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6 gennaio 2012

La “nuova droga da cui guardarsi”: il gioco d’azzardo

Da una ricerca commissionata da Aams e Lottomatica alla Sapienza di Roma, è stato tracciato il “tipo umano” del giocatore incallito.

L’uomo separato, che vive da solo, con problemi a gestire i soldi, spesso si “rifugia” nel gioco d’azzardo “multiplo”, tentando la fortuna seguendo varie strade, tutte dissestate.

Il Cardinale Bagnasco, ha di recente sollevato la questione perché il mercato dei giochi pubblici, secondo le prime stime del 2011, ha raccolto qualcosa come 76 miliardi di euro con un incremento del 23,9% rispetto ai 61,5 miliardi giocati lo scorso anno, Un bilancio lusinghiero per i giochi ai tempi della crisi.

La ricerca ha mostrato che ciascun italiano ha speso nel 2011, in media mille euro, per scommesse, giochi, e simili, e questo ci fa “lietamente” salire sul podio nella classifica dei paesi maggiormente dediti al gioco.

Lo studio ha inoltre rilevato anche l’ereditarietà’ del comportamento: il giocatore “incallito”ha iniziato a giocare a ventiquattro anni e in tre casi su 10 ha avuto genitori con lo stesso problema.

Il numero dei giocatori compulsivi è in continuo aumento su 44 milioni di adulti tra i 18 e i 74 anni, l’1,01% ha comportamenti ”problematici”.

Si tratta di persone che non riescono a resistere all’impulso del gioco
d’azzardo, che rischiano in scommesse sempre più cospicue, servendosi anche dei giochi on line facilmente accessibili.

Il giocatore incallito è una persona che pensa di continuo al gioco, che aumenta la frequenza delle giocate, il tempo passato a giocare, la somma spesa nel tentativo di recuperare le perdite e sente la sua vitalità solo nel gioco ed è per questo che trascura le normali attività quotidiane, e di conseguenza la famiglia si sfalda.

Non sono una terapeuta né una psicologa, ma mi permetto il lusso di dare una mia opinione: la mancanza di stimoli, interessi porta l’uomo ad annegare l’insoddisfazione in quelle cose che danno almeno per pochi minuti l’illusione di avere un “potere”rispetto a qualcosa.

Il gioco affascina perché ti fa credere di poter sconfiggere la dea Fortuna, solitamente ostile.

La mia non è una giustificazione, anzi
.
Si tratta di ”abitudini” deleterie, alle quali bisogna dire sempre e comunque no, anche se si sta affrontando un periodo buio come quello di un uomo solo, separato con i figli lontani che non ha molta dimestichezza con la gestione dei soldi.

Non lasciamoci prendere dal nostro piccolo delirio di onnipotenza (insito in ciascuno di noi) che ci annebbia facendoci pensare di poter dire no quando ci pare, ma fermiamoci a riflettere su ciò che è meglio per noi.


Lucia Celenta

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