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30 dicembre 2010

La nascita della politica

Il termine “politica” deriva dal greco politiké (che attiene alla città sottinteso téchne, arte) e significa arte di governare gli stati, amministrazione della cosa pubblica. La pratica politica affonda le radici nella Grecia classica, trae origine da quella peculiare forma di istituzione il cui mito è ancora vivo nel Novecento e che va sotto il nome di pólis. La città-stato greca nasce tra il VII e il VI secolo avanti Cristo dalla crisi delle forme tradizionali, regali e sacrali della sovranità. Con l’avvento della pólis, il potere non è più appannaggio delle aristocrazie che dominavano dai loro palazzi fortificati, ma trapassa idealmente in quello che è il centro simbolico della città: la piazza, l’agorà, lo spazio pubblico comune a tutti i cittadini, che attraverso di esso si riconoscono come comunità e che intorno ad esso stabiliscono le loro dimore delimitandole attraverso la cinta di mura.

La città-stato greca è il luogo in cui compare per la prima volta quella novità radicale che è la discussione politica nello spazio pubblico. Nel contesto cittadino, inoltre, nascono quelle pratiche che sono state caratteristiche per tutta la storia della civiltà occidentale come il discorso argomentativo, la filosofia, il dibattito politico, il pensiero politico. Dal punto di vista strettamente politico, nella polis la sovranità sempre più laicizzata è posta al centro dell’istituzione comune, diventa oggetto di un dibattere che si svolge nella sfera pubblica dell’agorà; il potere, quindi, non è più proprietà esclusiva di qualcuno, di un eletto per ragioni di stirpe, sacrali o religiose, ma è il risultato di un confronto dialettico, di un agone in cui si sfidano i migliori discorsi e le migliori qualità, nel quale, per così dire, si urbanizza la mentalità agonistica ed egualitaria che caratterizzava le grandi aristocrazie guerriere di cui i poemi omerici ci hanno tramandato il ritratto. Alla città si accompagna la nascita della legge scritta, regola comune a tutti, ma superiore a ogni singolo individuo, norma razionale sottoposta a discussione e modificabile per decreto. L’uguaglianza dei cittadini, che così si comincia a determinare, non è certo, da principio, una perfetta simmetria di diritti; la polis perpetua, allargando il consenso verso di essa, la primazia sociale degli aristocratici e dei proprietari terrieri.

L’uguaglianza consiste però, come ha sostenuto Jean Paul Vernant, nel fatto che i diritti sono distribuiti con un criterio di proporzionalità, che la legge è uguale per tutti e che ogni cittadino può far parte dei tribunali come delle assemblee. Il modello classico della polis democratica è quello delle istituzioni politiche di Atene, così come vengono definite, nel 508-507 a.C., dalla riforma democratica di Clistene e successivamente, a metà del V secolo, dalle riforme di Pericle. L’istituzione nella quale si incarna la sovranità politica è l’Assemblea dei cittadini di pieno diritto, l’ekklesía: essa è aperta a tutti i cittadini maschi, liberi che abbiano più di 18 anni; tutti nell’Assemblea hanno diritto di parola e le decisioni vengono prese a maggioranza. L’ekklesía rappresenta la più alta autorità decisionale sulle questioni legislative e sulle più importanti questioni di governo. L’attività di carattere propriamente amministrativo veniva esercitata invece da una parte più limitata della cittadinanza, il consiglio dei 500 (boulé). Molte delle principali cariche politiche venivano attribuite per sorteggio ed era previsto un compenso per chi era designato a ricoprirle. La politica ateniese consisteva dunque di meccanismi di deliberazione che funzionavano attraverso un sistema di democrazia diretta e partecipativa; si trattava quindi di una democrazia che, a differenza di quelle moderne, era priva di un vero e proprio apparato statale. È proprio nel contesto della città, e dei dibattiti che in essa si svolgono, che si manifestano le prime forme di pensiero politico: i Sofisti mettono in risalto la convenzionalità del nómos; le leggi della città, rispetto a una presunta giustizia naturale; o si spingono persino, come il Trasimaco protagonista del primo libro della Repubblica di Platone, a demistificare ogni idea di giustizia sostenendo che questa non consiste in altro che nell’utile del più forte. Tucidide, narrando lo sterminio dei Mellii da parte degli Ateniesi nella guerra del Peloponneso, mostra per la prima volta sulla scena il più duro realismo politico, assertore del dominio senza alternative della legge della forza.

Il pensiero di matrice aristocratica e oligarchica ( cui dà voce il famoso pamphlet La Costituzione degli Ateniesi) sviluppa una precoce critica alla democrazia considerata come regime che porta la “canaglia” alla guida dello Stato e che, con l’imperialismo ateniese, consente alla plebaglia di soddisfare i suoi appetiti dominando, nella città, sui possidenti e, verso l’esterno, sulle altre comunità. Il sofista Protagora, per contro, legittima la democrazia, sostenendo la tesi che la capacità di fare politica non è un talento speciale, di cui solo alcuni siano dotati, ma un’attitudine che tutti i cittadini possono avere o acquisire. Conformemente alla visione convenzionalistica che è propria della Sofistica, Protagora afferma, secondo quanto possiamo leggere nel Teeteto di Platone, che il giusto e l’ingiusto dipendono da ciò che la città stabilisce in materia. Secondo la tesi protagorea che l’uomo è misura di tutte le cose, non si può dire che un individuo sia più saggio di un altro o che una città superi un’altra per la bontà delle sue istituzioni.

Vincenzo Amone

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