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28 marzo 2011

C’era una volta il pene spinoso dell’uomo

Ebbene si, circa 700.000 anni fa il pene dell’uomo aveva le spine. E’ quanto emerso dallo studio sul genoma umano condotto dal biologo della Stanford University Gill Bejeranoe da David Kingsley, anche lui della Stanford.

Questa ricerca ha spiegato come a dei piccoli cambiamenti del DNA corrisponda una grande variazione e trasformazione delle strutture organiche, come la scomparsa delle vibrisse dal volto umano o l’incremento del volume dell’encefalo.

“Alcuni possono pensareche questi piccoli mutamenti siano marginali, ma possono aver avuto effetti davvero importanti sul modo in cui gli organismi si evolvono rispetto ai loro predecessori”, dichiara la genetista Rhonda Snook della University of Sheffield

Alle 510 “cancellature” genetiche, risultato di rare mutazioni cellulari che si sarebbero verificate durante l’evoluzione umana, si aggiunge la scomparsa delle piccole formazioni di cheratina che ricoprono l’esterno dell’organo, ancora presenti in animali come il gatto e lo scimpanzè.

Questa particolarità genetica era inscritta nel corredo cromosomico dell’antenato dell’Homo Sapiens e dei Neandertal.

Si pensa che, con l’avvento della monogamia e della presenza stabile dell’uomo al fianco della propria compagna, il pene dell’ homo abbia perso questa caratteristica, proprio perchè superflua.

Invece, questa componente genetica si conserva ancora in molti degli animali moderni, proprio perchè il pene spinoso contribuisce alla fertizilizzazione delle femmine quando la competizione fra lo sperma di diversi maschi è feroce.

Ad esempio, le spine possono “rompere” le secrezioni di fluidi coagulati depositati da altri maschi all’interno delle femmine per impedire che sperma di altri fertilizzi l’ovulo.

Kingsley dichiara che “Abbiamo la fortuna di vivere in questo momento magico in cui disponiamo di tutto il sequenzionamento del nostro genoma e di quello dei nostri parenti. Scoprire come siamo diventati ciò che siamo può essere un gigantesco e impenetrabile mistero, ma stiamo cominciando a intravedere alcune delle differenze molecolari che fanno di noi degli esseri umani”.

Serena Calabrese

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