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18 novembre 2011

Genetica: l’importanza dell’amore materno

Chi ritiene che l’influsso benefico del calore materno sullo sviluppo della prole vada a concernere esclusivamente i primi anni di vita potrebbe essere presto destinato a ricredersi.

A giudicare dai risultati relativi ad una recente indagine scientifica condotta su alcuni esemplari di topi, sembra infatti che l’ascendente delle madri si spinga ben oltre, coinvolgendo effetti psicosomatici che permangono persino in età adulta.

La scoperta è stata pubblicata sulla rivista americana “Proceedings of the National Academy Of Sciences” e fa riferimento ad una ricerca coordinata da Carola Eva, docente di Farmacologia presso l’università di Torino, in collaborazione con il Neuroscience Institute della Fondazione Cavalieri Ottolenghi (NICO) di Orbassano.

La fase iniziale dello studio prevede una manipolazione genetica, ovvero l’estrazione della proteina NPY-Y1r da effettuarsi all’interno del sistema limbico del topo, che risulta cruciale per il controllo delle emozioni. Gli effetti di tale operazione comprendono una riduzione del peso corporeo ed un curioso stato di agitazione.

C’è un però: le conseguenze cui abbiamo appena accennato faticano a riscontrarsi in quegli esemplari che, loro malgrado, non hanno potuto usufruire di cure materne particolarmente intense. Si tratta infatti di soggetti in cui sintomi di questo tipo tenderebbero a manifestarsi già normalmente, il che rende apparentemente esigui gli effetti della manipolazione.

Viceversa, la differenza fisica e comportamentale appare notevole in quegli esemplari che hanno avuto la fortuna di essere allevati in un ambiente più caldo e premuroso.

A detta degli esperti, i risultati della ricerca suggeriscono che il rilascio del recettore NPY-Y1r nella regione limbica sia fortemente condizionato dall’atteggiamento materno, che ne gestisce dunque indirettamente l’intensità con conseguenti ripercussioni sullo stato psico-fisico dell’esemplare.

È di sicuro un po’ presto per constatare l’impatto che questi esperimenti susciteranno nell’ambito della ricerca genetica umana, ma è fuor di dubbio che da qui in avanti sarà possibile condurre le indagini del caso secondo differenti prospettive.

Soprattutto, è facilmente prevedibile un rinnovato interesse riguardo il particolare condizionamento che l’ambiente relativo al primo periodo di vita di un individuo riuscirebbe ad esercitare sulla successiva crescita psicologica e sulla gestione del metabolismo.

La ricerca ha visto la partecipazione del dottor Rolf Sprengel, proveniente dall’istituto Max Plank di Heidelberg, e della professoressa Paola Palanza, dal Dipartimento di Biologia evolutiva e funzionale dell’università di Parma.

Ai finanziamenti hanno partecipato Regione Piemonte, Unito, Compagnia di San Paolo, MIUR, Fondazione CRT.

Francesco Ienco

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