universitaria del 3+2 “non ha prodotto i risultati attesi né in termini di aumento di laureati, né in termini di miglioramento dell’offerta formativa”. Cosa pensa sia cambiato dal suo libro ad oggi?

Il volume “Come ti erudisco il pupo. Rapporto sull’Università italiana”- alla cui stesura hanno collaborato anche i colleghi Sabato Aliberti e Vincenzo Moretti – ricostruiva ed analizzava le principali dinamiche che avevano caratterizzato l’università nel triennio 2003/2004-2005/2006, dalla introduzione, pertanto, in tutti gli atenei, delle lauree triennali sino alla conclusione del primo ciclo di questa “innovazione” dell’organizzazione degli studi. La situazione che emergeva era quella di una istituzione fondamentale per un Paese civile,che già precedentemente non godeva di ottima salute,indotta in uno stato di agitazione e di delirio precomatoso da una serie di provvedimenti ministerialiche, spudoratamente,erano stati contrabbandati come una sua “Riforma”.

La folle idea di far scomparire gli iscritti fuori corso e di rendere più rapida la conclusione degli studi universitari dei nuovi immatricolati riducendo la durata dei corsi di studio a tre anni (perché così, proclamavano demagogicamente in molti, i neolaureati avrebbe potuto cominciare subito a lavorare in un sistema economico che -sic!-aveva urgente bisogno di loro); l’invenzione del sistema dei“CFU all’italiana”,il cui numero veniva misurato con il ricorso ad un bilancino mediante il quale venivano stabiliti opinabili rapporti tra ore di didattica in aula e ore di studio a casa (con l’annessa perversione di tentare di quantificare quest’ultimo anche attraverso il numero di pagine dei testi da studiare per gli esami);la prodigalità di quasi tutti gli atenei nel procedere al riconoscimento per alcuni immatricolati di CFU ad libitum basati sulle “esperienze” presumibilmente da essi acquisite sui loro posti di lavoro, che ha consentito, per qualche tempo, di rastrellare iscritti tra le fila dei già occupati, i quali, oltre a potersi- ipoteticamente- laureare con questa agevolazione abbastanza velocemente, portavano nelle casse delle università più fondi ministeriali e più introiti derivanti dalle loro tasse di iscrizione; la proliferazione di sedi distaccate e di succursali impiantate per soddisfare esigenze campanilistiche e di arruffianamento politico e per raschiare ancora un po’ il fondo del barile e raccattare più iscritti («c’è un’università sotto casa, quasi quasi mi iscrivo»);questi ed altri elementi ad essi connessi o da essi derivanti, hanno avuto un effetto simile a quello che si provocherebbe somministrando una qualche droga eccitante ad un soggetto gravemente ammalato.

La stupefacente mistura ha indotto, infatti,in un organismo esausto e provato, spasmi dolorosi e frenetici movimenti inconsulti,capaci, però, di creare l’illusione che l’infermo disponesse ancora di qualche forma di vitalità. In questo scenario, così come gli avvoltoi sono sempre pronti a calarsi non solo sui cadaveri ma anche su possibili prede inermi ed agonizzanti, ecco che la pseudo Riforma, da un lato, ha offerto l’opportunità ad avventurosi personaggi (imprenditori della conoscenza?) di trovarsi di fronte ad un mercato in cui fare un nuovo tipo di affari;ad un business incentrato sulla costituzione di nuove università private, sia con didattica tradizionale che telematica – baracche spesso prive di qualsiasi requisito, non solo di serietà ma anche di rispetto di quanto prescritto da una pur esistente e tollerante normativa -, capaci di far laureare in un lampo chiunque fosse disposto a pagare sostanziose tasse di iscrizione; dall’altro lato, sotto la copertura di un’altra trovata, quella di“ampliare l’offerta formativa”, pur di acchiappare iscritti, le varie Facoltà degli atenei statali si sono sbizzarrite nell’organizzare la “grande truffa delle nuove lauree”.

