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31 gennaio 2012

Napolitano si laurea discutendo una tesi sulla politica

Sulle prime pagine di tutti i giornali si legge della cerimonia di conferimento della laurea ad honorem, in Relazioni internazionali e diplomatiche, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, svoltasi ieri all’UniBo. Così l’Alma Mater Studiorum ha anche inaugurato il 924esimo anno accademico, mentre fuori imperversavano contestazioni e scontri.

Il Presidente ha pronunciato un lungo discorso dedicato al senso e alla necessità della politica e dei partiti come forze democratiche imprescindibili, ravvisando nell’impegno riformista e nelle proiezioni in sede europea le sfide per un futuro di speranza. Sui tafferugli poche parole: “un commento sulle uova e sugli accendini non mi pare di doverlo fare. Le manifestazioni di dissenso e di protesta, se sono motivate e se si esprimono correttamente possono essere prese in attenta considerazione. Altrimenti no.”

Eppure viene da chiedersi se è possibile interpretare le grida di indignazione, stonate, perché fuori dal coro ufficiale; e se è plausibile ipotizzare che il loro divenire echi senza interlocutori le abbia trasformate poi in colpevoli ed irose forzature emotive: il dirompere dell’impotenza nell’impossibilità di farsi ascoltare.

È vero che Napolitano ha sempre dato attenzione ai giovani e alla loro sorte, arrivando persino a definire “una sua personale angoscia l’ansia e la preoccupazione con la quale i giovani guardano oggi al loro futuro”, ed è vero anche che alla sua azione politica dobbiamo molto come cittadine come cittadini; eppure, nelle sue parole, sempre sobrie, concrete e tolleranti, studenti e studentesse percepiscono – potrebbe dirsi paradossalmente, ma tant’é – poco senso della realtà, o meglio, nei suoi discorsi di vicinanza e compartecipazione alle vicende umane di questo Paese si odono parole auliche, simbolicamente nobili, ma forse ormai poco aderenti alla realtà ed alla scommessa del futuro. In nome di questa consapevolezza studenti e studentesse chiedono ascolto contro il vuoto e la perversione della politica partitica, per darsi parole nuove; perché quelle parole giungano a chi prende le decisioni; per avere speranze.

Prendendo in considerazione quanto detto e quanto fatto da Napolitano, non può non essere chiaro il primato ch’egli attribuisce alle istituzioni ed al loro funzionamento, eppure qualcosa non funziona e evidentemente non basta affidarsi all’ideale dell’autoriforma dei partiti, come lo stesso Presidente l’ha definita: “i partiti possono conoscere periodi di involuzione e decadenza, perdendo tra l’altro il senso del limite, ma non vi è alternativa al loro autorinnovarsi”.

Allora viene da chidersi anche: davvero non è possibile descrivere diversamente la realtà, accettando che molti sogni, “ideali” li ha definiti Napolitano, di una certa politica che ha fatto molti danni, sono falliti? E non è possibile spingersi oltre, fino ad analizzare quanto è andato storto e pensare a nuove vie, già a partire da nuove definizioni, senza ricadere in circoli viziosi? Stiamo assistendo al crollo del sistema, fatto collassare dalla finanza e dal mercato imperanti, nonostante ciò si continua con recidiva a tentare di risanarlo puntando poste sempre più alte – come la costante deregulation – per avere la parvenza di “salvare” nell’immediato il benessere sociale, condannando così per sempre le generazioni future ad un baratro già sperimentato che sarà anche peggiore, perché saranno state sprecate tutte le risorse. Allora, davvero è impossibile immaginare di dismettere questo sistema trovando idee, parole, azioni nuove, simboliche, “sovversive” perché sorgive di risonanze inedite?

Con semplicità, la prima “parola” che può cambiare il rapporto con la realtà è racchiusa nella consapevolezza che POLITICA E POTERE NON SONO LA STESSA COSA. La confusione c’è perché le logiche del potere cercano sempre di insinuarsi nei rapporti umani e la politica nasce proprio per strappare la libertà e la voglia di partecipazione alla macchina del potere che è miraggio cieco, anonimo, neutro, meccanico. Occorre allora aprire gli occhi davanti all’evidenza: la politica è di tutti ed è l’esserci in prima persona, è il partecipare liberamente secondo i propri desideri alla convivenza collettiva. Solo questo strappa libertà al potere a favore dello spazio della vita.

