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11 luglio 2011

Attacchi di panico? Tutta colpa dell’ormone della paura

Le reazioni comportamentali umane di fronte allo spavento, com’è noto, possono variare da persona a persona.
C’è chi si sente completamente paralizzato e si lascia sopraffare dall’ansia e, nei casi peggiori da veri e propri attacchi di panico. Al contrario, c’è chi è disinvolto di fronte al pericolo e affronta con invidiabile nonchalance le situazioni più difficili.
Reazioni contrastanti, che sembrano essere regolate dalla chimica del cervello.

A dimostrarlo un recente studio, condotto dai ricercatori dell’Università di Losanna (Svizzera), che mette in luce come i nostri comportamenti di fronte alla paura siano da attribuire ad un ormone, l’ossitocina, meglio conosciuto come ormone della felicità o dell’amore.
Si tratta tra l’altro dell’ormone del parto e dell’attaccamento fra madre e figli; è anche coinvolto nello sviluppo dei comportamenti sociali, delle relazioni interpersonali e nel controllo dell’ansia.

Fino ad oggi noto per i suoi effetti di regolazione della pressione sanguigna, della temperatura corporea e delle difese immunitarie, l’ormone sembra svolgere una funzione non meno importante nelle reazioni che coinvolgono il cervello di fronte al pericolo.
Rilasciato dall’ipofisi, una delle parti più antiche del cervello, esso è in grado di diminuire la reazione di paralisi di fronte alla paura.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Science, è stata effettuata su ratti da laboratorio. Gli scienziati si sono concentrati sull’analisi del nucleo centrale dell’amigdala: partono infatti proprio da questa regione cerebrale i neuroni che coordinano le diverse reazioni alla paura, come la tendenza all’immobilizzazione o l’aumento della frequenza cardiaca.
Hanno poi osservato come a seguito di un’iniezione di ossitocina, i roditori riuscissero a comportarsi con disinvoltura di fronte al pericolo, nonostante le reazioni fisiologiche all’interno dei loro corpi restassero inalterate.

Per comprendere l’effetto che l’ormone produce sull’organismo umano, il dottor Daniele Viviani, uno degli scienziati coinvolti nella ricerca, ha proposto a titolo esplicativo la situazione di un individuo che pratica bungee-jumping:
“Una persona può essere terrorizzata all’idea di saltare, col cuore che batte veloce, sudore e tutte le altre tipiche reazioni fisiche, e rinunciare. Un’altra invece riesce a saltare, vincendo l’immobilizzazione, ma le sue reazioni fisiologiche sono praticamente le stesse”.

La differenza è da rintracciare dunque a livello dei recettori dell’ossitocina. Più elevato è il livello di sensibilità di tali recettori, più sarà rapida la capacità di reazione dell’individuo.

Come dichiarato dagli stessi ricercatori, lo studio da loro effettuato non è affatto da sottovalutare.
La ricerca potrebbe infatti aprire diverse prospettive interessanti a livello clinico per la creazione di farmaci capaci di prevenire o attenuare i disturbi di ansia, gli attacchi di panico o i disordini post-traumatici, “agendo sul comportamento e lasciando intatto il sentimento di pericolo, necessario, in natura, per la sopravvivenza”.
Dimenticate dunque i vecchi cari tranquillanti dai risultati spesso inadeguati e dai più svariati effetti collaterali.

Claudia Fazio

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