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1 dicembre 2011

Bambina nata Down: la Sapienza sotto accusa

Siamo nel 1998, Marzo. Maurizio e Marina L. mettono al mondo una bellissima bambina, purtroppo colpita dalla Sindrome di Down. Accettare di portare in grembo un bambino con tale sindrome per una donna, per dei futuri genitori, non è assolutamente una cosa facile da gestire. Pensare di mettere al mondo un bambino che nel tempo dovrà confrontarsi con vicissitudini e problematiche di natura fisica e sociale… rende tutto terribilmente più complicato.

Una scelta molto, molto difficile per i futuri genitori. La legge italiana in questi casi riconosce, però, alla madre il diritto di ”poter decidere liberamente, attraverso un’adeguata informazione sanitaria, la scelta di sottoporsi ad un aborto terapeutico o di rischiare una nascita a rischio genetico”. La madre, dunque, deve essere nelle condizioni di poter decidere in assoluta libertà e deve necessariamente in questi casi, essere supportata da assistenza sanitaria e soprattutto deve essere sottoposta ad analisi adeguate al caso medico che accertino o meno la vitalità del feto o comunque il suo stato di salute in grembo e l’eventuale esistenza di patologie.

Ma cosa accade nel momento in cui tutto ciò non avviene? Nel momento in cui l’assistenza medico-sanitaria non si rivela in grado di aiutare una coppia in attesa di un bambino a capire lo stato di buona salute o patologico del feto? Un maxi risarcimento!

Tutto ciò è quello che nel 1998 accadde alla coppia perugina Maurizio e Marina L. e, un contenzioso giudiziario, è quello che oggi si trovano ad affrontare dopo aver messo alla luce la loro bambina colpita dalla sindrome di Down. L’accusa: non aver ricevuto la possibilità di scegliere e di decidere per le sorti della gravidanza. Oggi Maurizio e Marina L chiedono giustizia e l’assunzione di responsabilità dell’Università la Sapienza di Roma, rea di non aver informato la gestante dell’oggettiva inaffidabilità dell’esito della funicolo cintesi e quindi sulla necessità di ripetere l’esame entro e non oltre la 24esima settimana, termine entro il quale la madre aveva la possibilità di scegliere l’aborto terapeutico.

Già nell’ottobre del 2006 la Corte d’appello di Perugia aveva ritenuto valide le accuse fatta dalla coppia e aveva riconosciuto loro 80 mila euro per danni morali. L’università della Sapienza veniva in quell’occasione condannata al pagamento della somma (minore rispetto alla richiesta di risarcimento fatto dalla coppia di un miliardo e trecento milioni di vecchie lire).

Maurizio e Marina L, però, non si arrendono e faranno presto ricorso in Cassazione, includendo nelle richieste di risarcimento, anche i danni di tipo non patrimoniale. I giudici hanno prontamente chiarito che ”la responsabilità dell’Università è di natura contrattuale” per cui ”nel contratto di protezione tra la gestante e l’Università che effettua le analisi per escludere il rischio genetico, gli interessi da realizzare e tutelare attengono alla sfera della salute in senso ampio” visto che ”l’inadempimento dell’università debitrice della prestazione è suscettibile di ledere i diritti inviolabili della persona e quindi anche della gestante e del padre, che pure è giuridicamente solidale al mantenimento, alla crescita e alla protezione del nato non sano“.

Spetterà oggi alla Corte d’appello di Perugia riconoscere (e quindi liquidare) alla coppia un danno subito maggiore per le analisi approssimative fatte dalla Sapienza.

Pasqualina Scalea

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