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30 dicembre 2011

Secchioni si nasce! E campi pure più a lungo

Secchioni. Tutti ne abbiamo sentito parlare o, peggio, ne conosciamo qualcuno o anche più di uno.
Qualcuno lo è, qualcuno lo è stato, qualcuno lo sarà.

Da sempre figura “calpesta e derisa”, il secchione è, giocoforza, divenuto nell’immaginario collettivo lo scomodo rappresentante di una cultura dell’auto-castrazione, emblema di una remissività fatta di rinunce e di penosi tentativi di dissimulazione, l’icona per eccellenza del disagio e dell’ emarginazione moderna, tanto per intenderci.

Eppure anche l’essere secchioni (ci sia concessa un po’ di sana goliardia) ha i suoi lati positivi.

Geni permettendo.

Sì perché, qualora non lo sapeste, secchioni non ci si diventa mica. Secchioni si nasce!

O almeno così ci dice uno studio anglo/americano pubblicato nel mese di febbraio su PLOS One da un’equipe di ricercatori delle Università di Londra e di Albuquerque, diretti da Claire Haworth.

Il dato che emerge è a dir poco sbalorditivo: lo sviluppo cognitivo sarebbe, cioè, “geneticamente” influenzato e, in più, si articolerebbe secondo scadenze prefissate (ad es. ciò che si impara a 12 anni non può essere appreso a 10 e viceversa).

Questo, ovviamente, non significa “determinismo assoluto”. Anche scuola e ambiente di vita vogliono la loro parte.

Tradotto: non solo la predisposizione genetica, ma anche scolarizzazione e salubrità dei contesti e stili di vita condizionerebbero positivamente l’apprendimento e (novità delle novità) la nostra speranza di vita.

Uno studio inglese effettuato su un campione di 6000 bambini, pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health, ha dimostrato, infatti, che i secchioni sono naturalmente portati a fare le scelte di vita più sane e intelligenti.

All’età di 30 anni, ad esempio, sono pochi quelli che fumano (molti, anche se fumatori, smettono abbastanza velocemente), pochi sono obesi o in sovrappeso e modesta risulta pure la percentuale degli ipertesi.
Così i ricercatori, previa eliminazione di tutte le possibili variabili distorsive (almeno tutte quelle prevedibili), hanno concluso che la longevità è significativamente correlata al QI calcolato a 5 anni d’età.

Insomma nascere intelligenti allunga la vita.

Ma c’è di più. I risultati della ricerca, condotta attraverso una laboriosa analisi della carriera scolastica e professionale di circa 4mila scolari gemelli (Twins Early Development Study), hanno, infatti, permesso ai ricercatori di ipotizzare alcune, significative “percentuali di incidenza”: 50% per la predisposizione genetica, 12% per l’ambiente e il 38% per l’istruzione.

Morale: i secchioni, simpatici o no, vivono più a lungo. Proprio così.

Ovviamente quando si parla di istruzione, quella che si sottintende è una didattica “interattiva”, sensibile (e quindi adattabile) alle personali predisposizioni genetiche di ogni scolaro.

Secondo gli autori dello studio sarebbe questo, infatti, il vero grande discrimine tra la scuola di una volta e quella moderna.

Un tempo si accusava la scuola di favorire una cultura “appiattita e omologata”, poco lungimirante e incapace di gestire le differenze cognitive tra singoli.

Oggi, invece, la scuola moderna può contare sull’aiuto di una nuova, preziosissima alleata: l’interattività consentita dall’information technology.
L’informatizzazione della didattica, in altre parole, rappresenterebbe oggi l’unica strada percorribile per un’istruzione finalmente e, soprattutto, consapevolmente proiettata verso livelli di personalizzazione sempre più elevati, opportunamente tarati sulle caratteristiche genetiche di ognuno: non più “instruo” (costruire), per dirla alla latina, ma “educatio” (allevare, far crescere).

Lo so cosa state pensando. Ok, touché, sono un secchione. Per fortuna.

Matteo Napoli

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