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9 novembre 2011

Lo strano caso della Statale di Milano

C’è crisi, c’è grossa crisi! Crisi psicologica. Stress da spread. Crisi per tutti e in tutte le salse!

Il paese è alle corde, il mondo intero è alle corde! Non se ne esce più!
Qualcuno c’aveva pure provato ad addolcire la pillola. “La crisi non esiste! I ristoranti sono tutti pieni!”, ma niente, tutti a spernacchairlo: “Pappone! Ladrone! Puzzone!”. Indelicati!

Ma tanto se sa, noi Italiani la crisi ce l’abbiamo qui, in testa! A noi ce piace tanto de rosicà, ce rempiamo le giornate! Tanto manco lavoramo, perché nu se fatica, manco facciamo l’amore, perché co sta disoccupazione hai voglia a mette su famiglia!, e nu studiamo, perché tanto, diciamocelo, è meglio pe noi e (soprattutto) pe loro, i “castaioli”, i castori, i castrati (chiamali un po’ come te pare) nu capicce niente di ‘sta storiaccia brutta.

Perdonate lo stile un po’ gaddiano (non lo faccio apposta!), ma è così. Siamo fatti così noi italiani, a noi le cose piace farle strane! Vi racconto l’ultima.

Prendete l’università.
Siamo saliti sui tetti, abbiamo occupato gli atenei, bloccato strade, lanciato appelli a politici, istituzioni, banche, imprenditori, ma niente.

“Manca la grana!”, c’hanno detto, “Poche storie!”.

Eppure, in questo sgangherato paese, le sorprese non finiscono mai!
Succede così che, un giorno, la Statale di Milano (MIRACOLO!) si ritrova in tasca i fondi per assumere 40 ricercatori.
Fiumi di champagne! Calde lacrime di gioia! Siamo ancora in piedi!

Ma alla Statale di Milano ‘sti soldi fanno schifo, talmente schifo che il Senato Accademico, con la morte nel cuore, rinuncia a incassare da banche e altre istituzioni private oltre 4 milioni di euro.

Il motivo? I finanziamenti, essendo destinati alla sola facoltà di Medicina, infastidiscono le altre facoltà.

Una decisione sofferta, assicurano, ma ne è valsa la pena! La par condicio è salva! Alla Statale non ci sono figli e figliastri!
Alla Statale la crisi ci fa un baffo!.

Ma ahimè il Senato non aveva fatto i conti coi soliti villani, morti de fame di turno!
Così per contestare l’incontestabile verdetto senatorio è scattata una petizione, mai vista nell’ ateneo, tra baroni, docenti e ricercatori.

Una lettera, una raccolta firme, che gira tra i quasi 400 docenti di Medicina, i cui primi firmatari, secondo le indiscrezioni, sarebbero i “fastidiosi” Luciano Gattinoni (Dipartimento di Anestesiologia, Terapia intensiva e Scienze dermatologiche) e da Pier Alberto Bertazzi (Dipartimento di Medicina del Lavoro).

«Abbiamo preso atto della decisione del Senato accademico di assegnare in totale ai nuovi 7 Dipartimenti 12 ricercatori a bilancio dell’ Ateneo – si legge nel documento -. A questi si aggiungono 14 ricercatori cofinanziati a fronte di possibili 40 cofinanziamenti ».

Pomo della discordia alcuni contratti triennali per ricercatori, una nuova formula prevista dalla riforma Gelmini. Assegni da circa 156 mila euro a triennio.

«La decisione di limitarne drasticamente il numero ha due motivazioni – continua la lettera -. Il primo: evitare che l’Università debba farsi carico, dopo i primi tre anni cofinanziati, dell’ ulteriore contratto triennale (anche se non esiste alcun obbligo all’automatica stabilizzazione dei ricercatori cofinanziati, ndr ).

Il secondo: i finanziamenti, essendo stati ottenuti solo dalla Facoltà di Medicina e Chirurgia, creano squilibri e conseguenti malumori nelle altre facoltà. (…) Ma quanto ottenuto dalla facoltà di Medicina dovrebbe rappresentare uno stimolo per le altre facoltà alla ricerca di fondi, anziché essere motivo di irritazione, considerando lo spirito della legge 240».

Un chiaro “invito” a riconsiderare una questione che, invece, il rettore Enrico Decleva ritiene assolutamente chiusa.

«È una scelta di prudenza e razionalità – si difende il rettore -. Fare un contratto triennale a ricercatori che poi difficilmente potranno essere confermati in università gli anni successivi è molto cinico».

Già, a che serve illudere ‘sti poveracci! Come dire: ok, è una chance, ma poi? Vuoi vedè che questi, li paghi oggi, li paghi domani, finisce pure che ci pigliano gusto a lavorà?

Annamo bene, annamo proprio bene!

Matteo Napoli

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