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28 novembre 2011

Il gruppo Wu Ming contro l’università di Bologna

Il collettivo Bartleby è ormai una realtà consolidata dell’ambiente culturale emiliano. Trattasi di un’associazione no profit composta da lavoratori precari, studenti e ricercatori nata due anni or sono.

Nell’ultimo biennio l’organizzazione, che deve il proprio nome ad un racconto di Herman Melville, è stata frequentemente impegnata nell’allestimento di eventi culturali di vario tipo a costo zero, svoltisi prevalentemente in via San Petronio Vecchio 30 in locali messi a disposizione dall’Università degli Studi di Bologna.

L’utilizzo dei suddetti spazi (due stanzoni ed un cortile) è attualmente al centro di una rovente polemica tra l’associazione e l’ateneo bolognese, che ha recentemente deciso di non rinnovarne la concessione.

Il motivo? Ora come ora le voci più ricorrenti parlano di lavori strutturali da eseguirsi in breve tempo in vista dell’ampliamento della facoltà di Scienze Politiche.

Il Comune di Bologna, tramite la figura dell’Assessore alla cultura Alberto Ronchi. aveva inizialmente dato la propria disponibilità per la ricerca di nuove location; peccato che, una volta scaduto nel mese di settembre il contratto con l’università, si sia verificato un inatteso passo indietro.

Alla base del ripensamento starebbe l’occupazione abusiva del Cinema arcobaleno compiuta da alcuni giovani di Bartleby lo scorso 11 novembre, insieme a rappresentanti del movimento della Santa Insolvenza.

Tali avvenimenti hanno avuto come ulteriore conseguenza la chiusura dell’accesso alla Sala Borsa della biblioteca comunale, tradizionale luogo di appuntamento per gli esponenti del collettivo.

I diretti interessati, tuttavia, non ci stanno: “Il movimento che si è attivato a Bologna è qualcosa di eterogeneo, cittadino e composto da centinaia di persone. È evidente quindi che non sia sovrapponibile né al nostro, né agli altri centri, a meno che Bologna non abbia il collettivo più numeroso d’Italia. Noi siamo sempre stati parte di ciò che si muove in città, ma questo non esaurisce quello che siamo.”

Dalla parte del Bartleby si è apertamente schierato il Wu Ming, collettivo di scrittori provenienti dal Luther Blissett Project, attivo nel bolognese da oltre dieci anni.

In una lettera esplicita, i suoi esponenti si lanciano in una durissima invettiva rivolta all’ateneo, accusato di ostruzionismo e scarso apprezzamento nei confronti di un’attività culturale che in qualsiasi città europea andrebbe al contrario a riscuotere incentivi ed unanimi consensi.

“Perché? Forse perché si tratta di un soggetto che è anche conflittuale? Perché Bartleby è una delle realtà cittadine impegnate a contestare i tagli alla cultura imposti dal precedente governo – intercettando sia gli studenti sia i lavoratori del settore – nonché le attuali ricette economiche imposte dall’Unione Europea? Forse perché questi studenti criticano le politiche accademiche?”

In un simile clima di tensione e disagio, viene da chiedersi fino a che punto sussistano effettivamente margini di dialogo.

Le parole dell’Assessore Ronchi, incaricato delle trattative, fanno presagire un timido accenno di mediazione: “Noi non chiudiamo le porte in faccia a nessuno e il tempo c’è ancora, ma se vogliono che si ricominci a dialogare devono, prima di tutto, dichiarare che non occuperanno più la Sala Borsa.”

Il collettivo bolognese è dunque tuttora in attesa di conoscere il proprio destino. In tal senso, l’accorato appello che conclude la lettera del Wu Ming costituisce una sintesi di ogni speranza (e timore) dei promotori del Bartleby: “Invitiamo tutti gli intellettuali e gli artisti che hanno attraversato l’esperienza di Bartleby, e tutti coloro che credono si debba dare una chance al proseguimento di un’esperienza come quella, a prendere la parola pubblicamente contro l’ostracismo e in favore di una ripresa del dialogo.”

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