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20 settembre 2011

Marjane Satrapi e il suo Poulet aux Prunes

Dopo il successo a fumetti – divenuto nel 2007 film- di Persepolis , il racconto autobiografico di Marjane Satrapi che parte da Rasht, la sua città natale sul Mar Caspio, passando insieme alla sua adolescenza a Tehran, fino al girovagare in Europa e al trasferimento a Parigi, l’autrice iraniana torna sullo schermo insieme a Vincent Paronnaud con Poulet aux prunes , una favola romantica e malinconica presentata in concorso al Festival di Venezia, ma uscitane senza premi.

Siamo a Theran, è il 1958. Non c’è traccia dello sfondo politico che animava Persepolis: come la rivoluzione islamica e le insopportabili leggi dell’ayatollah Khomeini -vedi l’obbligatorietà del velo per le donne che torna nel 1980-. In Poulet aux Prunes l’atmosfera è fiabesca. Vicoli della città che sembrano ricostruiti per la scena di un teatro, giardini che alternano lo sbocciare di gelsomini al lento e sognante cadere fiocchi di neve, interni di negozi come scrigni pieni di particolari meraviglie.

Qui vive Nasser Ali (Mathieu Amalric), violinista di fama internazionale, votato alla musica –è l’arte l’unica via attraverso cui tentare di trovare il senso della vita-, che decide di lasciarsi morire.
Che fuori fiorisca o nevichi, tutto è cupo in casa sua: le cene animate da reciproci rimproveri e accuse della moglie, i figli amati ma forse un po’ fastidiosi. Nasser Ali decide di morire dopo aver visto il suo violino farsi in mille pezzi durante una lite con la moglie -troppo innamorata, non ricambiata e esasperata dall’apparente disinteresse del marito verso tutto eccetto la musica-.

Nemmeno comprare nell’emporio di un bizzarro mercante quello che sembra essere il violino dei sogni restituirà al protagonista l’estasi della musica. E proprio da questa perdita si ripercorrono le tracce della giovinezza di Nasser Ali. Incontri, scene familiari, lezioni di musica ma anche un po’ di filosofia con il gran maestro, e un innamoramento. Quello perfetto e irrealizzabile nei confronti della bella (emblematicamente) Iran(Golshifteh Farahani), a causa del padre di lei che per la figlia vuole un uomo economicamente rassicurante, non un musicista.

Mentre Nasser Ali resta inchiodato al suo letto ad aspettare l’Angelo della morte, lo spettatore va un po’ avanti, un po’ indietro nel tempo. Così si scopre che il matrimonio infelice del protagonista è stato dettato dal suo incondizionato amore nei confronti della madre (Isabella Rossellini) decisa a tutti i costi a sistemare il figlio ormai quarantenne; i flash-forwards ci intromettono nelle vite future dei due figli di Nasser Ali : una bambina cresciuta e divenuta una Chiara Mastroianni cinica e molto poco sognante, poi non così diversa dal padre, e un figlio non proprio sveglio, trasferitosi negli Usa con tanto di moglie biondissima e vestita di fucsia e tre figli grassi e ghiotti di pizza e hip pop.

Se la perdita di Iran durante la giovinezza, si è trasformata in una rincorsa irrefrenabile verso la perfezione della musica a cui Nasser Ali ha votato la sua esistenza, la distruzione dell’amato violino è un secondo ed invincibile trauma. E niente può dissuadere il musicista a voler tornare alla vita, nemmeno quel pollo alle prugne preparatogli dalla moglie, che era un tempo il suo piatto preferito.

Una musica cullante, una storia d’amore infelice ma struggentemente composta e che a tratti commuove, e le divagazioni della Mente di Nasser Ali che diventano quadretti comici-come i diversi modi con cui procurarsi la morte- talvolta disegnati, talvolta in costume- come quando Nasser Ali aspira ad una morte nobile e tragica alla Socrate-.

Un Pollo alle prugne ricoperto da un ‘aura surreale e da una giusta quantità d’ironia e capacità di commuovere.

Benedetta Michelangeli

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