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17 luglio 2011

Internet ci rende più intelligenti o ci rimbecillisce?

Una ricerca americana sembra confermare le tesi di quelli che – potremmo dire parafrasando Umberto Eco – assumono una posizione “apocalittica” nel confrontarsi con il web. Si tratta di quegli intellettuali e di quei critici del mezzo che sta rivoluzionando la società umana, che considerano gli aspetti negativi della diffusione di massa di internet preminenti rispetto a quelli positivi.

Lo studio è stato effettuato dai ricercatori della Columbia University, con l’intento di scoprire gli effetti dell’esposizione a internet sul sistema neurobiologico umano, e in particolare sulla capacità mnemonica. Gli studiosi hanno esaminato le conseguenze di un ininterrotto approccio con una mole infinita di informazioni.

Un “information overload” fomentato da quei nuovi apparecchi che consentono a chiunque possegga un netbook, o ancora meglio uno smartphone, di accedere a qualunque informazione mediata da internet in qualunque luogo esso si trovi.

Non sono più il pc di casa o quello dell’ufficio i privileggiati mezzi di accesso al web. L’adattabilità di internet agli apparecchi portatili cresce in maniera incessante, e con essa la possibilità di accedere a qualunque informazione in pochi secondi.

Lo studio dimostra che la possibilità di accedere a qualunque informazione, in qualunque luogo e in qualunque momento, non porta con se solo conseguenze positive. Sarebbero allarmanti, infatti, le ripercussioni sulla memoria di questa rivoluzione del mondo della conoscenza.

Per arrivare a questa conclusione gli studiosi hanno effettuato quattro test. Il primo a venire sottoposto al campione della ricerca è stato il Test di Stroop, un esperimento che consiste nel pronunciare il nome del colore con il quale è stata scritta una parola. I ricercatori si sono accorti che i compontenti del campione di ricerca si soffermavano maggiormente sulle parole inerenti all’informatica, il che dimostrerebbe una relazione inconscia fra il bisogno di informazioni e l’utilizzo dei computer.

Il secondo e il terzo esperimento sono stati svolti attraverso una serie di domande e chiedendo agli studenti volontari di prendere appunti su una determinata materia.

A metà degli studenti è stato assicurato che le informazioni da loro raccolte sarebbero state salvate su un computer, mentre agli altri è stato detto che una volta raccolti, i loro dati non sarebbero stati cancellati. La seconda metà di studenti, secondo quanto rilevato dagli studiosi, avrebbe immagazinato meglio le informazioni rispetto a quelli che si sono ancorati alla possibilità di salvare i propri appunti.

I test hanno dimostrato che le persone si preoccupano maggiormente di cercare informazioni su internet che di ricordare il contenuto di ciò che leggono. Questo sarebbe dovuto alla coscienza della possibilità di poter nuovamente accedere a quelle informazioni in futuro.

Il web sarebbe perciò come una scatola dalla quale attingere le informazioni ogni volta che ne abbiamo bisogno, e nella quale depositarle nuovamente dopo esserci entrati in contatto, nella consapevolezza di poter tornare a consultarle quando ne avremo voglia.

Questa teoria è sostenuta anche dal quarto ed ultimo esperimento, che dimostra come i soggetti che si sono sottoposti al test (circa cento persone) ricordassero meglio il luogo in cui le informazioni erano reperibili rispetto al contenuto di esse.

Questi test dimostrano una forte dipendenza dell’uomo dell’era digitale rispetto ad internet, e una sua più scarsa disposizione a sfruttare le proprie capacità mnemoniche.

Quella verso i rischi che potrebbe causare una eccessiva disponibilità di informazione, è una denuncia che risale al mondo classico. Secondo quanto riportato nel suo dialogo “Fedro“, Socrate temeva l’invenzione dei libri, i quali secondo la sua opinione avrebbero facilitato la dimenticanza nell’anima dell’uomo. Un fiducioso affidamento di se stessi ai libri, da parte dei lettori, secondo il filosofo greco, avrebbe danneggiato la mente dell’uomo.

La denuncia verso un simile effetto causato dalle nuove tecnologie è stata mossa dallo studioso Nicholas Carr. Egli, nel suo libro “I Superficiali” (The Shallows) e in alcuni articoli pubblicati su importanti riviste scientifiche, ha a più riprese espresso il proprio timore verso le nuove tecnologie. Secondo Carr, queste ci starebbero rendendo stupidi.

La teoria dello studioso potrebbe essere sintetizzata in una sua frase: “un tempo ero in grado di navigare in profondità come un sub nel mare delle parole. Ora sfreccio in superficie come uno sciatore acquatico”.

Lo studioso, attraverso questa metafora, vuole lamentare l’annichilimento dell’interesse verso i particolari delle cose, verso la loro “profondità”, causato da internet, e al tempo stesso riconoscere l’importanza di un accesso infinito al sapere.

L’approfondimento è offerto da internet, ma la maggior parte dei navigatori preferirebbe restare superficialmente “in superficie”. Secondo Carr, inoltre, la tecnologia rimodellerebbe continuamente il nostro cervello. Ammette però, che un’influenza di questo genere non è in ogni caso negativa.

Completamente discostante il parere di un altro studioso, Steven Pinker, docente di Psicologia all’Università di Harvard. Secondo Pinker, il timore verso le nuove tecnologie sarebbe insito nella natura della reazione umana verso le novità.

In effetti la paura di buona parte dell’opinione pubblica ha accompagnato la comparsa di manoscritti, testi stampati con caratteri mobili, giornali, libri tascabili indirizzati alla formazione della letteratura di massa, televisione, fumetti, videgiochi, cinema, eccetera.

Emblematico il caso di quest’ultimo, che testimonia come non sia solo l’affermarsi di nuovi mezzi, ma anche i progressi del singolo medium a intimorire intellettuali e non.

Ogni innovazione apportata alla “settima arte”, ha infatti sempre causato dei timori, anche se l’opinione pubblica non denunciava il rischio di un più scarso ricorso alla memoria ma la perdita di parte della purezza cinematografica. Questa paura ha accompagnato l’affermarsi del cinema sonoro, delle pellicole a colori e oggi sta seguendo l’emergere dei film in tre dimensioni.

Pinker ha voluto far notare come tutti i timori che hanno accompagnato l’affermarsi delle nuove tecnologie, non abbiano mai trovato riscontro nella realtà.

Probabilmente la maggior parte della responsabilità del funzionamento di un cervello, è attribuibile a chi lo utilizza. Forse, se ognuno fosse in grado di filtrare le informazioni e immagazzinare ciò che più può avvantaggiare la propria crescita sociale ed intellettuale neppure ci si porrebbe questiti come: “la tecnologia ci aiuta o ci rende stupidi?”. Si accoglierebbe ogni innovazione con entusiasmo.

Per giungere a una realtà simile, probabilmente bisognerebbe favorire la presa di coscienza di ognuno delle conseguenze positive e negative di un incessante accesso alle informazioni. Sicuramente, ricerche come quella condotta alla Columbia, si muovono in questa direzione.

Alessio Testa

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