• Google+
  • Commenta
12 gennaio 2012

Croci e delizie nel nuovo bando Prin

Decreto ministeriale n. 1152/ric: uno spauracchio o un’opportunità?

Il provvedimento entrato in vigore il 27 dicembre dello scorso anno (modificato successivamente dal d.m. 2/ric. del 12/01/2012) divide il mondo accademico e scatena nuove perplessità per quel che riguarda il futuro di una delle categorie più critiche e imbufalite nei confronti della recente “gestione Gelmini”: i ricercatori.

Il decreto, che si propone in primis di destinare alla ricerca circa 175 milioni di euro prelevati dall’edilizia universitaria, ripropone molti degli interrogativi che già di per sè assillano i giovani ricercatori del Firb, ma tenta d’altra parte di segnalare un cambiamento di rotta. In che modo?

Uno dei nodi cruciali concerne il tetto-progetti, da calcolarsi, per ogni ateneo, a partire dal numero di docenti, tenendo conto della percentuale relativa all’area tematica (non sarà consentito oltrepassare lo 0,75% del personale docenti considerato).

Uno smacco, per molti, nei confronti soprattutto delle università piccole ma dotate di un valido personale docenti, che rischiano un ulteriore e pesante ridimensionamento.

Numerose polemiche sono anche scaturite dalle disposizioni in merito agli obblighi sulla presentazione dei progetti. Su questo punto, in particolare, le posizioni risultano molto disomogenee. Vediamo perché.

Da un lato, è indubbio che la necessità di sottoporre un progetto alla valutazione dell’ateneo mediante apposita commissione, come prevede la norma, vada in sostanza a ledere la libertà del ricercatore.

C’è chi però fa notare come ciò possa costituire oggetto di interesse nel momento in cui si considera l’affidabilità e l’imparzialità della commissione stessa, che richiederebbe tra l’altro la presenza di un “giudice” straniero andando, in generale, a scongiurare il più possibile il verificarsi di conflitti d’interesse.

Riallacciandoci al discorso economico, ai membri della commissione sarebbe poi negata l’opportunità di partecipare al finanziamento del progetto, nonché la possibilità di giudicare un’iniziativa partorita dalla propria istituzione di riferimento.

Si mira inoltre a rendere più ponderati gli stanziamenti di denaro, nel tentativo di impostare criteri di ricerca basati maggiormente sulla qualità dei progetti. Dei quali, ad ogni modo, rischiano di essere pochi quelli in grado di usufruire dei finanziamenti stessi, a causa delle limitate risorse attualmente a disposizione.

Va aggiunto che il decreto tende a porre in risalto progetti indirizzati verso “obiettivi comunitari”. I più critici si chiedono però se non si corra il rischio che i Prin (fondi riservati agli enti universitari) vengano adoperati per il finanziamento di progetti europei già di per sè ampiamente retribuiti, e se dopotutto non sussista il pericolo di un ulteriore indebolimento dei settori umanistici in favore della ricerca applicata in ambiti scientifici.

Gianluigi Condorelli, direttore del Dipartimento di medicina del CNR, spezza una lancia in favore del provvedimento: “Il ministero sembra voglia dare un segnale alle Università, sollecitando l’inizio di un percorso di valorizzazione delle attività di ricerca prima di chiedere fondi all’esterno. Siamo sicuri che ciò sia stato fatto negli ultimi anni? Siamo sicuri che gli atenei abbiamo adottato misure di reclutamento di docenti con criteri internazionali?

Sforzandosi di essere realista, Condorelli sottolinea come purtroppo il rischio principale sia che gli atenei “esercitino la pre-selezione dei progetti sulla base della “forza accademica” dei proponenti e non sul merito.” E tuttavia, sostiene che “questo aspetto dovrebbe essere compensato se il ministero saprà imporre una revisione dei progetti di alto profilo e secondo standard internazionali“.

Inoltre – prosegue – , almeno per il Firb giovani, sono dettagliati i requisiti scientifici mimini in termini di pubblicazioni scientifiche necessari per poter partecipare al bando, la qual cosa dovrebbe impedire macroscopiche iniquità meritocratiche.

Risposte esaurienti per una categoria già di per sé bersagliata dai problemi e che vive più di altre la piaga del precariato? Difficilmente.

Ne è probabilmente consapevole lo stesso Condorelli, la cui speranza è che il decreto possa se non altro avviare “un processo di verifica interna nelle Università sulla ricerca, per creare una road map con obiettivi precisi. Senza questo passaggio, decisivo, le nostre istituzioni continueranno a navigare a vista e la ricerca continuerà a essere uno sforzo individuale, con un coinvolgimento solo marginale dell’istituzione di appartenenza.

Francesco Ienco

Google+
© Riproduzione Riservata