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20 gennaio 2012

«Neet» Generation

Si usa indicare con l’acronimo Neet (Not in Education, Employment or Training), il numero di giovani, appartenenti alla stessa generazione, tra i 16 e i 29 anni, non dedito ad alcun tipo di attività produttiva. Si tratta in pratica di tutti quei ragazzi che non studiano, non hanno un reddito proprio, non lavorano o non cercano un’occupazione. Dal 2005 al 2008 questi erano circa 2 milioni, il 20% della popolazione compresa in quella fascia d’età.

L’attenzione al fenomeno si è originata nel Regno unito per poi diffondersi nelle altre aree d’Europa. Il 2010 ha registrato un aumento considerevole dei Neet, soprattutto nelle aree del Nord Italia, che ha raggiunto. A produrre i risultati statistici del fenomeno è la Fondazione Studi e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, in un’indagine che fa riferimento a dati della Banca d’Italia e del ministero del Lavoro. Nonostante il fenomeno sia però in aumento nelle regioni del centro e del nord, il triste primato spetta al sud, con un’incidenza prossima al 30%.

Anche tra i Neet vi sono differenze di genere: più della metà, il 56,5%, è costituito da donne che vivono al Sud (Napoli, Catania, Brindisi e Palermo sono le province che vestono la maglia nera) e hanno un livello di istruzione medio basso. Un altro dato importante, fornito dall’ISTAT, attesta che ogni cento ragazze, 72 si sono rassegnate a rimanere disoccupate e a non entrare nel mercato del lavoro.

L’inattività giovanile, come risulta dalla ricerca, è connessa al fenomeno della disoccupazione solo in parte: sono appena il 30% i giovani fra i Neet che rimangono inattivi perché non trovano lavoro, la restante parte rientra tra la fetta di popolazione disoccupata e che non è in cerca di lavoro. In Italia negli ultimi anni, le azienda hanno spesso lamentato di non riuscire a reperire facilmente alcune figure professionali, come ad esempio quelle per i lavori manuali. A fronte di una crescente disoccupazione aumenta, per contro, il numero di lavoratori stranieri, la cui incidenza passa dal 10,2% al 19% del totale.

Attraverso ricerca svolta dalla Fondazione Studi dei consulenti del lavoro, si è cercato di capire proprio perché i Neet non cercano occupazione. Dalla stessa ricerca emerge che, mentre il mercato è sempre più incapace di garantire sbocchi professionali, i mestieri manuali non risentono della crisi, ma negli anni è avvenuto un vero e proprio processo di sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri in molte professioni manuali.Un’altro dato su cui riflettere è la perdita di interesse, da parte dei giovani, nei confronti dell’imprendotoria: sono solo il 32,5%, tra i 15 e i 35 anni, che dichiarano di voler mettere su un’attività in proprio, in media il 15% in meno rispetto alle altre nazioni europee.

Su questi dati si riflettono prospettive preoccupanti, se molti giovani scivolano ai confini del mercato occupazionali, una parte importante della popolazione rischia di non contribuire mai al sistema prevvidenziale. Tutto ciò pesa ovviamente sulla ripresa economica italiana, questi giovani costituiscono una forza lavoro utile che però rimane inattiva, rischiando così cadere nella disoccupazione strutturale.

Se i dati statistici aiutano a capire qualcosa di più del fenomeno, di certo non dicono i motivi per cui un giovane smette di studiare o cercare lavoro. Secondo Emmanuele Massagli, ricercatore universitario e vice presidente di Adapt, l’associazione per gli studi sul diritto del lavoro fondata da Marco Biagi, sono le difficoltà strutturali del mercato del lavoro italiano che sono concause del problema. «Se andiamo a vedere chi sono questi due milioni di ragazzi – spiega Massagli-, vediamo che sono un universo molto variegato: ci sono i giovanissimi che hanno terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero, ed è un fenomeno particolarmente importante al Sud; ci sono i demotivati, coloro i quali cioè hanno smesso di cercare un impiego perché dopo il diploma non sono riusciti a entrare subito nel mercato; e infine ci sono i laureati che hanno acquisito competenze risultate subito obsolete per le richieste delle imprese».

«Il sistema degli ammortizzatori sociali italiani è strutturato per la tutela di chi è già occupato – prosegue Massagli -: invece che aiutare i giovani, si è pensato fosse meglio sostenere i padri di famiglia. Bene, adesso però è tempo di tornare ad occuparsi dei ragazzi, favorire il loro ingresso nel mercato del lavoro».

Graziella Marturano

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