• Google+
  • Commenta
21 settembre 2010

L’Etna “scivola”?

“Sin dai primi anni ’90 numerosi studi hanno dimostrato che i fianchi dei vulcani possono collassare sia attraverso deformazioni repentine, sia mediante movimenti molto più lenti, ma continui, che investono porzioni significative degli apparati vulcanici”, spiega Marco Neri dell’INGV di Catania. “Lo studio ha dimostrato che attualmente l’Etna è interessato da questo secondo tipo di deformazioni e che, in alcuni periodi, questo movimento accelera producendo terremoti ed evidenti deformazioni del suolo in corrispondenza dei margini tra il fianco instabile e la restante parte dell’apparato vulcanico”.

Un nuovo studio sul fianco orientale dell’Etna, il più alto vulcano attivo d’Europa, recentemente pubblicato sulla prestigiosa rivista internazionale Geophysical Research Letters, rivela un lento e continuo scivolamento verso il mare di un intero settore del vulcano che scorre pian piano su una superficie posta a circa 4 km di profondità. La scoperta è stata effettuata da un gruppo di ricercatori di vari Enti di ricerca italiani.

Oltre all’Università Roma Tre hanno partecipato alle ricerche l’ Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente del Consiglio Nazionale delle Ricerche).

“I dati satellitari non forniscono direttamente informazioni sul sottosuolo, ma permettono di misurare, con estrema precisione, la deformazione (cioè lo spostamento) della superficie del vulcano”, chiarisce Eugenio Sansosti, il ricercatore che ha coordinato l’elaborazione dei dati radar presso l’Istituto per il Rilevamento Elettromagnetico dell’Ambiente di Napoli. “Ed è proprio la precisione, insieme con la disponibilità di un elevatissimo numero di punti di misura, che permette di capire anche cosa succede in profondità”, continua Sansosti.

La ricerca è stata portata avanti attraverso tecniche di rilevamento radar satellitare (InSAR, Interferometric Synthetic Aperture Radar) e l’uso di algoritmi calcolati presso l’IREA-CNR.

Compito dei ricercatori è stato integrare i risultati delle tecniche satellitari con i dati di campagna, cioè raccolti sul terreno, ed opportunamente interpretati. “Abbiamo usato un approccio multidisciplinare che ci ha consentito di ricavare un modello geometrico tridimensionale della zona instabile; da questo modello, poi, è stato possibile ricavare la profondità della superficie di scivolamento”, afferma Joel Ruch che, insieme ai suoi colleghi dell’Università Roma Tre, ha messo a punto il modello.

Una delle problematiche più dibattute nella comunità scientifica che studia l’Etna riguarda la definizione della presenza, ed eventualmente la misura della profondità, della superficie sulla quale scorre il fianco orientale del vulcano.

Lo studio ha messo in evidenza che lo spessore del fianco che collassa si aggira intorno ai 4 km. “Un dato di importanza fondamentale per stabilire con esattezza l’entità delle masse in movimento e le implicazioni che ne derivano sulle dinamiche eruttive”, conferma Marco Neri, che conclude: “Da tempo questi fenomeni sono sotto assiduo esame da parte della comunità scientifica, sia per i danni ai manufatti causati dalle faglie in movimento ai margini delle zone instabili, sia perché la stessa dinamica di fianco sembra effettivamente collegata alle eruzioni attraverso meccanismi non ancora completamente chiari e quindi meritevoli di attenzione”.

Tommaso Ceruso

Google+
© Riproduzione Riservata