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17 settembre 2011

L’inaugurazione di un nuovo mondo

Cosa c’è in comune tra lo scrittore italo-americano John Fante, il suo sognante e irascibile alter ego Arturo Bandini, e il complicato pensiero del filosofo tedesco Heidegger?

Quale è la relazione tra due mondi (quello dell’articolata ricerca ontologica heideggeriana e l’appassionata e sghemba avventura letteraria fantiana) apparentemente inconciliabili?

Prova ad analizzare il tema uno dei massimi pensatori italiani, il filosofo Gianni Vattimo, che, il 20 agosto scorso ha tenuto a Torricella Peligna (Chieti, Abruzzo) una conferenza a riguardo.

Il luogo e l’ambientazione sono significativi. La mediateca “Jhon Fante”, nel paese d’origine del padre dello scrittore, all’interno di un festival letterario dedicata allo stesso Fante: “IL DIO DI MIO PADRE”, che ha raggiunto quest’anno la sesta edizione.

Precisa Vattimo “Questa non è una lectio magistralis, ma una conversazione di sabato pomeriggio perciò non vi aspettate tutto messo in ordine».

Premessa determinante che giustifica un approccio diretto e informale (accettando domande e interagendo continuamente con il pubblico) che tocca il culmine quando intona una vecchia canzone di Kurt Weill sfoggiando un invidiabile tedesco.

Il suo approccio è concettuale : «Leggerei John Fante senza entrare nei meccanismi dei suoi racconti: Mi sono messo in una prospettiva diversa e mi sono chiesto: cosa posso dire io di questo autore?»

Ed è significativo considerare il continuo riferimento ad Heidegger sopratutto nella definizione dell’opera d’arte in se. Secondo il filosofo tedesco: “L’opera d’arte inaugura o apre un mondo”, crea una nuova prospettiva diversa nel punto di vista di chi ne fruisce.

In questo, dice Vattimo, John Fante è un esempio poiché rappresenta il costante riferimento a luoghi sconosciuti eppure innegabilmente legati alle propria cultura e al proprio essere (esattamente come il paese del padre, Torricella Peligna, così indirettamente presente nei suoi racconti ma mai visitato dal vivo). La sua letteratura è sopratutto la descrizione di prospettive e situazioni non vissute ma profondamente legate alla definizione del suo io (da qui quindi i continui rimandi all’Italia e alla figura di un padre amato e odiato, alla sua docile e abitudinaria madre, alla sua condizione di non americano nato in America)

Perciò, continua il filosofo “l’esperienza di verità che si fa anche con Fante è la capacità di mettere in crisi il proprio mondo” in una ricerca continua di autodefinizione di se che non può trovare risposta poiché verrebbe meno la qualità e il senso stesso della ricerca.

Ed è indubbio, come affermato dal “mediatore” Prof. G. Lucchetta (Università di Chieti) che ogni parola del filosofo resta impressa nella sua lucidità.
Vattimo -infatti- è un intelligenza che rimane“. E questo, evidentemente, non può essere discusso.

Nicola Baccelliere

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