Sono sorti come funghi corsi di laurea dalle denominazioni apparentemente ultrainnovative e avveniristiche, nonché improbabili e risibili, che facevano intravvedere la possibilità, per i futuri laureati, di essere i primi in Italia a potersi fregiare dei titoli di dottori in quelle rare, uniche ed esclusive discipline.Truffe: dal momento che non ci si poteva e non ci si può laureare se non nell’ambito delle poco più che quaranta classi di laurea definite da vari decreti ministeriali, per cui, indipendentemente dalla denominazione data da una Facoltà ad una laurea da essa rilasciata, con il corredo di qualsiasi dizione, la laurea in questione non poteva e non può che appartenere ad una delle quarantacinque classi.

Oggi, a tre anni da “Come ti erudisco il pupo”, l’istituzione universitaria è clinicamente morta, anche se la certificazione dell’evento tarda ad essere stilata.
La spina è stata staccata dall’attuale superministro delle Finanze Giulio Tremonti, che non potendosi più esibire nella finanza creativa si dedica a quella maramaldica, e dal subministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che si proclama pronta a fustigare i responsabili di comportamenti biasimevoli ma anche a premiare e le buone pratiche. Già, fustigare i responsabili di comportamenti biasimevoli e premiare le buone pratiche, anche se tra le sue credenziali spicca il fatto che, nel 2001, per superare l’esame di avvocato, l’allora dottoressa in legge Maria Stella Gelmini, lombarda di nascita, residenza e studi, superò l’esame per l’esercizio della professione di avvocato in quel di Reggio Calabria, trasferendovi addirittura la sede del suo praticantato(altrimenti non avrebbe potuto sostenere la prova in quella città), all’epoca gratificata dal non esaltante titolo di avvocatificio d’Italia, dal momento che l’anno precedente aveva registrato un tasso di abilitazioni del 94%mentre, tre anni prima, su 2301 partecipanti al concorso ben 2295 (tutti meno 6) risultarono aver copiato.

Se, però,si dovesse mai poter istituire un giudizio per appurare le cause e le responsabilità del decesso di un soggetto – lo ribadisco – già male in arnese, come l’università italiana, al quale questa cosiddetta Riforma e quanto da essa è derivato hanno dato il colpo di grazia, i due ministri in carica non dovrebbero comparire da soli. Dovrebbero essere affiancati da coloro che hanno avuto la responsabilità del dicastero dell’istruzione accademica, quanto meno, dalla fine degli anni novanta: Luigi Berlinguer, Ortensio Zecchino, Letizia Brichetto Arnaboldi Moratti (da chiamarsi in causa tutti per manifesta negligenza ed imperizia professionale, più, alcuni tra loro, anche per qualche pastrocchio finalizzato ad aiutare gli“amici”) e Fabio Mussi (reo di inanità), nonché i due sottosegretari Luciano Guerzoni e Luciano Modica (da inquisire per aver fatto molte chiacchiere senza costrutto e qualche operazione di piccolo cabotaggio accademico) ed una nutrita schiera di vecchi e nuovi componenti della Conferenza dei Rettori.

La stessa analisi della Corte dei Conti ha evidenziato che il nuovo ciclo universitario ha, negli anni, soprattutto incrementato il numero dei corsi di laurea vertiginosamente. Oggi, al contrario, nella politica di riduzione delle spese per rispondere alla crisi, lo stesso governo si sta approssimando a disattivare ben 470 corsi di laurea. Cosa pensa di questa manovra, pensa sia effettivamente opportuna per il mondo accademico o sia solo giusta per le “tasche” dello Stato italiano?

La falsa ricchezza di “offerta formativa”,alla quale davano sembianza gli oltre quattromila corsi di laurea (tra quelli di primo e di secondo livello) spuntati d’un tratto in tutta Italia, è oggi sotto gli occhi di tutti (si vedano le recenti dichiarazioni finanche del ministro Gelmini)ma lo era,sin da subito, sotto quelli dei numerosi addetti ai lavori e abolirne ben più metà sarebbe un atto necessario, se pur tardivo. Non soltanto perché gli atenei sono sull’orlo della bancarotta economica e tenere in piedi tanti inutili e insensati corsi di studio, con quattro gatti iscritti, non è più possibile, ma per la stessa dignità culturale nazionale (posto che ancora esista qualcosa che possa essere così denominata).

