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18 dicembre 2011

Il Notturno Indiano di Antonio Tabucchi

Si viaggia durante il tempo della lettura di Notturno indiano di Tabucchi. Seguiamo il narratore che ci avvolge con il suo racconto dal ritmo incalzante, scandito dagli spostamenti da una città all’altra dell’India e dagli incontri che fa. Da questo muoversi repentino, non si resta spaesati. Eppure si prova la stessa stanchezza del viaggiatore, si ha fame quando lui è digiuno da un giorno, si rimane incantati e inorriditi davanti al panorama che ci è descritto con estrema naturalezza e semplicità-dall’orrore della miseria umana nel “Quartiere delle Gabbie di Bombay” al piacere nell’assaporare la notte che “era dolce e umida, con una forte fragranza di erbe”.

Sembra proprio di essere lì. Tanto che perfino i luoghi descritti dal più tecnico e asettico dei manuali sotto le mani del protagonista, la guida “India, a travel survival kit”, prendono davanti gli occhi del lettore fattezze concrete. Tabucchi definisce nella Nota introduttiva il suo libro un’insonnia, un Notturno alla scoperta dei luoghi dell’India mai banali. In effetti la lettura e il viaggio cullano: ci si sposta sì, si viaggia in posti veri, ma si respira l’atmosfera di un sogno calmo.

E’ il protagonista che narra il suo viaggio iniziato a Bombay per cercare un amico scomparso, Xavier. Seguendo un indizio rintraccia una prostituata che gli racconta di come Xavier fosse cambiato negli ultimi tempi. Per più di metà del libro sembra che il nostro ruolo sia quello di dover seguire, insieme al narratore protagonista, le tracce dell’amico scomparso. Ci si chiede chi sia questo uomo che riemerge in brevi scene dal passato.

Poi, con l’avanzare del viaggio, e l’approdo in nuovi posti, la ricerca sembra perdere consistenza. Adesso ciò che interessa il lettore non è tanto sapere dove sia finito questo Xavier, quanto vedere a cosa porterà il viaggio per il narratore. Cosa significherà per lui, quali incontri contribuiranno a colmare la ricerca, oppure semplicemente a colmare le pagine, lasciando in ogni caso una piacevole pienezza in chi legge. E chiuse le pagine del libricino sembra di esserci svegliati, dopo aver sognato l’India.


Benedetta Michelangeli

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