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28 marzo 2011

Mostra archeologica sulla Storia dell’Olivicoltura. La cultura materiale si fa Scienza

Innumerevoli suggestioni si rincorrono lungo le sale dell’ex convento dei Cappuccini, già riadattato a Ginnasio che fa oggi da Museo della Città di Lamezia Terme. Una città unica in Italia per la sua conformazione fisico-territoriale che gioca su ben tre livelli: uno collinare, con i suoi borghi normanni e i suoi quartieri antichi, uno di marina, fatto di spiagge e pinete che incontrano un golfo aperto sul Tirreno, e infine nel mezzo la pianura, sede delle attività produttive e del centro abitato. La Piana di S. Eufemia, così chiamata dal nome di una Santa Bizantina – come Bizantina fu questa terra – è la più estesa in Calabria dopo Sibari e una delle più grandi aree agricole del Meridione. Se si vuole cercare un’origine per l’arte olivicola in Italia, tracciarne un percorso e una storia, è giusto senz’altro partire da qui.

Non solo perché secondo la tradizione storiografica quest’arte fu importata in Italia dai Greci , i quali sbarcarono queste coste nell’VIII secolo a.c., ma anche grazie ad una nuova scoperta che forse permette di modificare tale tradizione addirittura retrodatando la coltura all’epoca del Bronzo Antico, dando loro un’origine Brettia. Sono infatti state rinvenute tracce d’oleificazione risalenti a quel periodo presso un sito in località Trebisacce, proprio nella vicina Sibaritide. Questa è solo una delle straordinarie sorprese che si incontrano visitando la mostra, ricca di reperti Greci, Etruschi, Romani, Normanno-Svevi, delle tracce indelebili lasciate da tutti i popoli che hanno visitato la pianura e trovandola fertile e accogliente non hanno potuto fare a meno di fermarsi. Popoli che conobbero i suoi uliveti, e che perpetrarono con diversi mezzi, scopi e significati collettivi l’utilizzo della preminente risorsa olearia.

Presenti anche stupendi reperti risalenti all’Alto Medioevo, di notevole peso storico e di notevoli dimensioni , come le misure in pietra per vendere l’olio a peso sulla pubblica piazza, recanti impressa la data del 1200 ma utilizzate qui – come secondo testimonianze storiografiche – addirittura fino al ‘700. Oggi quelle preziose misure, che assurdamente rischiarono di essere distrutte dopo l’introduzione delle unità di misura Nazionali, sono state restaurate ed esposte in mostra.
Non solo unguentari greci per detergere il corpo nudo degli atleti, ma tracce che attraverso istanze di pace e sacralità conducono all’Epoca Bizantina e Normanna, e con disinvoltura, rimirando arnesi e usanze tramandate di padre in figlio, fino al secolo scorso : ecco comparire così dopo le Anfore Panatenaiche le morchie di pietra, gli antichi frantoi, e curiosi alambicchi in vetro soffiato e rafia per rimuovere la patina superficiale del prezioso filtrato attraverso il sistema dei vasi comunicanti.

La mostra, curata dall’Associazione Archeologica Lametina, è stata corredata di pannelli che scorrono la Storia passo dopo passo, ed è ancora visitabile al Museo Archeologico di Lamezia Terme.

Giulia De Sensi

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