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30 novembre 2011

Fluorosi scheletrica: il ritorno

Un ponte collega l’Ercolano di oggi con quella di duemila anni fa.

Un ponte tra il presente ed il passato che riesce a spiegare l’esistenza di una determinata patologia che colpisce gli abitanti di questo paese vesuviano: la fluorosi scheletrica.

Secondo uno studio recente, coordinato dal Consiglio nazionale delle ricerche di Portici (imcb-cnr), la fluorosi scheletrica affliggeva allo stesso modo anche gli ercolanesi del 79 d.C. quelli che hanno dovuto far fronte alla potente eruzione del Vesuvio che distrusse le città di Ercolano, Pompei e Stabia.

Questa malattia, tipica di posti come la Cina, l’Africa e l’India, è originata da alta concentrazione naturale di fluoro nelle acque e nel suolo, tipica delle aree vulcaniche. La ricerca, condotta da Pier Paolo Petrone del Museo di antropologia della Federico II assieme a Michele Giordano dell‘Imcb-Cnr, Fabio Guarino e Stefano Giustino del Dipartimento di biologia strutturale e funzionale dell’Università, ha dimostrato che questa malattia metabolica dell’osso e delle articolazione, è caratteristica anche delle zone vesuviane.

Sono stati analizzati settantasei scheletri ercolanesi, provenienti dall’eruzione del 79 d.C. in età tra i 0 e i 52 anni e “Dall’esame delle peculiarità morfologiche, radiologiche, istologiche, chimiche, scheletriche e dentarie si è constatato un aumento significativo della concentrazione di fluoro con l’età e un correlato grado di lesione della colonna vertebrale e di altri distretti articolari” spiega Giordano.

“Per la determinazione del fluoro negli scheletri è stata adottata l’analisi di attivazione neutronica strumentale (Inaa). Una tecnica complessa, utilizzata presso lo University of Missouri Research Reactor, che ha rivelato livelli di fluoro da 2.000 a 11.300 ppm (parte per milione), indicativi dell’avvelenamento intra-vitam. I valori di fluoro più alti, maggiori di 9.000 ppm, si osservano negli adulti sopra i 40 anni, che rivelano una fase patologica molto grave, paralizzante, come quella osservata tuttora nelle regioni endemiche”.

Tali valori sono tutt’oggi presenti come dimostrano i risultati dei test clinico-epidemiologici su un campione di bambini in età scolare dei comuni vesuviani, “che ha rivelato l’80% di fluorosi dentaria e caratteristiche cliniche di portata epidemica, quali dolori articolari, dermopatie, ipertiroidismo e contenuto di fluoro nel sangue superiore ai valori massimi raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità dichiara Pier Paolo Petrone, dell’Università Federico II di Napoli.

“La comparazione dunque mostra per le popolazioni vesuviane un rischio permanente, non sempre valutato, anche perché le fasi iniziali della malattia sono mal diagnosticate”.

Maria Salette Porzio

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