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I sogni nella polvere

Redazione Controcampus 17 Gennaio 2012
R. C.
18/05/2022

Roma, via della Circonvallazione Tiburtina, quartiere San Lorenzo.



Presso il civico numero 4 si trova un edificio in stile industriale moderno, ampio, dalle fattezze austere, fredde, metalliche. Oltre al brand della Sapienza Università di Roma, che campeggia fieramente sulla facciata, pochi sanno realmente cosa ci sia e cosa si faccia al suo interno, a cominciare dagli stessi studenti. I più asseriscono che ci siano delle aule di psicologia, ma in realtà di queste non ce n’è neanche l’ombra. Forse all’origine di questa cattiva convinzione le voci, ufficiose ed ufficiali, che girano da anni tra gli studenti della Sapienza e non solo, infatti il 26 gennaio del 2006, praticamente 6 anni fa, il giornalista Carlo Picozza scriveva su “La Repubblica”: «Gli “inquilini” dell’ ex centro meccanografico saranno gli studenti di Psicologia I, Psicologia II e di altre facoltà dell’ area umanistica». Evidentemente in “casa Sapienza” qualcuno ha pensato bene di cambiarne la destinazione negli anni, oltre a cancellare tutti i restanti progetti nati contemporaneamente a questo, come quello del polo decentrato a Pietralata o quello nell’area dell’ex Snia. Chi di dovere avrà pensato sicuramente che psicologia è attualmente già dotata di buone e valide strutture, per cui le priorità da soddisfare sono ben altre. Anzi, priorità è poco, meglio definirle emergenze.

Così, in via della Circonvallazione Tiburtina, in quel freddo ed austero complesso industriale-logistico dismesso, la Sapienza ha deciso di dirottare tutti coloro che in qualche modo continuavano a non avere un “tetto” dignitoso sotto il quale fare lezione, gli studenti dei tanti corsi tristemente noti per il devastante sovraffollamento e per la continua mancanza di aule e luoghi deputati alla didattica. Così ben presto sono sorte le prime aule, al piano terra del “corpo B”, con quattro locali dedicati alla didattica, gabinetti e macchina del caffè, il tutto con vista sull’autorimessa coperta. Le aule sono state ben presto destinate a corsi di laurea di ogni tipo, da quelli di alto loco come giurisprudenza a quelli meno blasonati come servizio sociale, economia, cooperazione internazionale e chi più ne ha più ne metta.

Ed è stato per puro caso, mentre cercavo una di queste “meravigliose” aule, che mi sono imbattuto nel “mostro” di via della Circonvallazione Tiburtina numero 4. La mia “escursione” all’interno della struttura è stata un viaggio che da un punto di vista totalmente obiettivo ha potuto cogliere il disagio al quale sono sottoposte quotidianamente centinaia di studenti, dottorandi, ricercatori e impiegati costretti a convivere con quello che, dal punto di vista igienico-sanitario, non è considerabile a mio avviso nient’altro che un mostro.

Si entra da un varco controllato a lato della “carraia”, uno di quegli accessi in stile prettamente industriale che rende già l’entrata nell’area un qualcosa di opprimente, di claustrofobico. Ma è soltanto l’inizio. Varcato il doppio cancello di ingresso ci si ritrova in un ampio piazzale dove due indicazioni recitano all’incredulo visitatore delle direzioni poco probabili per la ricerca delle aule e del dipartimento. Così, per raggiungerle, studenti e studentesse sono costretti ad attraversare una sorta di autorimessa coperta e chiusa da ogni lato, confinante con la tangenziale e un tempo adibita a piazzale di carico-scarico delle merci postali perché ricordiamo che questa struttura in tempi migliori fu il Centro Meccanografico delle Poste, «CMP ROMA SAN LORENZO» capitava a volte di leggere sugli annulli postali delle lettere che ci venivano recapitate.