La loro frenetica ed insulsa attivazione ha contribuito alla bancarotta del sapere dell’università italiana, con la messa in vendita, attraverso gran parte degli atenei, dell’illusione di chissà quali conoscenze essi fossero in grado di fornire ai propri iscritti e con lo spaccio di false rappresentazioni di immaginifiche possibilità di acquisire,mediante il conseguimento delle loro lauree ultrainnovative ed avveniristiche (ma anche improbabili e risibili), chissà quali professionalità e schiudere ai neodottori chissà quali opportunità lavorative.
Ho usato consapevolmente i termini vedere e spacciare, la cui adeguatezza può essere verificata attraverso tre semplici operazioni:
a) proviamo a rispondere a due banali domande: «Per quale ragione, qualche settimana prima degli esami di stato, frotte di professori universitari si recano a parlare nelle classi dei maturandi delle scuole superiori di tutta l’Italia?Cosa raccontano della “offerta formativa” di cui dispongono gli atenei nei quali essi insegnano?».
Ci sono altre risposte oltre a quella che suona pressappoco così: «Vanno a promuovere i prodotti delle loro ditte?» (cioè, fanno i piazzisti!);

b) diamo uno sguardo alle homepage dei siti internet delle varie università italiane e riflettiamo un momento su quali slogan o motti usano per presentarsi ai visitatori, soffermiamoci a leggere gli annunci a pagamento che gli atenei fanno apparire sulla stampa e pensiamo agli spot che quelli di loro che possono fanno trasmettere da grandi e piccole stazioni televisive. Sono inserzioni pubblicitarie vere e proprie,non molto dissimili, nei toni e nella confezione,da quelle che vengono usate per invogliare all’acquisto di un’automobile, di un deodorante o di un fissadentiere;
c) dedichiamo un po’ di attenzione a quanto viene scritto nelle “schede” dei singoli corsi di laurea di tutti gli atenei, che chiunque può consultare sul sito del MIUR – “Offerta formativa”. Leggendo il riquadro degli “obiettivi formativi specifici” non si ha, forse, l’impressione che chi si iscriverà a qualsivoglia corso di laurea riceverà un eccezionale bagaglio di competenze, dal cui possesso non potranno che scaturire straordinarie ed immediate opportunità lavorative, tra le quali,in futuro,il neodottore non avrà (stando, sempre a quanto riportato in moltissime schede) che l’imbarazzo della scelta?
Nel nostro codice penale c’è un articolo (il 640) che considera una condotta delittuosa quella di «chiunque, con artifizi o raggiri, inducendo taluno in errore, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altri danno». Mi sono chiesto varie volte se studenti o neo dottori,iscritti o laureati in qualche università impegnatasi in campagne promozionali come quelle a cui ho accennato, con corsi di studio, presentati sul sito del ministero, dotati di accattivanti e luminosi “obiettivi formativi”, possa ragionevolmente appellarsi all’appena citato articolo 640, una volta visti gli andazzi presenti nei propri corsi di laurea,oppure, una volta conseguiti i loro titoli(passepartout, o quasi) di dottori.

Secondo lei qual è l’effetto più perverso del ciclo 3+2 per quel che concerne gli studenti ma anche per il corpo docente?

Devo dire, innanzi tutto, che purtroppo risponde al vero che il livello medio di preparazione con il quale giungono all’università tantissimi giovani è molto più modesto di quello che era in possesso dei loro coetanei anche solo pochi anni fa. La tendenza è oramai di lunga data e sembra peggiorare sempre più nel tempo, ma nulla è stato pensato e posto in atto, in modo istituzionalizzato, dentro o a fianco alle università, per fare in modo che ad almeno alcune delle lacune più macroscopiche (la conoscenza della lingua italiana, ad esempio, o la storia) che la stragrande maggioranza degli immatricolati evidenzia si possa porre rimedio. D’altra parte, chi si iscrive all’università, dopo essere stato dichiarato maturo a seguito del superamento di un esame di stato, generalmente, vuole semplicemente entrare il più rapidamente possibile in possesso di quel pezzo di carta che lo proclama dottore, e poco o nulla gli importa della possibilità di “coltivare” se stesso, di apprendere realmente, di comprendere e non di imparare il minimo indispensabile per superare gli esami. Esami che, così come i corsi di insegnamento, sono spesso sempre più bignamizzati. È nata finanche una editoria specializzata nella produzione di libri per l’università che editori ed autori sfornano su misura del numero dei CFU per i quali essi potrebbero essere adottati.