Un’altra “parola” da pronunciare e da far vivere, su cui rifondare il “contratto sociale”, prima ancora che la Costituzione, sta nella DIFFERENZA TRA RAPPRESENTAZIONE E RAPPRESENTANZA: la rappresentanza è concetto e dinamica che ingabbia, che comporta regole ed aspettative sociali da cui ricevere legitimazioni; invece la rappresentazione, quella che ci manca, quella che dovremmo pretendere è una mediazione viva che ricerca linguaggi nuovi, che trova nella vita e nelle differenze, quindi nel radicamento profondo alla realtà ed al testo del cambiamento, energie che ragionano con la forza delle loro interne necessità. È lì, in quel luogo relazionale che comincia ad affermarsi una fonte di autorità sociale condivisa. È questa la politica ed è al servizio di essa che dovrebbero stare gli amministratori e le amministratrici del bene comune di una democrazia, non viceversa. Di più, la significazione delle differenze e della realtà in trasformazione non ppossono essere ricalcate sull’ordine simbolico ricevuto dalle istituzioni esistenti. Dare voce alla rappresentazione dell’esistente significa restituire alla vita ed alle relazioni il primato nella loro complessità e pregnanza.

Infine, proprio in nome della rappresentazione e non della rappresentanza, è importante pronunciare ed ascoltare parole che dicano la realtà degli italiani e delle italiane (giovani e non) di oggi: non negli ideali che si trasformano costantemente in ideologia, ma nei desideri e nelle passioni vivono le speranza di oggi, il resto sono promesse che non possono essere mantenute né da partiti, né dall’Europa: da nessuna istituzione se non dalla politica “prima”, quella relazionale di donne e uomini, di studenti e studentesse che ogni giorno vanno nel vita con amore, come in un mercato in cui corrono molti desideri:

… “Tra noi in Occidente si conosce bene la magnifica vicenda di Giuseppe ebreo, che i fratelli consegnarono ai mercanti di schiavi, perché erano gelosi dell’ammirazione che suscitava con le sue belle qualità, e che riuscì a diventare viceré d’Egitto, perdonò i fratelli e tutto il resto. Ma pochissimi sanno ciò che avvenne al mercato degli schiavi, quando Giuseppe fu messo in vendita, prima che lo comprasse il potente Potifar, ministro del re faraone. I compratori, tantissimi, si misero in fila per presentare le proprie offerte al sensale quando, dalla folla, si alzò la voce di una vecchia che stringeva alcuni gomitoli di lana colorata: ‘Ci sono anch’io, vendi a me quel giovane, lo desidero pazzamente, ecco qui il mio pegno’ e mostrò i gomitoli, spiegando che il filo lo aveva filato lei stessa. Il sensale rise: ‘ Anima semplice, guarda che per questo gioiello di schiavo mi hanno offerto tesori; con il tuo filo non puoi comprarlo’. ‘Lo so, in questo mercato io non lo compro’ gli rispose la donna. ‘Mi sono messa in fila perché dicano, amici e nemici: anche lei ci ha provato” (Luisa Muraro, “Il mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio”, ed. Mondadori, 2009)

All’indignazione si affiancano maggiore consapevolezza; stanchezza rispetto a più o meno saggi paternalismi, speculazioni e rituali che autolegittimano la propria sopravvivenza; impazienza di trovare alternative a partire da sé.

Come trovare formule di convivenza nuove? Mediazioni politiche rivolte alla vita e non al potere? Come ragionare sulla democrazia senza demagogia? Come ripensare l’economia?

Di questo dovremmo parlare nell’Università, nelle piazze, ovunque, con o senza laurea. Ammettere che abbiamo tutti paura, ma decidere che lotteremo per immaginare un mondo di dignità per tutti, più condiviso e meno abbandonato a scommesse, azzardi e utopie di chi non riesce ad ammettere che siamo in un mondo in declino in cui serve liberare una creatività tutta da inventare.

Laura Testoni

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