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27 luglio 2010

Università degli studi di Verona: Telethon investe nella ricerca scientifica

Telethon premia la ricerca veronese. L’università di Verona è tra i sette centri di ricerca veneti che saranno finanziati dalla fondazione complessivamente con 900 mila euro. Il progetto dell’ateneo scaligero è multicentrico e riguarda l’iperossaluria primaria di tipo I, malattia genetica dovuta alla deficienza di un enzima epatico e determina la deposizione di cristalli di ossalato di calcio in tutto il corpo. Finanziato il progetto sulla malattia genetica “iperossaluria primaria di tipo I”

I partecipanti al progetto sono due dei più qualificati gruppi di ricerca sullo studio della Ph1 con un’esperienza a lungo termine sia nella ricerca di base che clinica. Il gruppo scaligero è coordinato da Carla Voltattorni, professore ordinario di Chimica biologica della Facoltà di Medicina e Chirurgia, afferente al Dipartimento di Scienze della Vita e della Riproduzione diretto da Pier Franco Pignatti ed è composto da Barbara Cellini, Riccardo Montioli, Giovanni Gotte, Antonio Lorenzetto, Elisa Oppici e Silvia Bianconi.

“La qualità della ricerca scientifica sostenuta da Telethon attraverso rigorosi sistemi di valutazione della qualità dei progetti – commenta il Rettore Alessandro Mazzucco – è tale da garantire degli investimenti estremamente selettivi su iniziative di grande importanza. Per questa ragione l’ateneo da tempo si è fatto portavoce al Ministero dell’Università di una forte richiesta di includere progetti di ricerca finanziati da Telethon tra gli indicatori di performance scientifica. Questo finanziamento rappresenta l’ennesima conferma che anche questa università riesce a contribuire in modo qualificante allo sviluppo della conoscenza scientifica a livello internazionale”.

Ad oggi le uniche due possibilità di cura sono la terapia con piridossina, che è efficace solo nel 10-30% dei pazienti, e il trapianto di fegato, una procedura piuttosto invasiva e problematica. Lo scopo della ricerca è lo studio a livello molecolare dei meccanismi con cui mutazioni a carico del gene Agxt portano ad Iperossaluria primaria di tipo I allo scopo di prevedere la possibile risposta dei pazienti alle terapie tuttora disponibili e sviluppare nuovi approcci terapeutici. “Tale finanziamento ha per il nostro gruppo un’importanza notevole – spiegano i ricercatori – soprattutto considerando il momento di crisi economica nel quale ci troviamo e che si ripercuote anche nella carenza di finanziamenti alla ricerca. Esso ci permetterà non solo di acquisire nuove attrezzature scientifiche, ma ci fornirà anche le risorse finanziarie necessarie per la retribuzione di un ricercatore che si dedicherà a tempo pieno al progetto”.

Che cos’è l’Iperossularia primaria di tipo 1. L’Iperossularia primaria di tipo 1 è un raro disordine metabolico monogeneico, cioè dovuto a un difetto di un singolo. Pertanto tale patologia è perfettamente contemplata nella mission di Telethon. La ricerca punta al miglioramento della gestione clinica di pazienti affetti da Ph1 come pure allo sviluppo di nuove strategie alternative al trapianto di fegato. L’iperossaluria primaria di Tipo I è una malattia genetica rara la cui incidenza media in Europa è pari a 0.12-0.15 per milione di persone per anno. La malattia è caratterizzata dalla progressiva formazione e deposizione di cristalli di ossalato di calcio dapprima nei reni e nel tratto urinario e poi, in assenza di un adeguato trattamento, in tutto l’organismo. La causa della malattia è la deficienza di un enzima epatico, l’alanina:gliossilato aminotransferasi, che converte il precursore dell’ossalato, il gliossilato, in glicina e quindi impedisce la formazione dei cristalli di ossalato di calcio.

Nuove prospettive. Fino ad oggi sono state identificate più di 150 mutazioni genetiche che portano ad Iperossaluria Primaria di Tipo 1 con meccanismi molto diversi fra loro.Gli approcci terapeutici tuttora disponibili sono la terapia con piridossina, che è efficace sono nel 10-30% dei pazienti, o il trapianto di fegato, una procedura invasiva e associata a notevoli complicazioni dal punto di vista clinico. Inoltre, la scelta del protocollo terapeutico per ciascun paziente si basa su un approccio trial-and-error. Nel progetto, combinando la ricerca di base con studi di tipo clinico in collaborazione con il gruppo del professor Antonio Amoroso dell’Università di Torino, si cercherà di correlare gli effetti delle mutazioni sull’alanina:gliossilato aminotransferasi con la severità della malattia. Tali risultati permetteranno di migliorare la gestione dei pazienti, in particolare permettendo di prevedere la risposta alla terapia con piridossina. Un ulteriore obiettivo è quello di sviluppare nuovi approcci farmacologici per il trattamento della malattia che possano dare benefici a lungo termine con effetti collaterali limitati, evitando di ricorrere al trapianto di fegato. Le strategie impiegate riguarderanno sia lo sviluppo di piccole molecole capaci di stabilizzare la proteina, contrastando l’effetto delle mutazioni, che la progettazione di nanoparticelle per la somministrazione dell’enzima funzionante.

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