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13 giugno 2011

Nichilismo Giuridico

La crisi del diritto moderno è la conseguenza logicamente prevedibile della tecno-economia.

Oggi giorno il diritto deve misurarsi con un tecnicismo sempre più rovente; con un vortice di produzione normativa capace di condannare la sostanza al crepuscolo del nulla, di erigere il tempio della forma e dell’indifferenza contenutistica.

La validità non è più conseguenza logicamente prevedibile di un contenuto che sorregge e giustifica la norma, ma dell’ottemperanza alle procedure proprie di ciascun ordinamento. Queste ultime rappresentano l’essenza verso cui si dirige la tecnica. La mutilazione del “Ius” deriva dall’ablazione della sua causa ultima.

Il nodo cruciale del diritto moderno attiene, probabilmente, agli spazi fluidi ed avulsi da controlli giuridico-politici dell’economia globale. In realtà il diritto globale è lautamente funzionale alle logiche di produzione scaturenti dalla global economy, e i ritmi produttivistici della tecnica e della sua volontà di potenza, sono l’ipostasi di un vortice di norme sbiadite.

Secondo il filosofo Emanuele Severino, la tecnica è destinata a diventare principio ordinatore di ogni materia; la volontà che regola ogni altra volontà. La critica tracima oltre i confini del sistema giuridico statale, giungendo lungo le aggrovigliate rive del diritto globale; ossia il topos di crisi più acuta.

L’osmosi tra il trionfo del tecnicismo ed il liberismo globale spinge alcuni giuristi a porsi veementi quesiti. Uno dei più illustri scienziati del diritto italiano, Natalino Irti, ha dedicato un’intera opera, “Nichilismo Giuridico”, alla ricerca di solenni speranze per un diritto libero.

“Da dove ci viene costui, il più sinistro fra tutti gli ospiti? Da dove questa mancanza di senso, questo scivolare dal centro verso una x”? Si chiede Irti citando Nietzsche.

“Il diritto moderno è in preda alla volontà degli uomini – scrive Irti – Non c’è più un conoscere la verità del diritto, ma un incessante e tormentoso volere. ‘Volo ergo sum’ è la divisa del diritto”.

Secondo l’autore, il nichilismo giuridico è un’ancora di salvataggio; cartina al tornasole della consapevolezza dell’assenza di necessità lampanti nella effervescente vitalità normativa. Il suo saggio, tenta di trafiggere la nuda artificiosità del produrre; le sue parole rappresentano una rivolta contro la supremazia del linguaggio economico: tecnica, produzione, procedura, funzionalità.

Ricavare le cose dal niente e riportarle al niente, è questa la logica del nichilismo; ergo l’aspetto nevralgico della crisi della scienza giuridica. “La tecno-economia – spiega Irti- non conosce differenze soggettive ma soltanto variazioni di quantità”.

Il giurista fonda il libro sull’idea di crisi del diritto; sull’indifferenza contenutistica che induce gli operatori ad idolatrare la forma. Così, nichilismo e formalismo diventano le due facce della stessa medaglia, l’essenza di un diritto tecnico.

Nelle ultime proposizioni del saggio, l’Irti elogia la coltre protettiva del pensiero nichilista:

“C’è una funzione radicale del nichilismo, che lo studioso di diritto avverte con piena consapevolezza. Medicina nei confronti di antichi e nuovi morbi: unità, totalità, globalità ecc. Il nichilismo ci salva e protegge; smaschera falsi idoli, da cui pensavamo di trarre il nostro valore. E tutto risolve nelle differenze della volontà, nel loro conflitto, nel loro vincere o soccombere. Esso non è rinuncia ma accettazione; non è inerte angoscia, ma serena fraternità con il divenire”.

Antonio Migliorino

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