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14 aprile 2011

The Housemaid

In anteprima la recensione del film presentato nella sezione ufficiale del 63esimo Festival di Cannes.Remake dell’omonimo film del 1960 diretto da Kim Ki-young (Woman, Neumi), The Housemaid viene riesumato e riportato sullo schermo da Im Sang-Soo (The Old Garden, The President’s Last Bang), riadattandolo secondo le proprie ideologie e piegandolo secondo il proprio tempo.

Liberando il film dall’idea conservatrice dell’uomo di casa disposto a tutto pur di salvare la propria famiglia, Im Sang-Soo concentra la sua attenzione sulla classe abiente, arroccata nel culto del segreto, dell’inganno, dell’isolazionismo e della violenza per salvaguardare la venialità delle apparenze.

Euny (Jeon Do-Youn), giovane ragazza appartenente alla classe popolare, viene assunta da una ricchissima famiglia come badante. La ragazza, sotto le direttive della più anziana Byung-shik (Youn Yuh-jung), cerca di diventare parte attiva dell’immensa magione Hoon. Euny diventerà però ben presto vittima dell’aberrazione aristocratica dell’uomo di casa, Hoon (Lee Jung-Jae) per l’appunto, ricchissimo uomo d’affari dedito al possesso di beni materiali e umani.

La macchina da presa spazia elegantemente fra gli interni/esterni lussuosi, amplificandone il rarefatto senso di dispersione e, al tempo stesso, di esplorazione antropologica che si annida all’interno di queste atmosfere barocche e stilizzate, simulacro di una torbida e meschina finzione.

Il film si dipana seguendo una struttura ben precisa, che nelle sue parti (testa, corpo, coda) riassume l’ideologia lungo la quale viene a costituirsi. Il prologo, lungo circa cinque minuti, sfrutta lo stile documentaristico per catapultare lo spettatore attraverso i sobborghi popolari. Qui incontriamo Euny, l’unico personaggio veramente libero dell’intera pellicola. La vediamo attraversare la città fra le bancarelle ambulanti e i mercati, catturati da una tremolante macchina a mano. Il tracciato documentario sembra assurgere alla purezza e alla spontaneità della ragazza, esaltandone la naturalezza e la bellezza della quotidianità.

A seguire il vero e proprio motore del film: una finissima ripresa delle dinamiche interne alla ricca famiglia, con particolare attenzione alle scene erotiche, formalmente raffinate e dalle impeccabili coreografie.

Infine la parte più straordinaria del film, un epilogo dai tratti grotteschi e barocchi che esaspera il suo significante, ovvero quell’anormalità forzata a tutti i costi in un contesto apparentemente normale (come una festa di compleanno), destinato ben presto a lacerarsi e a mostrarsi in tutta la sua mostruosità.

Rimandi alla famosa interpretazione di “Happy Birthday” di Marylin Monroe (Hera/Seo Woo) verso il presidente Kennedy (Hoon/Lee Jung-Jae), il costosissimo dipinto di Robert Indiana regalato alla piccola Nami (Ahn Seo-Hyun), assunto dell’ideologia aristocratica secondo la quale è possibile donare la pace interiore ad un bambino semplicemente acquistandola, sono tutte rappresentazioni più o meno tangibili dell’impietosità di cui la famiglia in questione si fa portavoce.

Insomma una discesa dalla sicurezza dell’ordinario, all’orrore del deforme. La struttura circolare del film tradisce (poichè avviene nella diegesi “protetta”) e, al tempo stesso, rimarca la fedeltà verso leproprie convinzioni.

Sicuramente molto più interessante e stilisticamente impressionante la parte finale del film che, costituendosi secondo un registro del tutto sopra le righe, va a sottolineare l’irrazionalità e l’insensatezza radicate nell’animo di quella aristocrazia.

Nonostante il film pecchi un pò dell’essere prolisso, si lascia comunque apprezzare dal suo spettatore, che assiste inerte ad un’amara e spietata vendetta, resa registicamente nel più pittoresco dei modi.

Serena Calabrese

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