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28 ottobre 2010

Unisa: inaugurato l’anno accademico del corso di laurea in Sociologia

L’anno accademico riparte e con esso le lezioni inaugurali dei vari corsi: tra mille vicissitudini decine di matricole cominciano la propria avventura accademica alla facoltà di Sociologia dell’Università di Salerno. Per sottolineare l’occasione per la prima lezione è stato invitato a conferire il prof. Gianfranco Rovati, ordinario di Sociologia generale all’Università Sacro Cuore di Miliano(Facoltà di Scienze Politiche), introdotto dal prof.Raffaele Rauty. “La povertà in Italia: tra percezione e realtà“: questo il titolo scelto da Rovati, considerato uno dei massimi esperti del fenomeno e già Presidente della Commissione di Indagine sull’Esclusione Sociale (CIES) dal 2002 al 2007.

Percezione e Realtà – Nello studio (sociologico ma non solo) di fenomeni complessi e multidimensionali si riscontra sempre la necessità di distinguere tra il piano della percezione e il piano della realtà; i sociologi e gli economisti, ad esempio, sanno bene infatti che la percezione soggettiva relativa ad un dato fenomeno concorre a costruire la realtà sociale di quel fenomeno: “se io considero reale una situazione, essa diventa reale nelle sue conseguenze” , dice Rovati citando Robert K. Merton.

La povertà rappresentata – Lo sanno altrettanto bene anche i professionisti dell’industria dell’informazione. Dal battage attorno al Rapporto ISPESL 2004 in poi la rappresentazione mediatica del fenomeno povertà non ha sempre contribuito a mantenere correttamente la distinzione tra percezione e realtà , con il curioso effetto che la risonanza giornalistica e televisiva è servita talvolta più per provocare reazioni nell’opinione pubblica che per fare lobbying sull’agenda politica, coltivando uno degli atteggiamenti consueti dei media : quello di rivolgere l’occhio più all’effetto immediato della copertura mediale che alla promozione di un interesse di carattere progettuale attorno al tema povertà.
Con i riflettori puntati sull’indignazione della gente comune o sull’allarmismo della parte politica contrapposta a quella in carica, paradossalmente spariscono proprio le persone che versano in stato di povertà, gli indigenti in carne e ossa, le cui condizioni di vita sono affette dalla continuità dello loro essere o sentirsi poveri, giammai dall’episodicità tipica invece della rappresentazione che se ne da. Oppure i media riescono a provocare la movimentazione del senso comune rivolgendola a realtà solo percepite come povere.

Le fonti e gli indici – La rilevazione della povertà oggettiva si serve di indicatori di consumo o di reddito rispetto agli standard del paese. Nelle indagini dell’Istat (dal 1997),ad esempio, si tiene conto della spesa media pro-capite, sulla cui base si definisce povero un nucleo familiare di due persone che ha a disposizione 1000 euro al mese per le proprie spese di necessità. Si calcola la soglia di povertà relativa per nuclei familiari più numerosi moltiplicando tale cifra per un coefficiente opportunamente determinato. Le stime del periodo 1997-2008 riportano che una cifra compresa tra l’11 e il12% delle famiglie italiane è interessata da tale soglia di povertà relativa. Tale dato va contestualizzato nella specificità dell’Italia che è il paese europeo che presenta la massima differenziazione interna per aree regionali.

La povertà assoluta è un indice calcolato in rapporto ad un paniere di beni minimi, ritenuti immancabili per sopravvivere dignitosamente (solitamente: beni alimentari e servizi essenziali). L’ISAE (Istituto di Studi e Analisi Economica) calcola l’incidenza della povertà soggettiva, rilevata in base alle dichiarazione degli intervistati circa il fatto di disporre di un reddito, secondo loro, non sufficiente a vivere dignitosamente: il 70% circa degli intervistati residenti in Italia dichiara di non disporre di un reddito sufficiente! Il dato rileva la grande discrepanza tra essere poveri e sentirsi poveri. Altre importanti fonti sul tema sono europee: i dati di EVS (European Value System).

Multidimensionalità – Ma la multidimensionalità del fenomeno povertà è ampiamente risaputa: nei report del Censis si parla di vecchie e nuove povertà, adducendo che le nuove forme consistono nell’esclusione sociale derivante da fenomeni come la tossicodipendenza, la malattia mentale, il gioco d’azzardo (vera e propria autotassazione volontaria) ma anche, in molti casi, l’implosione di nuclei familiari dopo separazioni e divorzi, che innescano condizioni di povertà del capitale sociale (in termini di relazioni sociali intrattenute) oltre che economica e definiscono stati di vita vissuta ai margini della società. E a seconda del nesso causale con l’esclusione sociale si distinguono anche la povertà culturale (e relative disuguaglianze nell’accesso al sapere), la povertà di genere (che colpisce le donne) che intessono rapporti con la tradizionale povertà economica.

Anche la povertà alimentare è una forma purtroppo presente anche in Italia. A tal proposito Rovati riferisce tutti i passaggi e gli esiti di uno studio quantitativo e qualitativo da lui condotto in collaborazione con la Fondazione Banco Alimentare, un ente no-profit che pratica una politica di sussidiarietà orizzontale per combattere spreco e fame. Gli aiuti sussidiari sono importanti anche in virtù del fatto che la spesa alimentare è la prima ad essere tagliata in caso dell’incombenza di spese impreviste. La povertà alimentare in Italia e in Europa rintraccia un paradosso da evidenziare: quello della scarsità nell’abbondanza, dato che le eccedenze alimentari (da accumulare e redistribuire invece che distruggere: rese di prodotti invenduti perché prossimi alla data di scadenza, prodotti non più corrispondenti ai gusti dei consumatori ecc) ci sono ma non sembrano bastare a rispondere adeguatamente al problema della povertà alimentare.

Raffaele La Gala

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