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17 febbraio 2012

Emorragia d’iscrizioni: dal Regno Unito al Sud Italia le università perdono matricole

Per il futuro prossimo meno studenti e meno laureati

Lo dichiarano le statistiche, secondo le quali gli studenti europei reagiscono all’impennare delle tasse con la rinuncia spontanea. Un trend inversamente proporzionale e largamente contagioso in tutta Europa: in Italia diversi mesi fa veniva stilata la lista nera con tanto di punti percentuali, e nei giorni scorsi anche dalla Gran Bretagna arrivano i segnali di crisi.

A perdere matricole sono soprattutto gli indirizzi umanistici, da lettere a lingue, passando per scienze delle comunicazione e della formazione. Indirizzi recentemente vituperati dai minisSud, e si dilaga maggiormente nelle università pubbliche.

È risaputo che in Italia si investe pochissimo in istruzione. Solo lo 0,88% deitri italiani.

La tendenza negativa è meno diffusa nel Nord Italia rispetto al Centro e al  Pil (dato irrisorio a confronto dell’1,07 della Germania, 1,27 l Regno Unito, 1,39 della Francia e 3,11 degli Stati Uniti). Per questo l’offerta dei nostri atenei non vanta qualità e risorse. In altri termini l’aumento delle tasse non è accompagnato dall’incremento di risorse economiche per far crescere le università italiane. Uno svantaggio non da poco.

Tuttavia, il calo di studenti colpisce anche i paesi che investono maggiormente in università.

Tanto disincanto, quindi, è la conseguenza dell’aumento degli oneri per mantenere gli studi che ha colpito numerosi stati, come la Gran Bretagna.

Oggi la Bbc parla di un calo del 9,9% degli iscritti in Inghilterra nell’ultimo anno, un’emorragia di matricole spaventosa, meno patita in Scozia, dove la disaffezione è pari solo all’1,5%, precisando però, che in Scozia non esistono tasse per accedere alle università.

Un dato quest’ultimo che allerta tanto e quanto il primo, perché se in Scozia non è una questione di tasse, per quale ragione ci sono meno iscritti? Basta infatti scandagliare la problematica, per intuire che tanta rinuncia è legata a fattori disparati.

Oltre alle rette salate, ne sarebbe in gran parte responsabile la disoccupazione, piaga principale nelle nostre società.

In Italia a fronte dell’ormai decennale legge Berlinguer, che ha introdotto lo sdoppiamento della carriera universitaria in laurea breve di tre anni e magistrale, con il tre più due, i risultati sono poco promettenti. Si registra che la laurea breve forma dottori che difficilmente troveranno lavoro, vedendosi costretti, volenti o nolenti a specializzarsi, per trovare poi un’occupazione, in alcuni casi rimandando di due anni la spinosa spesso vana, ricerca di lavoro.

Presente, ma meno responsabile, è l’abbandono legato a prove di ingresso previste in molti indirizzi di studio, incaricate di ammortizzare l’accesso ai corsi più ambiti, riservando possibilità a numero chiuso a pochi fortunati meritevoli.

Eppure il picco di matricole non è sinonimo di minore livello di istruzione. Lo palesa la fuga di cervelli italiani e non solo, verso altri continenti, o stati europei con svariate qualità: rette meno costose (come i paesi del Nord Europa, ma anche Francia e Spagna se paragonate all’Italia); metodi di studio più affini al mondo del lavoro; paesi ricchi e abbastanza lontani da crisi e disoccupazione, con possibilità di carriera.

Intanto, aumentano le manifestazioni e le proteste di studenti indignati dall’indifferenza dei politici. Mentre l’emorragia di nuove matricole diventa inarrestabile.

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