La pavimentazione asfaltata del piazzale dell’ex Meccanografico è lurida, uno strato spesso alcuni centimetri di residui catramosi e fuligginosi impalpabili lo ricopre interamente, fin sotto l’ingresso delle aule. L’odore del lerciume idrocarburico, amplificato dall’abbondanza del traffico veicolare, si diffonde già in assenza di vento, è facile immaginare come, in presenza di quest’ultimo, miliardi di microparticelle e simpatiche molecoline potenzialmente cancerogene vadano a trovar caldo rifugio nelle vie respiratorie dei “costretti” del Meccanografico.

Sul piazzale si affaccia una scaletta che dovrebbe essere, in teoria, un’uscita di sicurezza. Al suo interno invece è possibile scorgere solo un qualcosa di abbastanza somigliante a un cantiere fermo da tempo immemorabile. Eppure le informazioni lasciano intendere che al terzo piano ci sia qualcosa.

La freccia indicante l’ingresso punta verso una sorta di balconata sospesa tra le due rampe carrabili, una discendente verso il seminterrato, l’altra ascendente verso il piano superiore. Una sola porta, abbastanza rovinata e dai vetri talmente incrostati di polvere e residui fuligginosi da dare l’idea di un luogo in abbandono da almeno venti anni. Non può essere quello l’ingresso di un dipartimento universitario. Nessuna persona normale la penserebbe diversamente. E invece è così.

Appena varcata la soglia d’ingresso ci si trova catapultati dapprima in una specie di corridoio desolato, pavimentato in gomma completamente rovinata dalle infiltrazioni varie e dal sole che entra costantemente dalle vetrate; successivamente si sbuca in un quella sorta di cantiere già visto dall’esterno, dove un “corridoio di sicurezza” sembra fare da guida verso il montacarichi per il terzo piano. Un foglio di carta attaccato con il nastro adesivo (marchiato Poste Italiane ndr) su una delle transenne del cantiere conferma che non si tratta di un errore: quello è l’ingresso del Dipartimento di Studi Sociali, Economici, Attuariali e Demografici e del Dipartimento di Economia della Sapienza. Accanto ad esso il cartello che sancisce l’obbligo di dotarsi dei prescritti Dispositivi di Protezione Individuale, in particolare della maschera di protezione delle vie respiratorie e dei vari indumenti protettivi. Tutto intorno un ambiente devastato, vuoto, degradato al massimo, con cavi penzolanti dal soffitto, pezzi di ferro arrugginiti e taglienti lasciati sul pavimento e tubi scoperti. Solo silenzio e polvere. Tanta polvere, tanto sudiciume; lo senti addosso, lo respiri, l’aria è stagnante. Si prova la stessa sensazione che si ha quando si visita un complesso industriale abbandonato, ed è opprimente, anche per un appassionato di archeologia industriale come me.

Scale o montacarichi? Questo è il dilemma. Le scale si trovano oltre l’uscita di emergenza. Bisogna uscire all’esterno, ma veramente all’esterno in caso di emergenza non si può uscire, c’è una pesante griglia metallica che forma una sorta di gabbia. Un’ottima via di fuga, non c’è dubbio, buona solo per prender pioggia quando si decide di usare le scale. Queste infatti sono una struttura dove il nudo cemento armato e la gomma ormai secca, cotta dagli anni, la fanno da padroni, alte e solerti, impossibile da vederne la fine in altezza, ma anche in profondità, visto che a un certo punto si inabissano nel buio pesto. Tutto intorno le sole costanti sono lo sporco e il degrado. Non ci vuole molto a realizzare che in quella struttura nulla è a norma di Legge.

Non sorprende che nel Progetto Definitivo elaborato dai tecnici della Sapienza (diretti dal Responsabile Arch. Paola Di Bisceglie e dal Progettista Arch. Marcello Pazzaglini) appare un a situazione di “tutto da rifare”. Nel Capitolato di Appalto, il cui valore ammonta a 22.887.797,71 euro, emerge chiaramente un quadro secondo il quale, affinché la struttura sia sicura e funzionale per ospitare didattica e servizi e per ottenere le certificazioni di legge in materia impiantistica, sismica e antincendio, occorre effettuare una lunga serie di lavori, consistenti più che in una semplice ristrutturazione in una vera e propria demolizione e ricostruzione di molte parti della struttura stessa.

