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29 novembre 2011

Quando l’amicizia è stupefacente

L’amicizia, uno dei sentimenti più diffusi nel regno animale e sviluppato nel genere umano. Quel senso di pace, di benessere che essa provoca, completamente svincolato dagli istinti di conservazione della specie (a differenza dell’amore) che da sempre spinge persone di tutte le età e di tutte le razze ad instaurare relazioni sociali tra di loro.

La domanda che si sono spesso posti gli scienziati è stata: cosa ci spinge a passare del tempo e dedicare parte della nostra vita a persone dale quali siamo consapevoli di non poter ricevere né un aiuto concreto, né un accoppiamento?

La risposta è finalmente arrivata ed è stata stimolata proprio da Facebook, che è ormai noto in fatto di reti di relazioni sociali.

“C’è un meccanismo nel nostro cervello che è separato dagli stimoli sessuali o dal legame fra genitori e figli. Si occupa di facilitare e mantenere legami meno intensi ma più stabili” scrivono Robin Dunbar e Anna Machin, antropologi dell’Università di Oxford, sulla rivista di neuroscienze Behaviour.

Il responsabile biochimico dei legami di amicizia sarebbe, secondo i ricercatori, un neurotrasmettitore appartenente alla classe degli oppioidi endogeni, sostanze chimicamente simili agli oppiacei, ovvero ai derivati del Papaver Somniferum, come la morfina.

Gli oppioidi endogeni, chiamati anche endorfine, sono responsabili delle sensazioni di benessere che proviamo dopo aver praticato qualcosa che ci appassiona, come ad esempio, sport, danza o musica e intervengono anche dopo forti litigate per ristabilire un equilibrio psico-fisico e prevenire la depressione. Il loro effetto immediatamente percepibile è quello del buonumore e dell’ottimismo, questi tra l’altro riducono gli ormoni dello stress e innalzano la soglia del dolore.

“Fin da subito apparve chiara la somiglianza fra le relazioni romantiche e il comportamento dei consumatori di droghe a base di oppioidi”. La solitudine spinge l’uomo a cercare l’amicizia, per ricevere la sua dose di neurotrasmettitore e il piacere dell’euforia che ne deriva.

Facebook è riconosciuto dalla nostra psiche come una comunicazione diretta, quindi provoca rilascio (anche se in quantità moderate, ma a lungo andare croniche) del neurotrasmettitore dell’amicizia, portandoci così a “perdere tempo” sul social network “consumando” la nostra dose di amicizia.

E’ accertato che un individuo generalmente dedica il 40% del suo tempo a coltivare le relazioni con un massimo di circa 5 amici. Con i social network il bacino delle nostre relazioni affettive si è notevolmente allargato ma, per una questione biochimica, difficilmente il nostro cervello riesce a riconoscere e gestire più di 150 amicizie, rendendo così questo sentimento prezioso e da usare con parsimonia.

Mirko Carnevale

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