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5 dicembre 2011

Christa Wolf, il profumo dei tigli


Christa Wolf
è stata una delle scrittrici e delle pensatrici più autentiche, coraggiose ed impegnate della Germania contemporanea.

Immaginiamo di relazionarci a lei tenendo i suoi libri accanto.

Iniziamo dicendo che è stata testimone della storia dell’Europa della seconda parte del Novecento fino ad oggi. Della sua Berlino e della cultura del Vecchio continente ha saputo raccontare la violenza e le contraddizioni, con realismo e passione, senza rinunciare alle sue idee, senza rinnegare le sue posizioni politiche, senza perdere la forza di immaginare un paese ed un mondo liberi, capaci di riformarsi dall’interno, dopo la grande colpa del nazismo. Pennellate di intelligenza e invenzione mescolate nelle sue opere che indagano la memoria: un passato che non può mai essere rimosso; fonda l’identità; e matura lento nell’evoluzione psicologica.

Prima di addormentarmi penso che di giornate come questa è fatta la vita. Punti che alla fine, se abbiamo fortuna, sono congiunti da una linea. Ma penso anche che possono disgregarsi in un cumulo insensato di tempo passato, e che solo un costante, fermo sforzo dà senso alle piccole unità di tempo in cui viviamo…. (da Sotto i tigli, ed E/O, 1995)

Christa Wolf lo definì futuro agganciato al ricordo (erinnernde Zukunft). Assaporare ogni istante anche nella fatica della contingenza, questa era una delle sue ossessioni, perché anche il quotidiano svela il suo aspetto magico e potente se lo si osserva con attenzione. La ricchezza narrativa della Wolf offre la celebrazione dell’istante, quel momento prezioso che potrebbe insegnare qualcosa di essenziale, da scoprire per capire come non perpetrare il male o semplicemente per arginare la nostalgia di quel che si è perso per sempre, come quello struggimento che coglie in primavera, quando si respira il profumo intenso e sfuggente dei tigli.

Che non si riescano a vivere realmente gli attimi prima di addormentarsi – altrimenti non ci si addormenterebbe – è cosa che mi rincrescerà sempre (idem).

La vigilanza sulla propria coscienza è stata l’altra ossessione e, al contempo, la grande virtù di questa donna che ha ragionato sulla propria biografia e sulla propria azione intellettuale trasformandole incessantemente, al ritmo della vivacità della sua interiorità. Realismo ed esistenzialismo si sono per lei fusi nella missione di una scrittura vibrante, carnale, misterica con devozione alla funzione che vedeva impressa nel genere della letteratura con le sue radici nella mitologia classica.

Non posso immaginare altro compito per la letteratura attuale se non il dovere di svelare ciò che appare fanatico ed utopico. Essa riesce ciò che nè la scienza né la politica possono, ossia mostra come il “vero” talvolta non sia perseguito, e talaltra non sia effettivo (biografia curata da Alexander Stephan, ed. Oscar Beck, Monaco, 1987).

Il primo dicembre Christa Wolf ci ha lasciati. Nell’autunno di 22 anni fa crollava il muro di Berlino e l’8 novembre del 1989, la scrittrice decise di registrare un appello televisivo in cui pregava concittadine e concittadine di non lasciare Berlino Est, bensì di rimanere per rifondare una repubblica socialista nell’ambito di una confederazione tedesca, prospettando un’esistenza non facile, ma utile per la costruzione di una società democratica. La divisione della Germania era per lei inevitabile per resistere al capitalismo occidentale. La sua consapevolezza politica fu segnata da separazioni e disillusioni, ma anche da grandi ideali sgretolatisi nel tempo.

I sentimenti personali non sono un incantesimo che di per sé ci salvi, ci giustifichi e ci completi, se non ne rintracciamo radici ed echi nel nostro rapporto circolare con gli altri, col tempo e col mondo di cui siamo parte. (Postfazione di Maria Teresa Mandalari a Il cielo diviso, ed. E/O, 1996)

Disincanti che l’hanno attraversata nell’intimo delle sue relazioni personali come nello spazio pubblico. Vari furono infatti i tentativi di screditarla per non aver mai rinnegato l’utopia marxista e per aver creduto nella DDR, ed in seguito per non essersi pronunciata in modo sufficientemente tranchant contro il regime di Honecker. Addiritura la si accusò di collaborazionismo, mentre il suo spirito critico aveva da tempo preso le distanze dalle degenerazioni del comunismo e attraverso la scrittura si risituava costantemente, conservando il desiderio e la ferma convinzione che si potesse convivere affermando il pacifismo socialdemocratico.

Il cielo diviso (ed. E/O, 2000) è il romanzo con cui ha esordito la voce letteraria più originale della Germania orientale. “Il cielo almeno non possono dividerlo” disse Manfred. “Sì, invece” disse Rita piano. “Il cielo è sempre il primo ad essere diviso”.

Come i personaggi del suo romanzo, anche Christa Wolf sin da giovanissima si iscrisse al SED (partito socialdemocratico tedesco) egemonico nella DDR, ma dopo qualche tempo capì che nessuna rappresentanza poteva testimoniare la sua dissidenza. Dissidenza rispetto ad un potere corrotto e omologante le cui logiche avrebbero riproposto gli stessi errori di sempre. Così il cielo, come il suolo della città che abitava, si divise di nuovo: quando capì che la cifra della sua libertà e della sua responsabilità le imponevano la necessaria separazione dalla politica maschile. Gli uomini vogliono convincersi che la loro sfortuna viene da un unico responsabile, di cui ci si può sbarazzare facilmente. (René Girard, La violenza e il sacro, citato da C. Wolf)

Il riconoscimento e l’affermazione della radicalità della soggettività femminile si è accompagnata alla riscoperta e alla reinterpretazione filologica di figure archetipiche, epiche, donne sempre fedeli a loro stesse e al loro modo di stare al mondo, cioè vivendo con un sguardo mai subalterno, ma denso di significati. Medea fiera e trasgressiva, è profuga, ma continua ad essere presente a sè ed al suo tempo, provocando lo scandalo della ragione: negando la separazione tra pubblico e privato; non riconoscendo altra autorità se non quella del proprio intuito, irriducibile alla norma dei potenti. Non sono andata via dalla Colchiche per venirmi a sottomettere qui, questi sono i discorsi che fa, e non si lega le ciocche selvagge dei capelli come fanno le donne di Corinto dopo il matrimonio. E corre per le strade come un temporale, e grida quando è arrabbiata e ride forte quando è allegra. (Medea. Voci, ed. E/O, 1996)

Il più bel ricordo di lei ce lo ha offerto la filosofa Chiara Zamboni: era convinta che non l’emancipazione, ma questo instancabile interrogarsi, fare domande, ascoltando l’altra, permettesse di sottrarsi alle orme seguite dagli uomini, senza per questo proporre un modello certo e definito di femminilità.

Christa Wolf, impigliata nella storia per volere e necessità, non si è mai sottratta, coniugando mirabilmente utopia e disincanto, continuando a creare facendo dialogare le sue opere con la sua vita, oltre ogni ideologia.

Il compito che il narratore tedesco del XX secolo si vede assegnato può essere paragonato a un macigno. È una consapevolezza che affiora come un’onda, ed è già troppo tardi per ritirarsi. (in La ragione terrena saggio critico di C. Wolf dedicato a La gita delle ragazze morte di Anna Seghers, ed. La Tartaruga, 1981).

Continua …

…. con un’intervista ad un’importante germanista dell’UniBo.

Laura Testoni

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