Inoltre i progettisti non sono in grado di escludere alla data di redazione del progetto (29.04.2011) l’eventuale presenza di manufatti in amianto. Infatti si legge testualmente: «Dato che gli interventi si realizzano in un edificio esistente è possibile che durante le fasi di smantellamento si scoprano manufatti contenenti amianto che debbono essere rimossi». Particolare inquietante, soprattutto se messo in relazione al fatto che l’appalto per i lavori è in corso di aggiudicazione proprio in questi mesi, mentre l’apertura al pubblico della struttura è avvenuta già da anni, sempre nelle stesse condizioni di precarietà igienico-sanitaria, identiche se non peggiori.

Già il 6 luglio 2010 Pasquale Giordano scriveva su Dazebao News «Le aule si affacciano sui binari e l’ambiente è decisamente austero. Gli infissi sono incrostati di polvere e residui fuligginosi. Le poche aule già attrezzate sono state dipinte di rosso scuro e bianco».

Il montacarichi che porta al terzo piano, il mio Caronte rosso fuoco nel viaggio all’interno dell’ex Meccanografico, sale molto lentamente, progettato evidentemente per trasportare pesi più elevati di quelli di semplici persone. Impiega circa due minuti per salire o per scendere dal piano terra al terzo, e in tutto questo tragitto non passa un secondo senza che ci siano in sottofondo rumori che io, nella mia ignoranza tecnica, definirei tutt’altro che normali, di continuo sferragliamento.

Arrivati in cima al terzo piano la sensazione è di stupore. Davanti a cotanta meraviglia non si può far altro che sentirsi dei Cristoforo Colombo approdati sulla spiaggia delle Indie (o più correttamente del continente americano, ma questa è un’altra storia…) e viene voglia di esclamare «c’è vita!».

Lo scenario cambia notevolmente, gli ambienti sono sufficientemente confortevoli e, nonostante siano ancora molto austeri e microclimaticamente imperfetti (l’aria continua ad essere pesante, stagnante e “polverosa”, i pavimenti sono sporchi, come è logico che sia tenendo a mente il percorso fatto per arrivarvi) appaiono come un’oasi in mezzo al deserto, di gran lunga migliori rispetto a quelli di tutto il resto della struttura, interessata in tutti i restanti 5 livelli da una profonda situazione di abbandono, livelli tutti deliziosamente affaccianti sui binari dello scalo merci di San Lorenzo, anche essi lasciati alla più totale incuria. Qui sono situati gli uffici dipartimentali, ci sono impiegati che si aggirano per i corridoi, una “reception” e una piccola biblioteca. E’ presente perfino un impianto di videosorveglianza.

Esplorando il piano però ben presto si scopre che anche qui abbandono e degrado hanno avuto modo di esprimersi nelle loro forme più creative. Le ampie sale dedicate alla didattica sono praticamente tutte completamente vuote, gli arredi sono pochissimi oppure totalmente assenti. In una saletta quattro sedie si guardano l’un l’altra in cerchio, rievocando alla mente le immagini delle sedute degli alcolisti anonimi, d’altronde in un posto così triste e deprimente suddetta ambientazione non sembra essere fuori luogo, anzi, se fossi un regista cinematografico troverei qui luogo fertile per ambientare scene di una certa tensione e suggestività, magari di un thriller.

In una di queste stanze un gruppo di ragazzi, probabilmente ricercatori, sono impegnati nella pianificazione di un lavoro. E’ bello vedere che la voglia di fare e la coesione del team non risenta affatto dell’ambiente negativo, d’altronde si sa, i giovani sono pieni di voglia di fare, e non basta un po’ di polvere e la certezza di convivere in un ambiente malsano a fermarli.

