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9 settembre 2011

Nuova scoperta sulla plasticità cerebrale e della corteccia visiva

Un breve periodo di esperienza visiva anomala dell’età adulta altera il sistema visivo ma non in maniera dannosa.

Questo è quanto sostengono i ricercatori dell’ Istituto di neuroscienze del Cnr, Università di Firenze e di Pisa, Fondazione Stella Maris guidati da Claudia Lunghi, David Charles Burr e Maria Concetta Morrone.

Questa scoperta è un passo in avanti verso nuove applicazioni in ambito diagnostico e terapeutico, specie nel caso del popolarissimo “occhio pigro”.

Immaginiamo di chiudere per alcune ore l’occhio che vede meno con un pacht ( la pezzuola usata dagli oculisti). Quando lo riportiamo alla visione –spiegano i ricercatori- sarà così bramoso di informazioni, da rafforzarsi al punto di vincere la competizione con l’occhio sano per effetto della corteccia visiva che, nella persona adulta, ha un grado di plasticità molto più elevata di quanto si pensasse”.

Negli anni ’60 – continua Burri premi Nobel David Hubel e Torsten Wiesel dimostrarono come un periodo di stimolazione visiva anomala anche breve abbia conseguenze sull’organizzazione della corteccia visiva. Se, per esempio, viene a mancare l’input proveniente da un occhio (deprivazione monoculare), la corteccia si sviluppa in maniera abnorme e tutte le cellule rispondono all’occhio aperto, mentre il deprivato rimane inesorabilmente deficitario. Questo è vero anche per gli esseri umani: se una cataratta monoculare congenita non viene operata nei primissimi anni di vita l’occhio rimane per sempre pigro. Si pensava però che, una volta causati i danni da input visivo anomalo, la plasticità della corteccia visiva fosse praticamente ridotta a zero: il nostro studio mette in discussione tale convinzione”.

I risultati ottenuti dimostrano il grande potenziale plastico corticale degli adulti -riprende Lunghie che la rivalità binoculare per cui, quando le immagini provenienti dai due occhi sono molto differenti, il cervello non le fonde ma preferisce sopprimerne una, può essere un metodo rapido e non invasivo per misurare la plasticità del sistema visivo in maniera sensibile e accurata. Il risultato, inoltre, è clinicamente importante, in quanto la terapia occlusiva dell’occhio ‘buono’ è comunemente utilizzata per il trattamento dell’occhio pigro nei bambini ma non esistono Linee Guida, né Protocolli che diano indicazioni scientificamente provate sul suo utilizzo”.

Per questo motivo è in corso di preparazione una ricerca in collaborazione tra Stella Maris e Azienda ospedaliero-universitaria Meyer di Firenze per monitorare, utilizzando la rivalità binoculare, i cambiamenti plastici durante il trattamento dell’ambliopia anisometrope in età pediatrica e soprattutto per delineare un Protocollo terapeutico che indichi come, quando e in quali situazioni utilizzare la tecnica della deprivazione di visione (il patch) e in base al quadro clinico, delineare anche i “dosaggi”, ossia per quanto tempo utilizzare questa metodica dato che, come detto prima, attualmente non esistono Linee Guida, né Protocolli che possano dare indicazioni scientificamente provate.

Dora Della Sala

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