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3 marzo 2011

Emanuele Manitta: “Smetto e vado all’università”

La storia del portiere Emanuele Manitta che smise di giocare per andare in cerca di una laurea. “Smetto di giocare, vado a scuola”. Queste le parole che Emanuele Manitta, ex numero uno di Bari, Napoli, Bologna, Livorno e Siena, pronunciò ormai due anni fa. Chi ha la fortuna e la bravura di approdare in Serie A, resta aggrappato disperatamente alla categoria fino alla fine. Emanuele Manitta invece scelse la strada più scomoda, a 32 anni chiuse con il calcio di alto livello e si iscrisse all’università di Messina, facoltà di Scienze Motorie.

Una carriera divisa tra numerosi club all’interno della quale Emanuele ha vissuto tutte le emozioni, compresa quella di segnare un gol in C2 con la maglia del Messina. A 30 anni giunse l’esordio in serie A con il Siena, a San Siro ha dovuto persino fronteggiare un certo Kakà su calcio di rigore: “Gli sono andato vicino, ho provato a dirgli qualcosa per distrarlo ma non ci sono riuscito, mi ha fatto gol” raccontò in seguito.

Manitta ha vissuto anche il brutto del calcio, la violenza che lo ha visto sfortunato protagonista in un Cagliari-Messina del 2002 quando un teppista entrato in campo lo ha colpito con un pugno alla nuca atterrandolo e costringendolo ad un risveglio in ospedale. La sua carriera si è chiusa a Siena nel 2009 con sei presenze.

Le proposte che arrivarono a stagione conclusa non furono allettanti ed in più Mannitta si trovò svincolato. Così ha preferito dedicarsi ad altro piuttosto che alla vita di panchina anche se in cambio di un lauto stipendio.

Oggi l’ex portierone si trova al terzo anno del corso di Scienze Motorie dell’Università di Messina, per questo motivo abbiamo deciso di ricordarlo come atleta ma sopratutto come uomo coraggioso. Il coraggio che dimostrò nel dire basta al calcio in un momento in cui a 32 anni, la carriera di un portiere è nel pieno della maturità psico-fisica.

Il mese scorso durante un servizio di Sky Sport a lui dedicato ha affermato “Ora frequento un ramo della facoltà di Medicina, ho deciso di smettere e non sono pentito. In questa facoltà non si fa solo pratica sportiva ma tanto altro. Un giorno vorrei insegnare, nella mia carriera ho imparato tanto. Lotterò per una laurea e per costruirmi un futuro valido visto che ho una famiglia da mantenere“.

In un mondo del calcio sempre più chiuso alla cultura, frenetico ed astuto, questa sembra proprio una storia di altri tempi, la storia di un uomo che vuole dimostrate anche di valere al di fuori di un campo di calcio, in una realtà dove gli esami non finiscono mai. In bocca al lupo Emanuele.

Claudio Capanni

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