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19 Maggio 2011

Quando i migranti eravamo noi: storie di italiani in America

Il convegno che traccia lo stato dell’arte degli Italian American Studies s’intitola Percorsi transnazionali negli Stati Uniti: gli Italo-americani. Patrocinato dalla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, dal Dipartimento di Studi Umanistici e dalla U.S-Italy Fulbright Commission l’evento rappresenta un importante spunto di riflessione su tutto un ciclo storico della nostra storia nazionale, sull’epoca in cui erano i nostri bisnonni, zii e prozii a salpare a frotte in cerca di lavoro e dignità nel continente nordamericano (ma non solo): per i ventisei milioni di emigranti italiani l’America era la terra delle grandi opportunità e del riscatto dalla miseria a prezzo di pesanti stereotipi subiti, di un’integrazione difficile e di una convivenza complicata, radici originarie di quella che si chiama cultura italo-americana e su cui gli studiosi intervenuti hanno tracciato un ampio percorso divulgativo.

Racconti di stenti e conquiste – Il prof. Sebastiano Martelli, ordinario di Letteratura Italiana, ha impostato il suo intervento sulla rassegna di alcune autobiografie di italoamericani. I resoconti autobiografici che si possono pescare nel panorama editoriale raccontano sostanzialmente il dramma luttuoso dell’emigrazione che significa principalmente perdita d’identità e shock linguistico-culturale sintetizzati in una prosa asciutta, memore di luoghi letterari tardoromantici e rapportata ai valori di partenza, quelli tipici della civiltà contadina provinciale italiana.

La scolarizzazione e l’industria editoriale non mancano di differenziare la cultura e l’uso della lingua dei singoli ma il valore letterario delle scritture autobiografiche di Antonio Margariti (autore di “ America America “, edito nel 1979) o di Pietro Riccobaldi (“ Straniero indesiderabile “), ma anche del Tommaso Bordonaro de”La Spartenza”, nasce sopratutto dalle condizioni di produzione che ne fanno testimonianze di valore storico e antropologico giunte fino a noi di un fenomeno epocale che non smette di riguardarci.

Italianità e Ideologia – Assieme alla condizione di emigranti da cui si snodano le vicende personali narrate, altro elemento comune agli scritti provenienti dalla cornice storica che ha generato l’afflato della cultura italo-americana è l’ideologia politica: spesso le storie personali si saldano alla storia dell’antifascismo all’estero come nella storia dell’anarchico sardo Michele Schirru, oggetto dell’intervento di Giuseppe Galzerano, professore di Discipline Letterarie, editore e co-autore del già citato America America.

La storia di Schirru, militante dell’Adunata dei Refrattari è la storia di un’ intenzione: quella di assassinare Mussolini, intenzione mai messa in pratica e che però è bastata a valergli il carcere e la morte per fucilazione decretata nel maggio del 1931 dal tribunale speciale fascista in Italia. Schirru, cittadino americano dal 1926, fu preso in Italia dove si era recato per dare compimento al suo “gesto individuale” ma dalla vicenda di Schirru si approfondisce anche il versante dei luoghi dell’antifascismo estero: i circoli del dopolavoro erano i luoghi ove i nostri connazionali proseguivano ad usare la loro italianità in funzione identitaria e dove talvolta tale pratica diventava laboratorio per l’azione politica dissidente.

Italiani a Hollywood – Con Giuliana Muscio, docente di Discipline Semiotiche e Teorie della Comunicazione di Massa all’Università di Padova, il focus del convegno si sposta sul cinema hollywoodiano ove l’analisi dell’individuazione etnica dell’italiano è compiuta attraverso la rassegna degli stereotipi cinematografici più gettonati nei film americani degli anni Venti e Trenta. In particolare il lavoro di montaggio visionato durante l’intervento si incentra sulla figura della donna italiana in America e sui ruoli ad essa assegnati nell’immaginario cinematografico statunitense dell’epoca. Il razzismo manifesto nei lavori hollywoodiani per il grande schermo classifica l’italiana come portatrice di “sangue impuro” e dipinge il tipico italiano come naturalmente propenso al baccano (l’emblema tipo è il saltimbanco con la scimmietta), contraddistinto da perenne nostalgia e familismo (giudicato negativamente come eccessivo e amorale) e capace di organizzarsi solo per delinquere (da cui lo stereotipo del gangster italo-americano tipo).

Il diffondersi degli stilemi cinematografici del Neorealismo a Hollywood concorrerà a fare della famiglia italiana il tipo di famiglia etnica rappresentata nel cinema americano. Oltretutto gli attori e le attrici italiane potranno finalmente impersonare personaggi italiani nei film, cosa prima in qualche modo vietata a Hollywood. La rappresentazione della donna italoamericana si consacra alla modernità dissacrante in True Love (1989) di Nancy Savoca, film indipendente sulle vicende di giovani italoamericani newyorkesi in cui la protagonista, una ragazza sull’orlo di diventare donna, è pienamente integrata nel tessuto sociale e generazionale dell’America.

Con la relazione di Marco Pistoia, docente di Storie e Critica del Cinema e Filmologia, si prende ad esempio di documentazione sulla cultura italo-americana il documentario di Martin Scorsese ( ItalianAmerican ), lavoro realizzato nel 1974 prima del successo internazionale di Taxi Driver (1976) che avrebbe consacrato Scorsese a pioniere del Nuovo Cinema Americano. Ripensato oggi questo home movie è una testimonianza retrospettivamente molto valida dell’epopea degli italiani in America: i valori piccolo-borghesi messi in mostra nel racconto in prima persona dei genitori del regista trapiantati in America sono stati una risorsa per le imprese di mobilità sociale delle generazioni successive.

Raffaele La Gala

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