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11 settembre 2011

L’università di Washington avverte: “Nei prossimi 30 anni niente più ghiacco sull’Artico”

Ghiaccio bollente sull’Artico. Nell’ultimo anno i ghiacci si sono sciolti a velocità mai viste. Nei prossimi trent’anni il Polo Nord potrebbe restare senza nel periodo estivo, con ben 40 anni di anticipo rispetto alle previsioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), il gruppo incaricato dall’Onu di monitorare i cambiamenti climatici.

A stilare il tragico verdetto l’Università di Washington, con una ricerca condotta sotto la direzione di Axel Schweiger, responsabile del Centro di Studi polari. Gli studi hanno concluso che l’estate scorsa il volume di ghiaccio marino artico ha raggiunto il livello più basso nella storia recente.

L’area, generalmente coperta dalla coltre per almeno il 15% della sua superficie, la scorsa settimana è scesa a circa otto milioni e mezzo di chilometri quadrati: un’estensione inferiore a quella registrata nel 2007.

Non tutti i mali però vengono per nuocere, almeno secondo gli estrattori di petrolio dei paesi industrializzati, i cui interessi economici sono sempre più stimolati. Nell’Artico sono infatti presenti serbatoi di petrolio pari a 160 miliardi di barili.

Lo scioglimento dei ghiacci, provocato dall’innalzamento della temperatura dovuto alla combustione degli idrocarburi, renderebbe facilmente accessibili le risorse energetiche nascoste e modificherebbe le rotte commerciali tra Atlantico e Pacifico.

Peter Wadhams, professore di Oceanografia all’Università di Cambridge e massimo esperto mondiale del ghiaccio artico, ha lanciato un avvertimento sui rischi di un incontrollabile disastro naturale causato dalle esplorazioni petrolifere. Eventuali fughe di greggio da trivellazioni sottomarine sarebbero di difficilissima gestione nelle condizioni ambientali dell’Artico.

Il petrolio verrebbe a contatto con la superficie del ghiaccio e poi assorbito dallo stesso e così trasportato attraverso l’oceano e rilasciato ai primi caldi: fattori geografici, chimici e fisici fanno della corsa alle riserve energetiche artiche la più pericolosa forma di esplorazione petrolifera mai tentata.

Claudio Capanni

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