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24 agosto 2011

Il crollo della ricerca: Italia maglia nera d’Europa

Che in Italia ci sia da tempo un generale disinteresse verso il settore della ricerca, è noto a tutti. Fino ad oggi, però, le valutazioni si sono basate principalmente sul calcolo dei fondi statali destinati alla ricerca e sulle testimonianze dei ricercatori italiani costretti ad emigrare verso terre più fertili. Non è un segreto, infatti, che le menti italiane sono tra le più brillanti in assoluto e molto spesso sono proprio i ricercatori italiani, i cosiddetti “cervelli in fuga”, a compiere importanti scoperte scientifiche.

Oggi una ricerca olandese, in collaborazione con l’Università di Bologna, pubblica i numeri di un sistema che nel nostro Paese è ormai crollato: per la prima volta in trent’anni la produzione scientifica dell’Italia ha smesso di crescere e dà segnali d’arretramento. Tutto arretra, esperimenti e scoperte, come quota percentuale dell’intera produzione mondiale e, ancor più significativo, in termini assoluti come numero di articoli scientifici pubblicati.

Il lavoro è stato pubblicato da Research Policysegnala e realizzato da Henk Moed, esperto bibliometrico, e Cinzia Daraio, docente di economia e organizzazione aziendale all’Università di Bologna.

Dati alla mano le pubblicazioni italiane hanno conosciuto un percorso di crescita dal 1980 (erano 9.721) al 2003 (sono diventate 39.728, quattro volte tanto). Nei cinque anni successivi si è proceduto tra depressioni e fiammate fino al 2008: 52.496 articoli italiani resi pubblici nel mondo, un record. L’anno dopo, il 2009 (ultimo dato conosciuto), il crollo: dodicimila pubblicazioni in meno, poco sopra quota 40 mila, bruciata la crescita di cinque stagioni.

I numeri sono sconcertanti. Siamo ultimi per numero di ricercatori rispetto alla popolazione: sei ogni diecimila abitanti. Metà della Spagna e un terzo della Gran Bretagna. Siamo ultimi (insieme a una Spagna che ci ha appena raggiunto) per investimenti pubblici nella ricerca: sono lo 0,4% del Prodotto interno lordo. E i nostri privati non riescono a sostituirsi a Stato, Regioni e Università, il loro investimento arriva solo allo 0,6% del Pil. Nelle collaborazioni internazionali, quelle che spesso forniscono il prodotto intellettuale più nuovo e solido, tra i sei “big europei” siamo penultimi. Eravamo secondi negli Anni Ottanta. In generale, il contributo italiano alle pubblicazioni nel mondo è pari al 3,3%.

Ed è Cinzia Daraio ad entrare nelle ragioni della crisi: «C’è una trentennale disattenzione della politica italiana verso la ricerca», afferma, «e oggi assistiamo all’inizio del declino della scienza italiana. È interessante notare come i ricercatori italiani restino i primi per produttività individuale: ogni due anni esce un nostro nuovo lavoro realizzato insieme a uno studioso straniero. Si chiama “effetto di compensazione”: per bilanciare gli investimenti risicati, gli studiosi italiani si impegnano più degli altri». Ancora la Daraio dichiara «Abbiamo difficoltà a competere sui fondi europei per la ricerca, portiamo a casa meno di quanto versiamo. Gli altri paesi fanno piani ventennali e influenzano le scelte della Ue, noi ci ritroviamo con i professori a fare fotocopie degli scontrini per le note spese da presentare a Bruxelles».

Il quadro non è confortante e non si intravedono all’orizzonte segnali di ripresa.

Arturo Catenacci

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