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7 ottobre 2011

Il Polo Universitario di Grosseto nella morsa della crisi

Ancora cattive notizie per l’università italiana.

A lanciare l’allarme, stavolta, è il sindaco di Grosseto, Emilio Bonifazi, in occasione dell’ultimo consiglio comunale: «Il Polo Universitario Grossetano, con i suoi ventiquattro dipendenti è una realtà importante, che a questo punto merita una riflessione collettiva».

Nodo della questione il buco di un 1 e 756mila euro registrato nell’ultimo anno di attività del Polo.

Secca la replica dell’attuale direttore amministrativo del Polo, Milvia Bruschi, che, in una nota al vetriolo, ha fatto notare come «al momento in cui viene effettuato il trasferimento di risorse all’Università di Siena, a titolo di parziale rimborso delle spese per la docenza, si crea una perdita di esercizio che viene però coperta automaticamente con le riserve statutarie».
 
«Nello specifico del Bilancio 2010, appena approvato — ha commentato la Bruschi — le riserve statutarie sono risultate pari a 4.268.427 euro e pertanto su tale base si è provveduto alla copertura della perdita di esercizio di 1.756.839 euro».

A preoccupare, insomma, è il fatto che per la prima volta, dopo anni, la Fondazione del Monte dei Paschi di Siena ha chiuso i fondi tradizionalmente previsti per il finanziamento del Polo grossetano, le cui attività, ricordiamolo, ruotano intorno all’impegno economico di tre enti: Provincia, Camera di Commercio e Comune di Grosseto, che ogni anno stanziano una quota fissa di 180mila euro.

Una cifre fissa, cui si sommava una quota variabile disposta dalla Fondazione, il cui ammontare oscillava da un minimo di 600mila euro a un massimo di 1 milione e 200mila euro.
 
Un contributo a forte rischio di “estinzione”, nonostante la fiducia degli enti interessati, che ancora sperano in uno stanziamento in forma ridotta. Invano secondo i più.

Ancora un colpo al cuore per l’università italiana, divenuta ormai il bersaglio privilegiato di una crisi economica tanto violenta da apparire quasi fuori controllo.
Una patata bollente nelle mani di una classe politica che, come prevedibile, non s’è lasciata sfuggire l’occasione di inanellare l’ennesima, macroscopica figura da quattro soldi agli occhi del mondo: riforma Gelmini docet.

Stiamo parlando, infatti, di quello che è stato per anni uno dei fiori all’occhiello dell’università italiana, come confermano i frequenti riconoscimenti nazionali ed internazionali che hanno costellato la storia dell’ateneo toscano.

Pensiamo alle Facoltà di Economia di Siena, nella fattispecie il corso che si svolge a Grosseto, terza nella classifica dei migliori atenei d’Italia redatta dal Censis.

Una posizione di tutto riguardo, confermata dal boom di iscrizioni registrato nell’ultimo anno ai corsi di Infermieristica ed Economia appunto, i quali hanno raggiunto con ampio anticipo la soglia minima di iscritti prevista dalla riforma Gelmini.

Segno tangibile di una capacità progettuale e gestionale che, malgrado tutto, ha saputo guardare oltre l’ostacolo o, se volete, la dimostrazione che, catastrofismi a parte, il “leone-università” è ferito ma non è morto.
Almeno non ancora.

Pensiamoci bene.

Matteo Napoli

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