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2 ottobre 2011

Being Googled: le conseguenze degli internet tools sulla nostra cognizione

Recentemente è stata diffusa un’ inforgrafica che riassume le conclusioni di una serie di ricerche psicologiche condotte da una equipe di ricerca della Columbia University, in collaborazione con i portali specializzati sciencemag.org, pbs.org, e le testate Wired e Discoverymagazine. Il gruppo di Betsy Sparrow ha esaminato l’impatto sulla cognizione (memorizzazione e apprendimento) dei motori di ricerca e delle utilities messe a disposizione nell’ambiente di Internet e prendendo ad esempio Google e i suoi numerosi tools usati da milioni di persone nel mondo.

Prima di Google – L’epoca che precede l’adozione di Internet come ipermedium di servizi a disposizione della comunità di utenti si contraddistingueva per caratteristiche come:
-* Limitate possibilità nel reperimento e raggiungimento delle informazioni . La limitazione era essenzialmente legata al supporto (libri, riviste, vhs occupano spazio, hanno tempi di produzione definiti e piuttosto lunghi)
-* – Capacità di memorizzazione legata all’influenza degli stimoli informativi sulla nostra memoria visiva e al nostro interesse posto a motivazione dell’acquisizione cognitiva
-* – il recupero delle informazioni già processata era interamente basato sui meccanismi neuropsicologici dell’attività di ricordo, non essendo sviluppati e diffuse le tecnologie di stoccaggio immateriale delle informazioni.

Con Internet e Google– La rivoluzione nell’organizzazione delle informazioni apportata dall’ipertesto ha immediatamente influito sui meccanismi della reperibilità delle informazioni:
-* L’informazione è immediatamente disponibile e in tempi rapidi. Se vogliamo sapere di un argomento, un fatto, rimediamo consultando la marea di spunti presente in Rete
– con la logica oracolare dei motori di ricerca siamo portati a a non codificare internamente e con sistematicità l’informazione. La fase di ricerca risulta enfatizzata perché facilitata
-* – La memorizzazione tende ad essere affidata a supporti esterni. L’esteriorizzazione del processo di immagazzinamento ci induce a trattenere più selettivamente l’informazione in memoria e inoltre ci spinge a ricordare “dove” abbiamo stoccato l’informazione che ci interessa piuttosto che mettere in atto meccanismi di recupero dei contenuti di dettaglio dell’informazione stessa

Le 3 conseguenze “buone” della simbiosi con pc e i vari tools, cioè con un alto livello di accessibilità ad una immensa memoria transitoria sono:
-* – L’enorme capacità di memorizzazione delle memorie di massa dei nostri pc ha conferito a ciascuno di noi un livello di accessibilità delle informazioni immesse mai sperimentato prima

-* – Il nostro ricordo può cadere in fallo, risultare lacunoso o offuscato : il pc, l’ipertesto e i vari tools di ricerca e organizzazione delle informazioni salvate funzionano come fact-checkers, dei verificatori, che interrogati danno la possibilità di un rifacimento memoriale e di correggere possibili incoerenze ed errori a cui naturalmente tendiamo.

-* – La migliore accessibilità, le modalità arricchite nella visualizzazione di informazioni e concetti, l’organizzazione visiva e spaziale mediante interfacce friendly costruite in base ad analogie e metafore che indirizzano all’interazione richiamando la funzione degli oggetti comuni nell’esperienza quotidiana di tutti (la scrivania/desktop, il cestino, il fascicolo, il raccoglitore, il mappamondo ecc..) complessivamente possono assistere, facilitando o addirittura innovando la nostra capacità memoriale e di organizzazione.

Le 3 conseguenze “cattive” invece risultano essere :

-* I nostri usi dei tools pc/internet based tendono a configurare una estrema economia sui dettagli informativi. In pratica siamo portati spesso a esperirli come rimpiazzo, ad affidarci troppo all’esteriorizzazione da loro permessa.

-* – Le nuove abitudini sorte con l’uso sociale delle funzionalità software più comuni possono interferire nello sviluppo della conoscenza cosiddetta “profonda”, di tipo concettuale, sostanzialmente tendendo a sollevarci dall’analisi in dettaglio e rendendo comune e diffusa una fruizione delle informazione dai tempi decisamente contratti.

-* – Se il pericolo dell’overload (“troppa informazione = nessuna informazione”) è naturalmente connesso all’eccesso nella disponibilità di tante informazioni da tante fonti, è altrettanto verissimo che l’universo ipertestuale della Rete è pieno di informazioni incorrette, parziali, false, ponendo un problema serio sull’attendibilità delle fonti. Il risultato potrebbe essere quello di basare le nostre assunzioni semplici o complesse su una mole di informazioni sbagliate perché non adeguatamente controllate o controllabili.

Raffaele La Gala

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