Ed è così da anni, da quando la Sapienza ha acquistato questo edificio degli anni ‘70 di proprietà delle Poste Italiane, due corpi, sei livelli nel corpo più grande per un totale di 14.500mq di area. Spesa complessiva tra acquisto e riqualificazione: 47 milioni di euro. «La consegna dell’immobile dovrà avvenire, entro la fine del 2007, per poi cominciare i lavori di ristrutturazione ed adeguamento dell’immobile che dovrebbero protrarsi per circa 12/15 mesi» si legge in un documento del Comitato di Valutazione del MIUR.

Di mesi ne sono passati oltre 40 (anzi, a dire il vero tra poco andiamo per i 50) e di fatto la struttura è sempre nelle stesse, penose condizioni . Quella che doveva rivelarsi una soluzione temporanea si sta protraendo negli anni e nessuno sembra lamentarsene, d’altronde si sa, l’abitudine porta alla rassegnazione, anche se questo significa vivere (si, perché lavorare, studiare, frequentare un posto equivale a viverlo) nel bel mezzo del nulla, senza alcuna certezza in termini di sicurezza e di igiene.

«Sono andata a vedere oggi la sede…..è orribile» scrive una ragazza sul Forum Sapienza riferendosi all’aula A del complesso del Meccanografico. Nessuno osa contraddirla, neanche qualche ragazzo e ragazza che ho avuto modo di incontrare nella struttura o appena fuori da essa. «E’ spaventoso qui, non c’è niente oltre le aule, quando ci vengo ho sempre il passo svelto, specialmente se è nel tardo pomeriggio ed è buio» mi confessa una ragazza. Effettivamente in questo luogo, nonostante la presenza di telecamere a circuito chiuso (funzionanti o meno, è un discorso a parte) si percepisce tutto fuorché un senso di sicurezza e protezione.

«L’accesso è consentito solo previa identificazione, mediante valido documento d’identità, all’addetto alla sorveglianza» recita il sito del Dipartimento di Scienze Statistiche. La realtà è che chiunque può entrare e uscire a proprio piacimento dal varco pedonale a lato della carraia senza subire alcun controllo dalle guardie giurate presenti nel gabbiotto. Nonostante il mio vagare incerto in lungo e largo per tutta la struttura accompagnato dal mio telefono cellulare che per l’occasione si è improvvisato fotocamera, nessuno ha osato chiedermi nulla o offrirmi indicazioni. Dal momento che ci sono riuscito io probabilmente può riuscirci qualsiasi altra persona, anche con cattivi propositi e, spezzando una lancia a favore delle parole di quella ragazza di “anfratti” dove poter consumare malefatte ce ne sono in abbondanza, anche a causa della relativamente scarsa frequentazione del posto.

«Qua è davvero brutto, le aule sono accettabili ma il resto è tutto da rifare. Ci si sente un po’ come abbandonati qua giù, è vero che sono due passi da via Cesare De Lollis ma il clima non è lo stesso, però alla fine basta che si riesce a seguire la lezione in qualche modo» mi dice un altro ragazzo che, alla mia domanda di esprimere un’opinione dal punto di vista igienico risponde così «questa purtroppo è una cosa con la quale con il tempo si impara a convivere, io sono allergico alla polvere e spesso me la sento alla gola e ho il bisogno di tossire. Spesso te la senti proprio addosso, sulle mani, una sensazione di sporco poco piacevole ma potrebbe anche essere solo suggestione, però la stessa cosa capita anche alle mie amiche. Con il tempo ci si abitua a tutto ma la parola igiene qua non esiste proprio, anzi, non è neanche lontanamente immaginabile, certo non ti aspetteresti mai che una Università di un certo livello come la Sapienza ti spedisca a studiare nello schifo». Parole chiare ed efficaci, nulla da aggiungere.

