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16 settembre 2011

Lotta all’Aids: la possibile soluzione arriva dal gatto transgenico fluorescente

La sorprendente notizia ha fatto subito il giro del mondo: tre docili gattini nati in laboratorio nel cui DNA sono stati inseriti il gene di una medusa e quello di un macaco.

Stando allo studio, pubblicato sul Nature Methods, il primo li renderebbe fluorescenti agli ultravioletti; il secondo (ed è qui la vera novità) resistenti al virus da immunodeficienza felina, sindrome per molti aspetti simile all’Aids umano.

Merito dell’esperimento condotto da un’equipe di ricercatori del Mayo Clinic College of Medicine di Rochester, in Minnesota (Usa) in collaborazione con la Yamaguchi University (Giappone).

Dopo aver inoculando i geni di macaco e medusa nelle cellule uovo del gatto attraverso un lentivirus (o virus vettore), le cellule fecondate sono state trapiantate in 22 gatte, che hanno dato alla luce tre mici transgenici (ai quali sono stati dati i “nomi” di TgCat1, TgCat2 e TgCat3).
Uno dei tre si è poi accoppiato, generando una seconda cucciolata di felini transgenici fluorescenti.

Ma a cosa si deve la scelta di queste tre specie animali?

Non tutti sanno, ad esempio, che il Dna del gatto è per oltre il 90% corrispondente al Dna dell’uomo e che il Fiv (il virus responsabile dell’immunodeficienza felina) è geneticamente simile all’Hiv che colpisce gli organismi umani.

Perché i macachi allora?

Il macaco, rivelando gli autori della ricerca, possiede un particolare gene TRIMCyp (quello introdotto nelle cellule uovo della sperimentazione) capace di sintetizzare una proteina che inibisce la replicazione del Fiv, immunizzando la scimmia dall’infezione virale.

Passi per i macachi, ma la medusa…cosa c’entra la medusa?
C’entra eccome invece.

Il gene della medusa ha una proprietà sconosciuta ai noi profani: sintetizza la Gfp (Green fluorescent protein), proteina responsabile della caratteristica fluorescenza verde dell’animale.
Il suo ruolo è stato, dunque, decisivo: la Gfp ha infatti permesso di tracciare la presenza del TRIMCyp e di rendere così visibile la reazione dei nuovi geni alla stimolazione virale.

Nell’attesa che questa nuova razza felina (giudizi morali a parte) sviluppi la tanto sospirata resistenza al Fiv, i nostri ricercatori non hanno perso tempo, introducendo il virus anche in colture di globuli bianchi umani.
Sorprendente il risultato: il gene TRIMCyp si è dimostrato perfettamente in grado di sintetizzare le proteine incaricate di demolire l’involucro esterno del virus, impedendo di fatto all’agente patogeno ogni accesso al sistema immunitario dell’organismo ospitante.

Al momento, però, restano da sciogliere alcune, importanti riserve.
Tuttavia, assicurano gli esperti, la strada è quella giusta.

«Una delle cose più belle di questa ricerca – ha commentato il responsabile del progetto, Eric Poeschla, del Dipartimento di Medicina molecolare del Mayo Clinic College of Medicine – è che porterà benefici sia alla salute umana che a quella dei felini».

Auguriamoci che abbia ragione, non solo per noi ma anche per i nostri amici a quattro zampe.
Anche se, su quest’ultimi, non mi farei troppe illusioni, purtroppo.

Matteo Napoli

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