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6 gennaio 2012

La manovra economica del governo investe Università e ricerca

In linea di massima la manovra economica del nuovo governo verte a stimolare una maggior concorrenza all’interno dell’economia italiana. Tuttavia sembra, almeno fino ad ora, che la politica adottata per le Università segua una direzione opposta.

La futura procedura per l’assegnazione dei fondi per la ricerca di base infatti presenta non pochi limiti: per poter essere ammessi al finanziamento bisogna che i progetti prevedano la collaborazione di almeno cinque “unità di ricerca”, ovvero di cinque distinti gruppi di ricercatori che appartengono a diversi dipartimenti. In questo modo non si fa altro che scoraggiare le iniziative dei piccoli gruppi di ricerca.

Il Ministro dell’istruzione Francesco Profumo afferma che tale prassi ha lo scopo di spingere i singoli atenei alla collaborazione in vista di progetti di più ampio respiro così da elevare da un lato la qualità media della ricerca italiana e dall’altro scoraggiare le singole eccellenze.

Il problema centrale riguarda proprio quest’ultimo punto: la maggior parte della ricerca italiana attuale si basa proprio sulle eccellenze, ovvero su piccoli gruppi di ricerca che tuttavia, allo stato attuale, non solo restano inadeguatamente sostenute ma, soprattutto, sono geograficamente dislocate tra loro, cosa quest’ultima che non consente di generare una massa critica adeguata.

Basta un piccolo calcolo per comprendere l’entità del problema: nel 2005, in Italia su 51 progetti finanziati in ambito economico sono risultate vincitrici 54 università: in poche parole quasi tutte le Università.

La dislocazione delle sedi universitarie porta non poche conseguenze: è sufficiente pensare che un ricercatore di talento, se venisse circondato da colleghi adeguatamente selezionati, lavorerebbe di gran lunga meglio e i risultati sarebbero sicuramente migliori.
Dunque la concentrazione delle eccellenze è uno dei primi passi da compiere per raggiungere un livello elevato nella ricerca.

Un’ ulteriore motivazione che il ministro ha addotto per la sua manovra sta nel fatto che dinanzi ad un elevato numero di domande per i finanziamenti si rende necessaria una semplificazione delle procedure di selezione dei progetti.
Se confrontiamo però lo stato attuale della ricerca italiana con quelle estere notiamo che in queste ultime i finanziamenti provengono da un’agenzia indipendente, organizzata per settori disciplinari mentre in Italia le procedure sono ancora molto arcaiche e, poiché ogni movimento proviene dal Ministero, sono di conseguenza molto lente.

I problemi da risolvere, dunque, hanno radici ben più profonde. Si spera tuttavia che, scuotendo almeno le cime, qualcosa riesca a muoversi anche più in basso.

Giuseppina Iervolino

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