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16 dicembre 2011

Università di Padova: quando un Monti non fa primavera

Ci avevano avvertito: questa manovra ci costerà lacrime e sangue! Insomma, nulla di nuovo sotto il sole.
Crisi era e crisi rimane. Con buona pace di tutti gli italiani.

E come sappiamo italiani sempre più poveri uguale università sempre più povere.

Arrivano così le prime stangate. Ne sa qualcosa l’Università degli Studi di Padova, cui la cura Monti rischia di risultare parecchio indigesta.

Stavolta non per i tagli ai finanziamenti o alla ricerca, ma per il pericolo di un improvviso quanto massiccio “esodo” dei docenti.

Chiaro il Rapporto annuale dell’Ateneo, redatto dal Nucleo di valutazione, che al capitolo «Personale Docente» recita: «Nel 2010 si sono registrati 65 ingressi e 170 uscite».

Il timore, in altre parole, è quello che l’ennesimo giro di vite in materia di pensioni possa indurre molti docenti a chiedere il pensionamento anticipato, con rischio di nuove, pesanti ripercussioni sulla didattica.

Secondo il rapporto la fuoriuscita prevista nel 2014 si aggirerebbe intorno al 20,1% del personale in servizio al 31 dicembre 2009, quantificando: altri 464 docenti in meno rispetto ai 2309 totali.
Bassa rimane anche la percentuale di ricercatori (41 % circa) rispetto al totale dei docenti. Tra questi pochissime le donne, 33 %.

Ma veniamo a note più liete.
Ancora una volta, infatti, l’ateneo padovano si conferma ai vertici per quanto riguarda l’impegno nella ricerca, come si evince da statiche sia nazionali che internazionali, piazzandosi ormai da anni tra i primi duecento atenei tra i 20 mila esistenti in tutto il mondo.

Fiori all’occhiello le facoltà di scienze mediche, ingegneria industriale e scienze biologiche.

Ecco spiegato il motivo dei continui boom di iscrizioni registrati dall’ateneo, culminati nel più 9 % del 2009.
Dati confortanti, cui si aggiunge un altro record: un bassissimo numero di abbandoni tra il primo e il secondo anno (10,8 % contro il 21,5 % de La Sapienza di Roma, il 17,2 % dell’Università di Bologna).

Unico neo, l’eccessivo “venetocentrismo”.

«La principale criticità – recita il rapporto – è la perdurante difficoltà di attrarre gli studenti provenienti da altre regioni d’Italia (11,9 %) e dall’estero (4,4 per cento) ».

E proprio internazionalizzare l’ateneo sarà la vera grande sfida dei prossimi anni.

«Innanzitutto aumentando il numero di corsi in inglese – ha spiegato ieri il rettore Giuseppe Zaccaria – soprattutto per i master e i corsi di specializzazione e rivedendo il sito internet. In quest’ultimo caso dovremo dedicare maggiore attenzione ai servizi offerti e digitalizzare il patrimonio artistico e culturale di proprietà dell’università».

Ma salvo pochissimi appunti, cos’altro si può chiedere ad un ateneo che, come confermato dal rapporto stesso, resta uno dei pochi in Italia ad essere riuscito a raggiungere il pareggiare di bilancio, potendo contare su entrate proprie (stimabili intorno al 31 % del totale), e che, quindi, costa allo Stato meno di altre realtà (scuole private?) che tanta riconoscenza devono alla passata “gestione”?

«Il giudizio complessivo è buono – ha commentato Alberto Martinelli, presidente del Nucleo di valutazione e parla di un’università che ha saputo cogliere le occasioni della riforma dell’istruzione per migliorare la qualità della ricerca e della didattica».

Chapeau, Padova.

Matteo Napoli

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