Le lezioni sono sovente tenute dai docentiin modo da intrattenere un uditorio di livello medio basso e non costituiscono certo la maggioranza i professori che le approntano e le costruiscono almeno provando ad innalzare il livello di tale uditorio (una delle frasi ricorrenti nelle discussioni tra docenti: «Quando faccio lezione mi guardano come se non capissero quello che dico. Cosa devo fare?»). Lo scialo di slide utilizzate nelle lezioni di certi corsi, poi, se consente ai docenti che le sciorinano di non prepararsi più di tanto e di tirare avanti per anni leggendo le stitiche affermazioni e gli schemetti che di volta in volta proiettano sugli schermi delle aule(con la pretesa magari di svolgere una didattica che mette in campo anche tecnologie multimediali), allo stesso tempo, questa alluvione di slide che si rovescia addosso agli studenti costituisce, per molti di essi l’autorizzazione, a ritenere che di quelle discipline che vengono loro così presentate sia sufficiente memorizzare le frasette contenute nelle diapositive e ricordare le direzioni verso le quali sono dirette le freccette che collegano le varie parole contenute nelle scarne rappresentazioni grafiche.

Finalmente conseguito il titolo di primo livello, potendo tutti i neo dottori constatare che nessuno li attende all’uscita della seduta di laurea per offrire loro un lavoro, quasi tutti si immatricolano nuovamente per conquistare un titolo accademico di secondo livello e, agguantato anche questo, sia perché ancora una volta nessuno è lì fuori dell’aula che li aspetta impazientemente per assumerli, sia perché, finita la corsa all’acquisizione di lauree, molti,chiedendosi che cosa l’università ha dato loro e che cosa essi sono stati in grado di fare proprio finiscono con rispondersi con un «poco», si iscrivono ad un primo, poi ad un secondo e poi,magari, anche ad un terzo master. Preferibilmente (se le loro famiglie hanno la possibilità di spendere denaro) attivati presso università private,le quali, per lo più, furbescamente sbandierano negli elenchi dei loro sponsor i nominativi di questa o quell’impresa, il che induce non pochi a credere (sbagliando) di poter avere la possibilità,mediante quei master, di avere trovato una corsia preferenziale per essere presi in considerazione per un lavoro dalle imprese sponsorizzanti.

Non di rado, tra i docenti di questi master, oramai organizzati dagli atenei privati con logiche e ritmi produttivi da fare invidia ad Henry Ford, figurano anche molti professori delle università statali, nelle quali coloro che si iscrivono ai master spesso si sono laureati (che siano poi loro a tenere le lezioni è un altro discorso). Ma non c’è da meravigliarsi: gran parte delle università private annoverano tra i loro docenti professori il cui stipendio principale ed i cui contributi pensionistici provengono da università statali e che si accontentano di percepire da quelle non statali – che sgravate, grazie alla loro collaborazione, dai costi che dovrebbero sostenere per dotarsi di organici propri,possono fare concorrenza aperta proprio alle sedi di lavoro di questi gentili collaboratori esterni – soltanto dei modesti cadeaux.

Per tanti che li possiedono o che anelano a possederli, il denaro (tanto o poco che sia) ed il potere di tipo baronale (tanto o poco che sia)non olent.
Ciò detto, non posso omettere di aggiungere,però, che, per fortuna, nelle università statali vi sono ancora molti docenti che, nonostante tutto, fanno comunque il loro dovere, e non pochi anche più del loro dovere. Forse non si sono resi conto che “la loro università”non esiste più …

Lavoro e competitività internazionale: la formazione che garantisce l’universitaria italiana è in grado di infondere competenze e sviluppare capacità tali da consentire a un giovane di competere in Europa e nel mondo?

