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11 dicembre 2010

Alla ricerca delle nostre origini, per capire come l’essere umano è passato dall’arrampicarsi sugl’alberi, a camminare in modo eretto.

“L’assistente professore” all’istituto di antropologia dell’Università di Boston Jeremy De Silva ha condotto un’interessante studio sui primati nel “Kibale National Park” (nella parte occidentale dell’Uganda), ha osservato per due estati un branco di scimpanzé nelle loro attività quotidiane, come la ricerca del cibo, anche il modo in cui si arrampicavano sugli alberi per trovarlo, o il loro modo di comunicare, tutto questo per cercare di rispondere ad un quesito che risulta ancora irrisolto nel panorama antropologico da decenni:Quando i primi uomini cominciarono a

camminare i modo eretto, erano ancora in grado di arrampicarsi facilmente sugli alberi?. Questo quesito ai più potrà sembrare strano, chi è che da ragazzino non si è mai arrampicato su un albero, ma in realtà non è così semplice, perché il camminare in modo eretto è un modo “unico” di muoversi spiega De Silva: Se si osserva bene, nel mondo animale ci sono così tanti modi di muoversi, ma camminare in modo eretto è una prerogativa dell’essere umano, e per capire che cos’è che ha fornito questo “slancio evolutivo” bisogna studiare i nostri “parenti più stretti”. Lo studio di

De Silva si è concentrato sulla struttura ossea delle caviglie degli scimpanzé e nei fossili degli arti inferiori dell’Australopiteco (un antenato dell’uomo che visse circa 4 milioni di anni fa nell’Africa del sud, “astrale” da qui il nome), in molti credono che questo nostro antenato fosse molto abile ad arrampicarsi, anche perché all’inizio comunque viveva sugl’alberi, in seguito cominciò a camminare “a due gambe” in modo stabile sulla terra. Solo che degli studi effettuati sul suo scheletro, di preciso su dorso, bacino, ginocchia e caviglie dimostrano che non era poi un “grande

arrampicatore”. Il professore in realtà non ha cercato di risolvere questa enorme controversia, ma è decisamente più interessato alla “morfologia” della struttura ossea dell’australopiteco, che paragona alle ossa dei moderni scimpanzé, dei gorilla e anche dell’essere umano, in modo da trarre conclusioni accurate sul perché delle capacità di arrampicarsi dei primati. Durante le due estati che il prof. De Silva ha trascorso in Uganda, è riuscito a raccogliere più di 100 ore di riprese fatte a questa comunità di scimpanzé, in modo da riuscire a ritrarre tutti i movimenti dei primati, mentre si

arrampicavano. La cosa che più ha colpito la sua attenzione è la flessione che la caviglia dello scimpanzé attua durante l’arrampicata, i primati possono flettere le caviglie in modo notevole, la soluzione sembra proprio essere la forma della tibia, nel tratto dove si congiunge alla caviglia, la cosa è stata ancor di più chiara quando il professore ha confrontato centinaia di ossa di “tibia” e del piede del primate, con quelle umane, la differenza è stata notevole. L’ultimo passo della ricerca era quello di confrontare le ossa con quelle dell’Australopiteco, se il nostro antenato camminava su due

gambe, la tibia dovrebbe essere come quella “umana”, se invece si arrampicava sugl’alberi, dovrebbe apparire più simile a quella di uno scimpanzé, e se faceva entrambe le cose, la forma ossea potrebbe essere una via di mezzo. Anche perché la tibia dell’Australopiteco è sorprendentemente simile a quella umana, quindi con minori capacità d’arrampicata, su queste basi il professore è giunto a diverse conclusioni: probabilmente non tutta la specie dei nostri antenati si arrampicava sugl’alberi, al massimo, per proteggersi da potenziali predatori, ma comunque di rado,

ovviamente in modo differente da come gli scimpanzé attuali fanno, un’altra possibilità è che l’Australopiteco riuscisse a flettere il “mesopiede”, anche se i fossili hanno suggerito una diversa interpretazione. L’Australopiteco, come gli esseri umani ha il piede rigido, questo è necessario per la propulsione che ci consente di camminare, altrimenti non si potrebbe procedere in modo corretto, non avendo una buona spinta. I risultati di questa ricerca sono stati pubblicati nell’ “America Journal of Physical Anthropology” e anche dall’Accademia Nazionale delle Scienze, il professore

De Silva sta cercando di ottenere risposte più precise al riguardo, e questo studio avrà certamente ulteriori sviluppi nel suo prossimo progetto, perché è stato convocato dal Museo Nazionale D’Etiopia, che lo ha invitato a studiare le ossa di un piede di Australopiteco femmina di tre anni che ha vissuto 3,3 milioni di anni fa. Uno scienziato Etiope che lavora per il museo ha portato alla luce lo scheletro parzialmente, compresa la gran parte del piede, frutto di scavi avvenuti tra il 2000 ed il 2004, quest’ultimo è il più completo piede fossile di un Australopiteco scoperto sin ora.

L’argomento trattato dal professore è molto vasto, che tra parentesi ha già cominciato lo studio su questo nuovo ritrovamento, servirà sicuramente a chiarire molti dubbi che ancora oggi attanagliano l’uomo moderno sulle sue origini, anche perché nell’essere umano camminare è un’operazione graduale, non immediata come in altre specie, la continua ricerca è l’unica soluzione che può aiutarci a svelare le mille contraddizioni dell’evoluzione della nostra specie.

Pierluigi Gabriele

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