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21 novembre 2011

Preghiera islamica nelle università italiane: una possibilità concreta?

Nel marzo 2011 la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo assolveva l’Italia da qualsiasi responsabilità in merito all’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche; essa non era infatti ritenuta lesiva nei confronti del libero pensiero, principio essenziale ai fini di una corretta educazione.

Una sentenza che in molti accolsero come un successo storico, altri storcendo un po’ il naso. Il dibattito intorno al trittico istruzione-laicità-religione è però tutt’altro che chiuso.

A tenere banco negli ultimi giorni è il caso di Melek, studentessa turca di estrazione musulmana in procinto di trasferirsi a Torino con l’intenzione di frequentare la facoltà di Scienze presso il Politecnico.

La giovane ha esposto in maniera molto eloquente alla segreteria quelle che sono le sue perplessità in merito al soggiorno che la attende nel capoluogo piemontese.

A preoccuparla è soprattutto che, in un ambiente culturalmente molto distante dal proprio, non esista per lei la possibilità di perseguire uno stile di vita essenzialmente islamico, che preveda tra le altre cose un momento della giornata dedicato esclusivamente alla pratica religiosa.

I vertici del Politecnico si interrogano dunque sulla reale opportunità di destinare uno spazio specifico dell’ateneo alla preghiera, con tutte le implicazioni (positive o negative) del caso, legate soprattutto alle recenti polemiche sulla questione del crocifisso.

Le parole del rettore Sergio Roda esprimono grande cautela, ma anche disponibilità al dialogo: “non abbiamo ovviamente nessun pregiudizio ma è giusto porre la questione attribuendole l’adeguata importanza, senza ridurla a un mero problema di spazi. Però una soluzione la troveremo di certo.”

Il contesto in cui il dibattito si svolge, va detto, è quello di una città che ormai non si può aver timore di definire multireligiosa; l’islam, da un punto di vista prettamente quantitativo, è ormai stabilmente la seconda religione in Italia e sono circa ventimila i musulmani “torinesi” (all’incirca la metà dei residenti in Piemonte).

Non è un caso che, nel gennaio di quest’anno, proprio l’amministrazione torinese avesse dato il nulla osta per la costruzione di una moschea al fine di ridurre la ghettizzazione degli islamici, costretti il più delle volte a rifugiarsi in luoghi di culto assolutamente abusivi (garage, cantine).

Per quanto riguarda il Politecnico, si calcola che gli studenti stranieri raggiungano ormai il 6% del totale, il che porta a considerare come i temi dell’internazionalizzazione e dell’integrazione religiosa in ambito universitario stiano in realtà salendo alla ribalta con un certo ritardo.

Ad offrire una chiave di lettura, relativamente al caso Melek, è Jalila Ferrero, presidentessa italiana della Interreligious Studies Academy convertita all’Islam: “Probabilmente la studentessa turca che ha chiesto all’Università di poter avere uno spazio per pregare, considera la questione un fatto normale. Il fatto che sia una donna non le impone più riservatezza, forse però è motivo di maggiore sensibilità. Non vorrà essere additata dai compagni, o sentirsi mal giudicata.”

Una questione simile non costituisce oltretutto una novità, o quantomeno non a Torino: risale alla primavera del 2009 l’inaugurazione, presso l’Ospedale Molinette, della “Stanza del silenzio”, apposito ambiente di riflessione spirituale.

Nella stanza, i libri sacri di ogni religione erano messi a disposizione dei degenti, credenti o meno, e di tutti coloro (amici o parenti) che intendessero farne uso per un motivo o per un altro. Non era inoltre esposta alcune effigie religiosa.

Anche in quella circostanza, sfortunatamente, i promotori dell’iniziativa si videro obbligati a fronteggiare un clima, almeno in parte, decisamente ostile, come dimostrarono le numerose lettere di minaccia (di natura xenofoba o integralista) rivolte all’amministrazione dell’ospedale.

Il dibattito, insomma, è più che mai avviato. E a tal proposito appare condivisibile la posizione di Yahya Pallavicini (vicepresidente della comunità religiosa islamica italiana e consulente del ministro dell’Interno nel Comitato dell’Islam italiano), la quale non auspica una rivoluzione ma semmai una presa di coscienza: “È importante che questo tema si ponga in un contesto così diverso come quello dell’Università. Non possiamo certo trasformare un’aula universitaria in un convento talebano ma non possiamo disconoscere neppure la direzione nelle quale è andata la società, che chiede oggi anche nei confronti delle persone di fede musulmana incontro e dialogo in una sana dimensione di laicità.”

Francesco Ienco

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