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19 gennaio 2012

Frode all’Università del Connecticut: falsificati i dati della ricerca sui benefici del vino rosso

La falsificazione di ricerche universitarie: il caso del Dr. Das ed alcuni precedenti.Il Dr. Dipak Das, direttore del Cardiovascular Research Center dell’Università del Connecticut, è famoso per le importanti scoperte sul resveratrolo, principio attivo contenuto nel vino rosso. Secondo i suoi studi, il resveratrolo sarebbe un ottimo antinfiammatorio, capace anche di prevenire le malattie coronariche e di uccidere le cellule tumorali. Le sue ricerche, che il National Heart, Lung and Blood Institute del National Institutes of Health aveva sovvenzionato con 890.000 dollari, gli hanno portato grandi riconoscimenti e la pubblicazione dei risultati su 11 riviste scientifiche.

Il Dr. Das sarebbe un modello da seguire per tutti gli aspiranti ricercatori, se non fosse che le sue ricerche sono frutto di una delle più grandi frodi degli ultimi anni nell’ambiente universitario. Nel 2008 infatti, una segnalazione anonima invita l’università ad osservare accuratamente gli studi di Das. L’ateneo rileva alcune lacune e fa partire un’inchiesta interna, affidata all’analista Kent Morest, coinvolgendo anche l’agenzia federale Office of Research Integrity.

A tre anni di distanza, in un dossier lungo quasi 60.000 pagine vengono pubblicati i risultati dell’indagine: il Dr. Das ha fabbricato e falsificato dati, tra cui le foto di gel usati nei campioni biologici per seguire le proteine. L’università ha quindi avviato le pratiche di licenziamento del ricercatore e si è fin da subito impegnata a restituire gli 890.000 dollari sovvenzionati all’ente che li aveva erogati. Inoltre ha subito contattato le riviste che hanno pubblicato gli studi di Das, invitandole a pubblicare smentite e scuse.

Da parte sua, il Dr. Das sostiene di non aver fatto nulla, che hanno voluto montare una polemica contro di lui e che il suo avvocato è in possesso di documenti che provano la sua innocenza. Ovviamente la vicenda arriverà presto in tribunale.

Il caso del Dr. Das non è unico: la falsificazione dei dati nell’ambito di ricerche accademiche è più comune di quel che si pensi. Un fatto simile, accaduto nel novembre 2011, ha riguardato l’Università di Tilburg (Paesi Bassi), dove il Dr. Diederik Stapel, psicologo sociale e docente, ha ammesso di aver falsificato i dati delle sue ricerche pubblicate in numerose riviste scientifiche, come “Science”. Il caso più celebre è invece quello del 1998 che ha coinvolto Andrew Wakefield, un ex gastroenterologo britannico, che ha falsificato i dati relativi alle ricerche su otto bambini autistici, ipotizzando che l’autismo possa essere causato dal vaccino MPR, il vaccino trivalente contro il morbillo, la parotite e la rosolia. I suoi studi sono stati pubblicati da prestigiose riviste scientifiche e ripresi da televisioni e giornali, suscitando in tutto il mondo allarmismo nei genitori, rivelatosi poi ingiustificato.

Possono essere diversi i motivi che inducono i ricercatori a falsare i loro studi: il successo, il riconoscimento da parte del mondo accademico, la mancanza di fondi sufficienti oppure il business legato alle loro scoperte. Di certo tutti questi casi risollevano il dibattito circa le modalità con cui le commissioni regolano l’erogazione di sovvenzioni e controllano le attività di ricerca. Inoltre contribuiscono a mettere in discussione la credibilità delle riviste scientifiche ed accademiche, responsabili di non verificare sempre quello che pubblicano, con il rischio di incappare talvolta in grossolane bufale.

Giulio Oliani

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