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26 novembre 2011

Giuseppina Muzzarelli alla Fondazione San Carlo di Modena

La Fondazione San Carlo di Modena sta proponendo un ciclo di lezioni dedicate al Bene Comune e all’elaborazione religiosa della responsabilità sociale. La prossima conferenza sarà tenuta martedì 6 dicembre alle 17,30 da Stefano Piano su “Il bene del mondo”, trasmessa anche in diretta web.È una donna, Gervaise, a percorrere svelta Rue Plonceau a Parigi per recarsi al Monte di Pietà dove rivendere scialli e modeste suppellettili in cambio di qualche soldo nell’ottocentesco Assomoir di Zola. È sempre una donna la protagonista di uno degli episodi dell’ultimo libro di Elena Loewenthal, Una giornata al monte dei pegni (ed. Einaudi, 2010): una disperata che porta un tappeto orientale arrotolato sotto il braccio. È un’altra donna, stavolta un’anziana curva che abbraccia un fagotto di stoffa, quella ritratta nel quadro di Luigi Serra (Al Monte di Pietà, 1878, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna). E così pure Amelia Mechenni dipinge la Banca dei Poveri (Firenze, Collezione Cassa di Risparmio di Firenze): come ultimo avamposto dei miserabili e delle donne disgraziate.

Insomma, è questo lo stereotipo che domina l’immaginario classico trasposto nell’iconografia e nella letteratura riguardanti i Monti di Pietà, che ancora oggi esistono e funzionano. In realtà, si tratta più di contaminazioni culturali che di vertià storica. A svelarlo è la professoressa Maria Giuseppina Muzzarelli.

Professoressa di Storia Medievale presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, è stata anche Vicepresidente della Regione Emilia Romagna, e nel 1973 si è laureata in Filosofia proprio discutendo una tesi sull’origine dei Monti di Pietà in Emilia Romagna. Da quel momento la sua ricerca sull’antica istituzione creditizia non si è più fermata. Massima esperta italiana sull’argomento, ha tenuto, martedì 22 novembre, una lezione alla Fondazione San Carlo di Modena, un approfondimento che si inserisce nel programma di un ciclo di seminari dedicati al Bene comune.

Bene comune è una formula coniata da S. Tommaso d’Aquino, la sua codificazione enciclopedica risponde dunque ad una ratio filosofico-morale, mentre il concetto è ancora più risalente e deriva dalla spiritualità di Francesco d’Assisi. È stato il suo scandalo ad indicare l’alternativa etica rispetto ad una società organizzata attorno all’accumulo della ricchezza. Al suo tempo, dire ricchezza significava già denaro e denaro significava già mercato. E Francesco era proprio un mercante, figlio di commercianti, competente e benestante. Che fosse un uomo del suo rango a spogliarsi di ogni simbolo e di ogni avere per votarsi alla povertà fu ancora più spiazzante. S’intenda il cammino di povertà intrapreso come una condizione di dignità e come gesto politico non volto a rifiutare l’esistenza e l’uso del denaro, quanto piuttosto provocazione per suggerirne modi di circolazione e destinazione alternativi alla cupidigia.

Sbalordisce ancora come “Francesco abbia elaborato un pensiero sulla ricchezza a partire dalla riflessione e dalla pratica della povertà” sottolinea Muzzarelli. Su questo sfondo cristiano si staglia l’invenzione dei Monti di Pietà. Più che di invenzione si dovrebbe parlare di idea mutuata e adattata alle necessità, poichè esisteva già un modello di riferimento a cui gli ordini minoritici e soprattutto Bernardino da Feltre si sono ispirati: antesignani erano i banchi dei prestatori privati, ebrei e cristiani. In età comunale erano proprio le città a valersi di prestatori privati convenzionati su base di condotte, cioè esplicite richieste da parte delle signorie di governo di esercitare l’attività di prestito di consumo: piccole somme che non potevano essere chieste dai cittadini ai grandi banchi dei cambiatori professionali rivolti ai mercanti. Si trattava in ogni caso di prestiti ad interesse, un tasso di mercato certo, ma molto elevato, a volte insolvibile.

Il Monte di Pietà si differenzia da queste realtà private per il fatto di essere, al contrario, una risposta pubblica a necessità private convogliate nel circuito della responsabilità collettiva. Nella tradizione religiosa, si rinviene un archetipo nella fondazione del c.d. Banco Cristiano che funzionava secondo la logica del debito pubblico rispetto al quale si obbligavano i consociati ad acquistarne quote accumulando montagne di denaro da reinvestire nella res publica. Questa metafora insieme all’immagine della redenzione veterotestamentaria di Cristo in pietà danno nome all’istituto: Monte di Pietà, appunto. Un connubio di suggestioni bibliche e terrene che doveva richiamare all’assunzione di un impegno sociale, diverso dall’elemosina o dalla carità, piuttosto orientare verso una responsabilità di servizio, concreto e funzionale, mirato alla ridistribuzione organica e conveniente delle risorse.

Le predicazioni e le processioni pubbliche, organizzate per sensibilizzare la cittadinanza, si fondavano dunque sull’accettazione dell’importanza del denaro e sulla consapevolezza della scarsa generosità dei molti: tensioni interiori che venivano però ricondotte nell’alveo più significativo di una spiritualità addomesticata che scommetteva sulla capacità di salvarsi di quei bisognosi abili al lavoro a cui dare fiducia.

Ancora una volta emerge l’importanza del principio del prendersi cura, non a caso compare frequentemente, nelle rappresentazioni sul tema, il cartiglio con il passo evangelico curam illius habe: la parabola del Buon Samaritano che evoca l’attivazione di uno spirito solidaristico che privilegi la vita, le relazioni, la comunità.

Bene comune ed Economia etica? Oggi, in una situazione di grave crisi globale, si parla molto di microcredito, di lavoro e di ammortizzatori sociali, ma si persevera su strade ormai evidentemente fallimentari. La crisi può invece essere un’opportunità, per mettere a fuoco quel che resta sommerso e sfatare gli inganni, trovando soluzioni che a volte hanno matrici antiche, dimenticate, come questa consapevolezza del primato del primum vivere, non come mezzo, ma come fine, perchè, ha recentemente affermato la teologa ed economista Ina Praetorius, si può fare mondo al di là dei vincoli di un sistema al tramonto.

Laura Testoni

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