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11 febbraio 2012

Diversità morale: forse è solo una ‘questione di cervello’

 

Da secoli le scienze etiche si interrogano sul comportamento dell’uomo per scoprire i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di assegnare alle azioni umane uno status deontologico e distinguerli in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti moralmente inappropriati. Seguendo la storia della filosofia morale ed etica, sappiamo che i suoi interessi e le sue ricerche si sono incrociati sempre più spesso con la psicologia, la psichiatria e altre scienze più ‘giovani’.

 

Il termine neuroetica, usato per la prima volta in una conferenza nel 2002, indica un campo di studio particolare che si occupa di indagare la morale con le nuove tecnologie di studio neuroscientifico. Questa recente disciplina mette in correlazione il funzionamento fisiologico del cervello con i comportamenti etici dell’essere umano, l’assunto di base della neuroscienza è che tramite l’analisi delle immagini funzionali e delle lesioni del cervello è possibile identificare quello che vi accade quando una persona decide se qualcosa è moralmente corretto o sbagliato.

 

Due ricercatori italiani, la neuropsicologa Manuela Fumagalli e dal neurologo Alberto Priori del Policlinico-università degli Studi di Milano, hanno pubblicato ieri uno studio che confermerebbe che il comportamento morale umano ha una base fisica, oltre che culturale. La chiave di Volta starebbe in alcune aree cerebrali che interagiscono fra di loro mediando fra le componenti emotive e razionali del comportamento.

 

I due studiosi propongono un’interpretazione inedita della letteratura scientifica a riguardo, basata su dieci anni di esperimenti condotti anche dal gruppo milanese. Dagli studi, spiegano i due autori, emerge che i comportamenti e i giudizi morali sono il risultato dell’interazione tra diverse strutture corticali e sottocorticali, prima fra tutte il lobo frontale: è proprio quest’ultimo che svolge il ruolo di controllore, assistito dall’attività del lobo temporale nella comprensione delle intenzioni e dei pensieri altrui.

 

Secondo i risultati della ricerca una lesione o il malfunzionamento di queste strutture può produrre comportamenti moralmente devianti. Gli scienziati aggiungono che un possibile riscontro, riflettono gli scienziati, lo si potrebbe trovare negli psicopatici, nei criminali e negli assassini, che spesso presentano il malfunzionamento di aree cerebrali implicate nel comportamento morale.

 

L’importanza del risultato della ricerca viene messa in evidenza dagli stessi ricercatori: «prima di tutto da un punto di vista clinico – spiega Prioriper la diagnosi e l’eventuale trattamento di pazienti con comportamenti violenti o moralmente devianti. Inoltre, da un punto di vista legale, le neuroscienze si stanno costruendo uno spazio importante nelle valutazioni psichiatrico-forensi e nel decidere sulla responsabilità e sulla capacità di controllo del proprio comportamento. Questo lavoro solleva infine un’altra questione: poiché esistono lesioni cerebrali, malattie del corpo e farmaci che possono interessare o influire abbastanza selettivamente sul funzionamento del cervello morale, ci si dovrebbe chiedere se personaggi che rivestono cariche di importante responsabilità politica o sociale debbano essere valutati per la loro capacità di decisione morale analogamente a quanto avviene, per esempio, alla visita periodica di idoneità per la patente di guida».

 

I dilemmi morali sono situazioni in cui ogni persona affronta un conflitto tra più valori morali che si contrappongono, e in cui cognizione ed emozione competono. La domanda di fondo permane: in che modo queste regioni del cervello sono responsabili di comportamenti che sono conformi ai valori morali piuttosto che alla loro violazione?

 

La speranza fondamentale è che studi del genere forniscano maggiori informazioni sulle strutture del cervello, senza degenerare in un’esasperata interpretazione fisiologia di tutto ciò che concerne l’esperienza emotiva umana, al fine di evitare facili ed ambigue classificazioni a la Lombroso o a la Mengele. Infatti, concludono i ricercatori, «non si deve escludere il ruolo della cultura e dell’educazione nello sviluppo morale».


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