Mirko Carnevale

© Riproduzione Riservata
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Dalle origini al 2004 Controcampus nacque nel Settembre del 2001 quando Mario Di Stasi, allora studente della facoltà di giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Salerno, decise di fondare una rivista che offrisse la possibilità a tutti coloro che vivevano il campus campano di poter raccontare la loro vita universitaria, e ad altrettanta popolazione universitaria di conoscere notizie che li riguardassero. Il primo numero venne diffuso all’interno della sola Università di Salerno, nei corridoi, nelle aule e nei dipartimenti. Per il lancio vennero scelti i tre giorni nei quali si tenevano le elezioni universitarie per il rinnovo degli organi di rappresentanza studentesca. In quei giorni il fermento e la partecipazione alla vita universitaria era enorme, e l’idea fu proprio quella di arrivare ad un numero elevatissimo di persone. Controcampus riuscì a terminare le copie date in stampa nel giro di pochissime ore. Era un mensile. La foliazione era di 6 pagine, in due colori, stampate in 5.000 copie e ristampa di altre 5.000 copie (primo numero). Come sede del giornale fu scelto un luogo strategico, un posto che potesse essere d’aiuto a cercare fonti quanto più attendibili e giovani interessati alla scrittura ed all’ informazione universitaria. La prima redazione aveva sede presso il corridoio della facoltà di giurisprudenza, in un locale adibito in precedenza a magazzino ed allora in disuso. La redazione era quindi raccolta in un unico ambiente ed era composta da un gruppo di ragazzi, di studenti (oltre al direttore) interessati all’idea di avere uno spazio e la possibilità di informare ed essere informati. Le principali figure erano, oltre a Mario Di Stasi: Giovanni Acconciagioco, studente della facoltà di scienze della comunicazione Mario Ferrazzano, studente della facoltà di Lettere e Filosofia Il giornale veniva fatto stampare da una tipografia esterna nei pressi della stessa università di Salerno. Nei giorni successivi alla prima distribuzione, molte furono le persone che si avvicinarono al nuovo progetto universitario, chi per cercarne una copia, chi per poter partecipare attivamente. Stava per nascere un nuovo fenomeno mai conosciuto prima, Controcampus, “il periodico d’informazione universitaria”. “L’università gratis, quello che si può dire e quello che altrimenti non si sarebbe detto”, erano questi i primi slogan con cui si presentava il periodico, quasi a farne intendere e precisare la sua intenzione di università libera e senza privilegi, informazione a 360° senza censure. Il giornale, nei primi numeri, era composto da una copertina che raccoglieva le immagini (foto) più rappresentative del mese, un sommario e, a seguire, Campus Voci, la pagina del direttore. La quarta pagina ospitava l’intervista al corpo docente e o amministrativo (il primo numero aveva l’intervista al rettore uscente G. Donsi e al rettore in carica R. Pasquino). Nelle pagine successive era possibile leggere la cronaca universitaria. A seguire uno spazio dedicato all’arte (poesia e fumettistica). I caratteri erano stampati in corpo 10. Nel Marzo del 2002 avvenne un primo essenziale cambiamento: venne creato un vero e proprio staff di lavoro, il direttore si affianca a nuove figure: un caporedattore (Donatella Masiello) una segreteria di redazione (Enrico Stolfi), redattori fissi (Antonella Pacella, Mario Bove). Il periodico cambia l’impaginato e acquista il suo colore editoriale che lo accompagnerà per tutto il percorso: il blu. Viene creata una nuova testata che vede la dicitura Controcampus per esteso e per riflesso (specchiato), a voler significare che l’informazione che appare è quella che si riflette, quello che, se non fatto sapere da Controcampus, mai si sarebbe saputo (effetto specchiato della testata). La rivista viene stampa in una tipografia diversa dalla precedente, la redazione non aveva una tipografia propria, ma