Da alcuni anni a questa parte è stata diffusa (da parte di governi,aziende, associazioni imprenditoriali e di taluni organismi economici internazionali) una rappresentazione dell’università come di un superistituto di formazione professionale, finalizzato alla preparazione di personale di cui il sistema produttivo può o potrebbe avere bisogno. Un sistema produttivo – sembra, però, che di ciò non si tenga conto – nel quale negli ultimi decenni i cambiamenti sono divenuti così repentini ed imprevedibili, le opportunità e le minacce così imperscrutabili ed inusitate che le imprese, i governi e le stesse organizzazioni economiche internazionali non appaiono grado di approntare che strategie di breve e di brevissimo termine. In un contesto di questa natura, ritenere l’università un luogo in cui formare futuri lavoratori, sia pure iperqualificati, che appena laureati possano essere messi a svolgere questa o quella attività,rispondendo pienamente ed a costo zero ai desiderata di coloro che si avvarranno del loro lavoro non si sa per quanto tempo,è quanto meno incosciente.

Tutto ad un tratto, sia questa che quella attività potranno non esserci più o dovranno essere svolte con modalità completamente diverse da quelle precedenti, non richiedendo quelle competenze professionali che fino a poco prima apparivano indispensabili. Nuove possibili attività potranno prospettarsi all’improvviso, anche se sui loro reali potenziali di espansione o solo di consolidamento sarà sempre più difficile fare previsioni non illusorie (che cosa è rimasto dei pronosticati fasti della new economy? e della “rivoluzione” del telelavoro?).
L’università dovrebbe definire la propria identità di istituzione sui mutevoli bisogni di capitale umano di un sistema produttivo dominato dalla instabilità e da precipitose e continue trasformazioni? Adeguarsi di volta in volta alle bizzarrie del mercato? Una istituzione di formazione così concepita (ammesso e non concesso che sia possibile approntarla) sarebbe appena un simulacro di quella che oggi appare un tormentato cadavere e non sarebbe giusto neppure chiamarla università, non soltanto per rispetto verso quello che ha rappresentato, almeno fino ad un non troppo remoto passato, la defunta, ma anche per una chiarezza dovuta a chi opererà in un tal genere di struttura ed a chi pagherà le tasse per frequentarla.

Pur con tutti i dubbi che essa possa essere messa per davvero in piedi e non risultare sin dal primo istante un fallimento, probabilmente la denominazione più adatta che le si potrebbe dare sarebbe, tutt’al più, quella di “Centro per l’avviamento al lavoro”.
Se mai, invece, dovesse avvenire il miracolo e l’università che abbiamo oggi di fronte in forma cadaverica, a dispetto delle apparenze, non fosse del tutto morta, e qualcuno, per avventura, volesse tentare di portarla a nuova e diversa condizione vita, tra le numerose battaglie che lo attenderanno – con l’aria che tira, tutte, sulla carta,ipotecate da esiti sfavorevoli – certamente una delle più difficili sarà quella di far comprendere che il ruolo di questa istituzione è semplicemente quello di produrre e di diffondere conoscenza. Un tipo di conoscenza, però, che non si esaurisce nel sapere qualcosa e nel saper fare qualcosa, ma che consiste nel sapere come sapere qualcosa e nel sapere come saper fare qualcosa. Solo l’istituzione che avrà questa specificità potrà fregiarsi a pieno titolo della denominazione di Università e quei giovani che avranno la possibilità di frequentarla potranno competere ovunque e con chiunque.

Pasqualina Scalea

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La StoriaControcampus è un periodico d’informazione universitaria, tra i primi per diffusione.Ha la sua sede principale a Salerno e molte altri sedi presso i principali atenei italiani.Una rivista con la denominazione Controcampus, fondata dal ventitreenne Mario Di Stasi nel 2001, fu pubblicata per la prima volta nel Ottobre 2001 con un numero 0. Il giornale nei primi anni di attività non riuscì a mantenere una costanza di pubblicazione. Nel 2002, raggiunta una minima possibilità economica, venne registrato al Tribunale di Salerno. Nel Settembre del 2004 ne seguì la registrazione ed integrazione della testata www.controcampus.it. Dalle origini al 2004Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero.Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore.Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi:Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e FilosofiaIl giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno.Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure.Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10.Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze.Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50.Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta.Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali.Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp.È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia.Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze.La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono:Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitariaCominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo.Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggiNel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale.Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico.Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali.Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università.Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza.Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria.Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto