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17 gennaio 2012

I sogni nella polvere

Roma, via della Circonvallazione Tiburtina, quartiere San Lorenzo. Presso il civico numero 4 si trova un edificio in stile industriale moderno, ampio, dalle fattezze austere, fredde, metalliche. Oltre al brand della Sapienza Università di Roma, che campeggia fieramente sulla facciata, pochi sanno realmente cosa ci sia e cosa si faccia al suo interno, a cominciare dagli stessi studenti. I più asseriscono che ci siano delle aule di psicologia, ma in realtà di queste non ce n’è neanche l’ombra. Forse all’origine di questa cattiva convinzione le voci, ufficiose ed ufficiali, che girano da anni tra gli studenti della Sapienza e non solo, infatti il 26 gennaio del 2006, praticamente 6 anni fa, il giornalista Carlo Picozza scriveva su “La Repubblica”: «Gli “inquilini” dell’ ex centro meccanografico saranno gli studenti di Psicologia I, Psicologia II e di altre facoltà dell’ area umanistica». Evidentemente in “casa Sapienza” qualcuno ha pensato bene di cambiarne la destinazione negli anni, oltre a cancellare tutti i restanti progetti nati contemporaneamente a questo, come quello del polo decentrato a Pietralata o quello nell’area dell’ex Snia. Chi di dovere avrà pensato sicuramente che psicologia è attualmente già dotata di buone e valide strutture, per cui le priorità da soddisfare sono ben altre. Anzi, priorità è poco, meglio definirle emergenze.

Così, in via della Circonvallazione Tiburtina, in quel freddo ed austero complesso industriale-logistico dismesso, la Sapienza ha deciso di dirottare tutti coloro che in qualche modo continuavano a non avere un “tetto” dignitoso sotto il quale fare lezione, gli studenti dei tanti corsi tristemente noti per il devastante sovraffollamento e per la continua mancanza di aule e luoghi deputati alla didattica. Così ben presto sono sorte le prime aule, al piano terra del “corpo B”, con quattro locali dedicati alla didattica, gabinetti e macchina del caffè, il tutto con vista sull’autorimessa coperta. Le aule sono state ben presto destinate a corsi di laurea di ogni tipo, da quelli di alto loco come giurisprudenza a quelli meno blasonati come servizio sociale, economia, cooperazione internazionale e chi più ne ha più ne metta.

Ed è stato per puro caso, mentre cercavo una di queste “meravigliose” aule, che mi sono imbattuto nel “mostro” di via della Circonvallazione Tiburtina numero 4. La mia “escursione” all’interno della struttura è stata un viaggio che da un punto di vista totalmente obiettivo ha potuto cogliere il disagio al quale sono sottoposte quotidianamente centinaia di studenti, dottorandi, ricercatori e impiegati costretti a convivere con quello che, dal punto di vista igienico-sanitario, non è considerabile a mio avviso nient’altro che un mostro.

Si entra da un varco controllato a lato della “carraia”, uno di quegli accessi in stile prettamente industriale che rende già l’entrata nell’area un qualcosa di opprimente, di claustrofobico. Ma è soltanto l’inizio. Varcato il doppio cancello di ingresso ci si ritrova in un ampio piazzale dove due indicazioni recitano all’incredulo visitatore delle direzioni poco probabili per la ricerca delle aule e del dipartimento. Così, per raggiungerle, studenti e studentesse sono costretti ad attraversare una sorta di autorimessa coperta e chiusa da ogni lato, confinante con la tangenziale e un tempo adibita a piazzale di carico-scarico delle merci postali perché ricordiamo che questa struttura in tempi migliori fu il Centro Meccanografico delle Poste, «CMP ROMA SAN LORENZO» capitava a volte di leggere sugli annulli postali delle lettere che ci venivano recapitate.

La pavimentazione asfaltata del piazzale dell’ex Meccanografico è lurida, uno strato spesso alcuni centimetri di residui catramosi e fuligginosi impalpabili lo ricopre interamente, fin sotto l’ingresso delle aule. L’odore del lerciume idrocarburico, amplificato dall’abbondanza del traffico veicolare, si diffonde già in assenza di vento, è facile immaginare come, in presenza di quest’ultimo, miliardi di microparticelle e simpatiche molecoline potenzialmente cancerogene vadano a trovar caldo rifugio nelle vie respiratorie dei “costretti” del Meccanografico.

Sul piazzale si affaccia una scaletta che dovrebbe essere, in teoria, un’uscita di sicurezza. Al suo interno invece è possibile scorgere solo un qualcosa di abbastanza somigliante a un cantiere fermo da tempo immemorabile. Eppure le informazioni lasciano intendere che al terzo piano ci sia qualcosa.

La freccia indicante l’ingresso punta verso una sorta di balconata sospesa tra le due rampe carrabili, una discendente verso il seminterrato, l’altra ascendente verso il piano superiore. Una sola porta, abbastanza rovinata e dai vetri talmente incrostati di polvere e residui fuligginosi da dare l’idea di un luogo in abbandono da almeno venti anni. Non può essere quello l’ingresso di un dipartimento universitario. Nessuna persona normale la penserebbe diversamente. E invece è così.

Appena varcata la soglia d’ingresso ci si trova catapultati dapprima in una specie di corridoio desolato, pavimentato in gomma completamente rovinata dalle infiltrazioni varie e dal sole che entra costantemente dalle vetrate; successivamente si sbuca in un quella sorta di cantiere già visto dall’esterno, dove un “corridoio di sicurezza” sembra fare da guida verso il montacarichi per il terzo piano. Un foglio di carta attaccato con il nastro adesivo (marchiato Poste Italiane ndr) su una delle transenne del cantiere conferma che non si tratta di un errore: quello è l’ingresso del Dipartimento di Studi Sociali, Economici, Attuariali e Demografici e del Dipartimento di Economia della Sapienza. Accanto ad esso il cartello che sancisce l’obbligo di dotarsi dei prescritti Dispositivi di Protezione Individuale, in particolare della maschera di protezione delle vie respiratorie e dei vari indumenti protettivi. Tutto intorno un ambiente devastato, vuoto, degradato al massimo, con cavi penzolanti dal soffitto, pezzi di ferro arrugginiti e taglienti lasciati sul pavimento e tubi scoperti. Solo silenzio e polvere. Tanta polvere, tanto sudiciume; lo senti addosso, lo respiri, l’aria è stagnante. Si prova la stessa sensazione che si ha quando si visita un complesso industriale abbandonato, ed è opprimente, anche per un appassionato di archeologia industriale come me.

Scale o montacarichi? Questo è il dilemma. Le scale si trovano oltre l’uscita di emergenza. Bisogna uscire all’esterno, ma veramente all’esterno in caso di emergenza non si può uscire, c’è una pesante griglia metallica che forma una sorta di gabbia. Un’ottima via di fuga, non c’è dubbio, buona solo per prender pioggia quando si decide di usare le scale. Queste infatti sono una struttura dove il nudo cemento armato e la gomma ormai secca, cotta dagli anni, la fanno da padroni, alte e solerti, impossibile da vederne la fine in altezza, ma anche in profondità, visto che a un certo punto si inabissano nel buio pesto. Tutto intorno le sole costanti sono lo sporco e il degrado. Non ci vuole molto a realizzare che in quella struttura nulla è a norma di Legge.

Non sorprende che nel Progetto Definitivo elaborato dai tecnici della Sapienza (diretti dal Responsabile Arch. Paola Di Bisceglie e dal Progettista Arch. Marcello Pazzaglini) appare un a situazione di “tutto da rifare”. Nel Capitolato di Appalto, il cui valore ammonta a 22.887.797,71 euro, emerge chiaramente un quadro secondo il quale, affinché la struttura sia sicura e funzionale per ospitare didattica e servizi e per ottenere le certificazioni di legge in materia impiantistica, sismica e antincendio, occorre effettuare una lunga serie di lavori, consistenti più che in una semplice ristrutturazione in una vera e propria demolizione e ricostruzione di molte parti della struttura stessa.

Inoltre i progettisti non sono in grado di escludere alla data di redazione del progetto (29.04.2011) l’eventuale presenza di manufatti in amianto. Infatti si legge testualmente: «Dato che gli interventi si realizzano in un edificio esistente è possibile che durante le fasi di smantellamento si scoprano manufatti contenenti amianto che debbono essere rimossi». Particolare inquietante, soprattutto se messo in relazione al fatto che l’appalto per i lavori è in corso di aggiudicazione proprio in questi mesi, mentre l’apertura al pubblico della struttura è avvenuta già da anni, sempre nelle stesse condizioni di precarietà igienico-sanitaria, identiche se non peggiori.

Già il 6 luglio 2010 Pasquale Giordano scriveva su Dazebao News «Le aule si affacciano sui binari e l’ambiente è decisamente austero. Gli infissi sono incrostati di polvere e residui fuligginosi. Le poche aule già attrezzate sono state dipinte di rosso scuro e bianco».

Il montacarichi che porta al terzo piano, il mio Caronte rosso fuoco nel viaggio all’interno dell’ex Meccanografico, sale molto lentamente, progettato evidentemente per trasportare pesi più elevati di quelli di semplici persone. Impiega circa due minuti per salire o per scendere dal piano terra al terzo, e in tutto questo tragitto non passa un secondo senza che ci siano in sottofondo rumori che io, nella mia ignoranza tecnica, definirei tutt’altro che normali, di continuo sferragliamento.

Arrivati in cima al terzo piano la sensazione è di stupore. Davanti a cotanta meraviglia non si può far altro che sentirsi dei Cristoforo Colombo approdati sulla spiaggia delle Indie (o più correttamente del continente americano, ma questa è un’altra storia…) e viene voglia di esclamare «c’è vita!».

Lo scenario cambia notevolmente, gli ambienti sono sufficientemente confortevoli e, nonostante siano ancora molto austeri e microclimaticamente imperfetti (l’aria continua ad essere pesante, stagnante e “polverosa”, i pavimenti sono sporchi, come è logico che sia tenendo a mente il percorso fatto per arrivarvi) appaiono come un’oasi in mezzo al deserto, di gran lunga migliori rispetto a quelli di tutto il resto della struttura, interessata in tutti i restanti 5 livelli da una profonda situazione di abbandono, livelli tutti deliziosamente affaccianti sui binari dello scalo merci di San Lorenzo, anche essi lasciati alla più totale incuria. Qui sono situati gli uffici dipartimentali, ci sono impiegati che si aggirano per i corridoi, una “reception” e una piccola biblioteca. E’ presente perfino un impianto di videosorveglianza.

Esplorando il piano però ben presto si scopre che anche qui abbandono e degrado hanno avuto modo di esprimersi nelle loro forme più creative. Le ampie sale dedicate alla didattica sono praticamente tutte completamente vuote, gli arredi sono pochissimi oppure totalmente assenti. In una saletta quattro sedie si guardano l’un l’altra in cerchio, rievocando alla mente le immagini delle sedute degli alcolisti anonimi, d’altronde in un posto così triste e deprimente suddetta ambientazione non sembra essere fuori luogo, anzi, se fossi un regista cinematografico troverei qui luogo fertile per ambientare scene di una certa tensione e suggestività, magari di un thriller.

In una di queste stanze un gruppo di ragazzi, probabilmente ricercatori, sono impegnati nella pianificazione di un lavoro. E’ bello vedere che la voglia di fare e la coesione del team non risenta affatto dell’ambiente negativo, d’altronde si sa, i giovani sono pieni di voglia di fare, e non basta un po’ di polvere e la certezza di convivere in un ambiente malsano a fermarli.

Ed è così da anni, da quando la Sapienza ha acquistato questo edificio degli anni ‘70 di proprietà delle Poste Italiane, due corpi, sei livelli nel corpo più grande per un totale di 14.500mq di area. Spesa complessiva tra acquisto e riqualificazione: 47 milioni di euro. «La consegna dell’immobile dovrà avvenire, entro la fine del 2007, per poi cominciare i lavori di ristrutturazione ed adeguamento dell’immobile che dovrebbero protrarsi per circa 12/15 mesi» si legge in un documento del Comitato di Valutazione del MIUR.

Di mesi ne sono passati oltre 40 (anzi, a dire il vero tra poco andiamo per i 50) e di fatto la struttura è sempre nelle stesse, penose condizioni . Quella che doveva rivelarsi una soluzione temporanea si sta protraendo negli anni e nessuno sembra lamentarsene, d’altronde si sa, l’abitudine porta alla rassegnazione, anche se questo significa vivere (si, perché lavorare, studiare, frequentare un posto equivale a viverlo) nel bel mezzo del nulla, senza alcuna certezza in termini di sicurezza e di igiene.

«Sono andata a vedere oggi la sede…..è orribile» scrive una ragazza sul Forum Sapienza riferendosi all’aula A del complesso del Meccanografico. Nessuno osa contraddirla, neanche qualche ragazzo e ragazza che ho avuto modo di incontrare nella struttura o appena fuori da essa. «E’ spaventoso qui, non c’è niente oltre le aule, quando ci vengo ho sempre il passo svelto, specialmente se è nel tardo pomeriggio ed è buio» mi confessa una ragazza. Effettivamente in questo luogo, nonostante la presenza di telecamere a circuito chiuso (funzionanti o meno, è un discorso a parte) si percepisce tutto fuorché un senso di sicurezza e protezione.

«L’accesso è consentito solo previa identificazione, mediante valido documento d’identità, all’addetto alla sorveglianza» recita il sito del Dipartimento di Scienze Statistiche. La realtà è che chiunque può entrare e uscire a proprio piacimento dal varco pedonale a lato della carraia senza subire alcun controllo dalle guardie giurate presenti nel gabbiotto. Nonostante il mio vagare incerto in lungo e largo per tutta la struttura accompagnato dal mio telefono cellulare che per l’occasione si è improvvisato fotocamera, nessuno ha osato chiedermi nulla o offrirmi indicazioni. Dal momento che ci sono riuscito io probabilmente può riuscirci qualsiasi altra persona, anche con cattivi propositi e, spezzando una lancia a favore delle parole di quella ragazza di “anfratti” dove poter consumare malefatte ce ne sono in abbondanza, anche a causa della relativamente scarsa frequentazione del posto.

«Qua è davvero brutto, le aule sono accettabili ma il resto è tutto da rifare. Ci si sente un po’ come abbandonati qua giù, è vero che sono due passi da via Cesare De Lollis ma il clima non è lo stesso, però alla fine basta che si riesce a seguire la lezione in qualche modo» mi dice un altro ragazzo che, alla mia domanda di esprimere un’opinione dal punto di vista igienico risponde così «questa purtroppo è una cosa con la quale con il tempo si impara a convivere, io sono allergico alla polvere e spesso me la sento alla gola e ho il bisogno di tossire. Spesso te la senti proprio addosso, sulle mani, una sensazione di sporco poco piacevole ma potrebbe anche essere solo suggestione, però la stessa cosa capita anche alle mie amiche. Con il tempo ci si abitua a tutto ma la parola igiene qua non esiste proprio, anzi, non è neanche lontanamente immaginabile, certo non ti aspetteresti mai che una Università di un certo livello come la Sapienza ti spedisca a studiare nello schifo». Parole chiare ed efficaci, nulla da aggiungere.

Mirko Carnevale

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