veniva impaginata (un nuovo e più accattivante impaginato) da grafici interni alla redazione. Aumentarono le pagine (24 pagine poi 28 poi 32) e alcune di queste per la prima volta vengono dedicate alla pubblicità. Viene aperta una nuova sede, questa volta di due stanze. Nel Maggio 2002 la tiratura cominciò a salire, fu l’anno in cui Mario Di Stasi ed il suo staff decisero di portare il giornale in edicola ad un prezzo simbolico di € 0,50. Il periodico era cosi diventato la voce ufficiale del campus salernitano, i temi erano sempre più scottanti e di attualità. Numero dopo numero l’obbiettivo era diventato non più e soltanto quello di informare della cronaca universitaria, ma anche quello di rompere tabù. Nel puntuale editoriale del direttore si poteva ascoltare la denuncia, la critica, la voce di migliaia di giovani, in un periodo storico che cominciava a portare allo scoperto i risultati di una cattiva gestione politica e amministrativa del Paese e mostrava i primi segni di una poi calzante crisi economica, sociale ed ideologica, dove i giovani venivano sempre più messi da parte. Disabilità, corruzione, baronato, droga, sessualità: sono questi alcuni dei temi che il periodico affronta. Nel 2003 il comune di Salerno viene colto da un improvviso “terremoto” politico a causa della questione sul registro delle unioni civili, “terremoto” che addirittura provoca le dimissioni dell’assessore Piero Cardalesi, favorevole ad una battaglia di civiltà (cit. corriere). Nello stesso periodo Controcampus manda in stampa, all’insaputa dell’accaduto, un numero con all’interno un’ inchiesta sulla omosessualità intitolata “dirselo senza paura” che vede in copertina due ragazze lesbiche. Il fatto giunge subito all’attenzione del caporedattore G. Boyano del corriere del mezzogiorno. È cosi che Controcampus entra nell’attenzione dei media, prima locali e poi nazionali. Nel 2003 Mario Di Stasi avverte nell’aria segnali di cambiamento sia della società che rispetto al periodico Controcampus. Pensa allora di investire ulteriormente sul progetto, in redazione erano presenti nuove figure: Ernesto Natella, Laura Muro, Emilio C. Bertelli, Antonio Palmieri. Il periodico aumenta le pagine, (44 pagine e poi 60 pagine), è stampato interamente a colori, la testata è disegnata più piccola e posizionata al lato sinistro della prima pagina. La redazione si trasferisce in una nuova sede, presso la palazzina E.di.su del campus di Salerno, questa volta per concessione dell’allora presidente dell’E.di.su, la Professoressa Caterina Miraglia che crede in Controcampus. Nello stesso anno Controcampus per la prima volta entra nel mondo del Web e a farne da padrino è Antonio Palmieri, allora studente della facoltà di Economia, giovane brillante negli studi e nelle sue capacità web. Crea un portale su piattaforma CMS realizzato in asp. È la nascita di www.controcampus.it e l’inizio di un percorso più grande. Controcampus è conosciuto in tutti gli atenei italiani, grazie al rapporto e collaborazione che si instaura con gli uffici stampa di ogni ateneo, grazie alla distribuzione del cartaceo ed alla nuova iniziativa manageriale di aprire sedi - redazioni in tutta Italia. Nel 2004 Mario Di Stasi, Antonio Palmieri, Emilio C. Bertelli e altri redattori del periodico controcampus vengono eletti rappresentanti di facoltà. Questo non permette di sporcare l’indirizzo e linea editoriale di Controcampus, che resta libera da condizionamenti di partito, ma offre la possibilità di poter accedere a finanziamenti provenienti dalla stessa Università degli Studi di Salerno che, insieme alla pubblicità, permettono di aumentare gli investimenti del gruppo editoriale. Ciò nonostante Controcampus rispetto alla concorrenza doveva contare solamente sulle proprie forze. La forza del giornale stava nella fiducia che i lettori avevano ormai riposto nel periodico. I redattori di Controcampus diventarono 15, le redazioni nelle varie università italiane aumentavano. Tutto questo