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8 dicembre 2011

Biblioteca Sala Borsa, tempio di conoscenza e rigenerazione


Chi nasce a Bologna ha fatto esperienza dei lunghi minuti di attesa, in religioso silenzioso, dopo aver compilato un cartoncino con coordinate di classificazione reperite con difficoltà dagli archivi cartacei, nella sala preziosamente affrescata dell’Archiginnasio, biblioteca centralissima, la più antica della città, che conserva testi antichi dal valore inestimabile. Ma quando fu inaugurata la Sala Borsa tutto cambiò: una biblioteca civica, ancora più centrale, altrettanto fornita (conta oltre 250.000 documenti conservati, tra libri, riviste, multimediali, è la biblioteca pubblica più grande d’Italia), architettonicamente spettacolare, e soprattutto a scaffale aperto!

Una novità non da poco, perchè il rapporto tra cittadinanza e libri diventava finalmente diretto ed immediato, un percorso nelle sale dedicate a settori di ogni genere, con la possibilità di fermarsi su comode poltrone per consultare anche brevemente i testi scelti prima di prenderli in prestito, ma anche per leggerli o studiarli in mezzo agli altri, studenti e studentesse, bibliotecari e persone di passaggio lì per visitare un luogo con una storia artistica, culturale e amministrativa affascinante e complessa.

La Sala Borsa è una delle ale di Palazzo d’Accursio, sede storica del Comune di Bologna e sorge sopra reperti archeologici che testimoniano le sedimentazioni di varie civiltà: quella villanoviana del VII secolo a.C., quella della Felsina etrusca, e quelli della Bononia romana fondata nel 189 a.C. di cui resta una basilica civile; in particolare si trovano tracce di edifici pubblici e religiosi medievali. Le rovine di questi monumenti sono state rinvenute durante gli scavi di restauro e ora sono un sito archeologico visibile sotto la pavimentazione di lastre di cristallo dell’atrio della biblioteca, in questi nobili sotterranei sono possibili visite guidate, ora anche il sabato (per informazioni).

Nel corso dei secoli l’area fu abbandonata e subì un vistoso declino, fino alla sua rinascita nel XIII secolo, quando sopra i ruderi romani vennero edificate alcune abitazioni ghibelline tra cui spicca quella di Francesco Accursio, famoso giurista. Nel 1336 il palazzo è diventato la residenza degli Anziani, la più alta magistratura del Comune e poi la sede del governo della città. Nel 1568 la piazza fu trasformata in orto botanico da Ulisse Aldrovandi, trasferito poi, nel 1765, nell’attuale sede in prossimità di Porta San Donato nella sede della Facoltà di Botanica. Divenne allora campo di addestramento delle milizie cittadine e poi ufficio telegrafico. Nel 1876 il piano terra della sala si trasformò ancora, su progetto dell’ingegnere Antonio Zannoni, venne ristrutturata ed utilizzata per la nuova Residenza delle Regie Poste, aprendo anche l’attuale ingresso sulla piazza del Nettuno, Piazza Maggiore.

La sala centrale era caratterizzata da uno sfondo semicircolare, così nel 1883 questa parte del palazzo venne adibita a centro della vita economica e sociale, divenne la sede della “Borsa del Commercio e loggia per gli agricoltori” destinata alle contrattazioni e agli scambi commerciali che prima avvenivano all’aperto. L’identità mercantilistica che permane anche attualmente nel nome della biblioteca è racchiusa in due immagini raffigurate negli stucchi di alcune stanze, un’ape e una spiga, simboli di operosità. In seguito, durante l’amministrazione del sindaco socialista Francesco Zanardi la Sala Borsa accolse un ristorante e alcuni sportelli della Cassa di Risparmio che ne ottenne l’uso per un periodo di 50 anni. L’inaugurazione della nuova Sala Borsa avviene il 17 luglio 1926. Nel dopoguerra divenne un moderno palasport, arena per i patiti di pallacanestro, e solo nel 1999 venne ideata e decisa la destinazione della piazza coperta a biblioteca.

Su L’Informazione (inserto cronaca bolognese de La Stampa, nella rubrica il Domani), Sabrina Camonchia scrive: “In principio fu Umberto Eco. L’idea era quella del portico telematico: postazioni multimediali per 900 persone, lo spazio sarebbe dovuto diventare la seconda piazza (coperta) della città” (7 dicembre 2011). Non stupisce che sia stato il filosofo bolognese a suggerire questo ambizioso progetto, suggestione sofisticata che richiama l’epoca di Zenone, quando nella grecia del 300 a.C. si insegnava sotto la Stoa, “portico dipinto”, da cui lo stoicismo prende il nome e che ricorda l’urbanistica porticata della dotta Bologna.

Il sito del comune di Bologna spiega come andò: “nel 1990 il Consiglio comunale approvò il progetto denominato Parco urbano di Piazza Maggiore. Esso comprendeva interventi su varie piazze ed edifici centrali: per il complesso dell’ex Sala Borsa si parlava di «piazza coperta» e di sede per istituti culturali. Nel 1991- 92 fu formulata un’ipotesi di trasferimento in Sala Borsa della Biblioteca centrale di Pubblica Alcuni eminenti intellettuali bolognesi pensarono a una nuova «città del sapere», una grande «mediateca», dotata anche di spazi per il riposo: bar, caffè all’italiana, museo dei videogiochi. Nel 1995 la realizzazione della Biblioteca Sala Borsa fu inserita nella rosa delle idee-forza del Piano di mandato per Bologna 2000 città europea della cultura: doveva essere una biblioteca contemporanea, accessibile a tutti, senza differenze di età, livello di istruzione, etnia, con un rapido aggiornamento del patrimonio documentario e attenzione particolare agli strumenti di comunicazione telematica e multimediale.

L’UniBo doveva essere la protagonista del nuovo progetto di libri e lettura pubblica per tutti, ma ci andarono di mezzo i privati e la politica, da quel momento iniziarono a susseguirsi polemiche, traversie. Nel luglio 2001, l’allora sindaco Guazzaloca e la sua giunta decisero dare in locazione (per l’esosa cifra di un milione di euro all’anno) la biblioteca, di propietà del Comune, all’omonima Sala Borsa srl e la Healthness Food srl cui facevano capo, rispettivamente, una libreria e un ristorante. Anche Cofferati, quando divenne sindaco, decise di non risolvere il contratto, per evitare la penale, così i sostenitori di una gestione interamente pubblica coniarono lo slogan di protesta “Fuori i mercati dal tempio”, difendendo l’ideale culturale, non immaginando nemmeno ciò che successe due anni dopo: i privati in bancarotta lasciarono i locali; si aprì un contenzioso per morosità con il Comune; furono messi in mobilità i 44 dipendenti. Per salvare i posti di lavoro – fallito il tentativo di far scattare la cassa integrazione o la ricollocazione dei dipendenti in altre società del patron di Sala Borsa srl, Stefano Bellentani – per molti era necessario un progetto che prevedesse l’ingresso di altri privati con cui negoziare l’assorbimento dei dipendenti.

Nel 2006 si fece avanti la Fondazione Carisbo per mettere in campo progetti e fondi, «abbiamo già investito in passato, contribuendo affinché fosse possibile una chiusura posticipata. Noi crediamo che Sala Borsa sia un’eccellenza per la città, e pensiamo che debba essere un luogo di grande socializzazione per i giovani. Attraversandola, lì si trova con piacere la migliore gioventù della città, quella che discute, parla e studia», disse l’allora vicepresidente, Virginiangelo Marabini. Arrivarono dichiarazioni anche dall’Università, l’allora prorettore Roberto Grandi disse: «Sembra non ci si accorga che sono passati un po’ di anni dal 2000. Oggi l’Ateneo (spesso chiamato in causa su Sala Borsa, ndr) ha già realizzato il progetto nato con Umberto Eco e la giunta Vitali: quelle 300 postazioni per cui l’Università avrebbe dovuto stanziare un miliardo e mezzo di lire sono realizzate al Palazzo Paleotti, in pieno accordo con Comune e Arstud, proprietari dell’edificio».

Così nel 2008 la Sala Borsa fu chiusa il tempo della fase di progettazione e di esecuzione dei lavori: in campo 1 milione di euro, cui si è aggiunto il contributo di 100 mila euro della Fondazione Carisbo.
E arriviamo ad oggi, a festeggiarne il compleanno, 10 anni di traguardi e di trasformismo, ma non finiscono le fatiche…

… La battaglia legale non è ancora finita: nel giugno 2009, il Tribunale ha condannato Bellentani al pagamento di oltre 800 mila euro al Comune per affitti e utenze, ma a maggio di quest’anno la Corte d’appello di Bologna ha ribaltato la sentenza, disponendo che sia il Comune a sborsare più di due milioni di euro. Il ricorso per Cassazione è già stato depositato.

Di più, la Sala Borsa è stata teatro delle recenti diatribe tra la giunta comunale di Bologna e gli “insolventi” dell’ex cinema Arcobaleno i quali avevano occupato i locali. “Si presentano in Sala Borsa e costringono i dipendenti e le guardie a restare oltre gli orari” ha spiegato l’assessore alla cultura Alberto Ronchi, “dichiarino unilateralmente che se ne vanno da Sala Borsa e solo allora cominceremo a fare dei ragionamenti. Devono rendersi conto di quello che hanno fatto e capire che non possono stare lì” (per un approfondimento sulla vicende e le sue evoluzioni). All’assessore sta molto a cuore il futuro della Biblioteca, infatti sta pensando all’apertura domenicale per i mesi invernali fino a primavera, pare che alcuni operatori economici stiano dimostrando molto interesse per questo investimento, possibili sponsor, tra cui la Fondazione del Monte ed Hera.

Resta il fatto che la Sala Borsa è il cuore pulsante della conoscenza e luogo di ritrovo per aggiornarsi nell’emeroteca, consultare volumi, studiare, assistere a mostre e iniziative. Perciò, il 13 dicembre, per il suo decennale, festeggiamola così, con affetto, con le parole della filastrocca scritta appositamente per quest’occasione dal poeta Bruno Tognolini:

Cuore nel cuore di Mamma Bologna/La Salaborsa è un motore che sogna/Sogna bambini che diventeranno/Tutte le cose che sono e che sanno/Ma adesso leggono, non disturbate/Perché leggendo le storie fatate/Stanno scrivendo le cose future/In una Sala di libri e figure

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Laura Testoni

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