faceva si che il periodico si consolidasse, diventando punto di riferimento informativo non soltanto più dei soli studenti ma anche di docenti, personale e politici, interessati a conoscere l’informazione universitaria. Gli stessi organi dell’istruzione quali Miur e Crui intrecciavano rapporti di collaborazione con il periodico. Dal 2005 al 2009 A partire dal 2005 Controcampus e www.controcampus.it ospitano delle rubriche fisse. Le principali sono: Università, la rubrica dedicata alle notizie istituzionali Uni Nord, Uni Centro e Uni Sud, rubriche dedicate alla cronaca universitaria Cominciano inoltre a prender piede informazioni di taglio più leggero come il gossip che anche nel contesto universitario interessa. La redazione di Controcampus intuisce che il gossip può permettergli di aumentare il numero di lettori e fedeli e nasce cosi da controcampus anche una iniziativa che sarà poi riproposta ogni anno, Elogio alla Bellezza, un concorso di bellezza che vede protagonisti studenti, docenti e personale amministrativo. Dal 2006 al 2009 la rivista si consolida ma la difficoltà di mantenete una tiratura nazionale si fa sentire anche per forza della crisi economia che investe il settore della carta stampata. Dal 2009 ad oggi Nel maggio del 2009 Mario Di Stasi, nel tentativo di voler superare qualsiasi rischio di chiusura del periodico e colto dall’interesse sempre maggiore dell’informazione sul web (web 2.0 ecc), decide di portare l’intero periodico sul web, abbandonando la produzione in stampa. Nasce un nuovo portale: www.controcampus.it su piattaforma francese Spip. Questo se da un lato presenta la forza di poter interessare e raggiungere un vastissimo pubblico (le indicizzazioni lo dimostrano), dall’altro lato presenta subito delle debolezze dovute alla cattiva programmazione dello stesso portale. Nel 2012 www.controcampus.it si rinnova totalmente, Mario Di Stasi porta con se un nuovo staff: Pasqualina Scalea (Caporedattore), Dora Della Sala (Vice Caporedattore), Antonietta Amato (segreteria di Redazione) Antonio Palmieri (Responsabile dell’area Web) Lucia Picardo (Area Marketing), Rosario Santitoro ( Area Commerciale). Ci sono nuovi responsabili di area, ciascuno dei quali è a capo di una redazione nelle diverse sedi dei principali Atenei Italiani: sono nuovi giovani vogliosi di essere protagonisti in un’avventura editoriale. Aumentano e si perfezionano le competenze e le professionalità di ognuno. Questo porta Controcampus ad essere una delle voci più autorevoli nel mondo accademico. Nel 2013 www.controcampus.it si aplia, il portale d'informazione universitario, diventa un network. Una nuova edizione, non più un periodico ma un quotidiano anzi un notiziario in tempo reale. Nasce il Magazine Controcampus, nascono nuovi contenuti: scuola, università, ricerca, formazione e lavoro. Nascono ulteriori piattaforme collegate alla webzine, non solo informazione ma servizi come bacheche, appunti, ricerca lavoro e anche nuovi servizi sociali. Certo le difficoltà sono state sempre in agguato ma hanno generato all’interno della redazione la consapevolezza che esse non sono altro che delle opportunità da cogliere al volo per radicare il progetto Controcampus nel mondo dell’istruzione globale, non più solo università. Controcampus diventa sempre più grande restando come sempre gratuito. Un nuovo portale, un nuovo spazio per chiunque e a prescindere dalla propria apparenza e provenienza. Sempre più verso una gestione imprenditoriale e professionale del progetto editoriale, alla ricerca di un business libero ed indipendente che possa diventare un’opportunità di lavoro per quei giovani che oggi contribuiscono e partecipano all’attività del primo portale di informazione universitaria. Sempre più verso il soddisfacimento dei bisogni dei lettori che contribuiscono con i loro feedback a rendere Controcampus un progetto sempre più attento alle esigenze di chi ogni giorno e per vari motivi vive il mondo universitario. Leggi tutto