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3 febbraio 2012

Federico Fellini, un visionario impegnato

Il 20 gennaio 1920 nasceva a Rimini Federico Fellini. In occasione di questo anniversario Rai Storia e Tivu’ Sat hanno dedicato al regista romagnolo tre documentari che ne ripercorrono la vita e la carriera, a partire dalla collaborazione alla sceneggiatura di Roma Città aperta alla regia, a quattro mani con l’amico Alberto Lattuada, di Luci del varietà. Il tutto condito da interviste al regista e ai suoi collaboratori.

Ma cosa resta oggi del cinema di Federico Fellini? La domanda che sorge spontanea, alla luce dei quasi venti anni che sono passati dalla sua scomparsa, è “il cinema di Fellini è invecchiato o sa ancora parlare allo spettatore moderno”? Non si tratta di una domanda banale. E meno che mai nel caso di Federico Fellini. Da sempre il rimprovero che circonda il grande visionario del cinema italiano è di non aver mai apertamente proposto nei suoi film una visione “politica” esplicita come potevano essere, mettiamo, quelle di Pier Paolo Pasolini o di Elio Petri. Il suo rintanarsi nel mondo ideale di un’adolescenza prolungata ogni oltre limite è stato oggetto di velate critiche che vedevano in lui un calcolato e furbesco sottrarsi al dibattito sociale del suo tempo.

Evitando così, quasi vigliaccamente, le critiche e i rancori di quanti (e pensiamo all’Italia degli anni ‘70) potevano non riflettersi nelle sue idee. “Figlio obbediente” fu l’espressione usata da Pasolini nei confronti dell’ex amico (i due smisero di parlarsi quando Fellini, dopo una visione del primo girato, rifiutò di finanziare Accattone) mentre “grande individualista” è la formula che Tullio Kezich utilizza più volte nella sua fondamentale biografia felliniana. Insomma, dando per buona questa concezione dell’opera di Federico Fellini, traspare nel suo lavoro una volontà al non-impegno, se non quello onirico che con la realtà aveva poco a che fare.

Eppure, mettendo a confronto due film, La Dolce Vita e La voce della luna, non possiamo non sentire un certo disagio. E il disagio si fa ancora più forte quando ci rendiamo conto che esso deriva dalla progressiva consapevolezza che in realtà nessuno come Fellini ha raccontato il degrado morale dell’Italia del dopoguerra. Pur non volendolo. O senza puntare consciamente a questo. Il fatto è che Fellini ha sempre assorbito tutto di ciò che lo circondava. Si capisce dall’ingenuità di certe trovate, tanto tecniche (gli zoom improvvisi e i carrelli che avvolgono la Sandra Milo di Otto e mezzo e Giulietta degli spiriti: un vitellone che non ha mai smesso di essere tale) quanto a livello di copione (un film su tutti: il tanto bistrattato La città delle donne).

Il fatto eccezionale è che la sua mente filtrava con la stessa leggerezza sia questi fatti strettamente privati, a volte sbattuti sullo schermo con la stessa sfacciataggine di una rivista di pettegolezzi, sia fatti certamente più complessi, come il cambiamento radicale dell’Italia dagli anni ‘50 fino alla decadenza dell’ultimo decennio del secolo (ricordiamo che il regista è morto nel 1993). Questo cambiamento in Fellini è prettamente estetico. Non c’è traccia di ideologia nel suo discorso, come ce n’era invece in Visconti (o almeno nel Visconti fino a Rocco e i suoi fratelli).

Può sembrare grave tacciare Fellini di estetismo, ma in realtà esso è l’arma più sublime che un regista possieda, a patto che sappia servirsene bene. Fellini è colui che se ne è servito meglio. Il bianco e nero argentato della Dolce vita (pellicola che nasconde un’amarezza desolante sotto un turbinio sfavillante di luci e situazioni) si tramuta, quasi cinquanta anni dopo, nello squallore del colore smunto de La voce della luna, alle piazze romane, notturne e deserte, si sostituiscono lo smog, il traffico, la sporcizia, il caos (basti ricordare la grottesca scena della festa di paese), infine, al Marcello Mastroianni già a disagio nel tetro scenario de La dolce vita, si sostituisce un Roberto Benigni ormai del tutto alienato, che non vuole o non sa mantenere alcun contatto con la realtà.

E questo sfaldarsi del mondo estetico felliniano non ha nulla di improvviso: esso è progressivo, procede a passi lenti film per film, prima in certe sequenze di Roma (1972), poi di Prova d’orchestra (1979, girato in pieno sequestro Moro), ancora di Ginger e Fred (geniale satira sul nascente mondo delle televisioni commerciali, dove non si fatica a scorgere nella figura dell’imprenditore televisivo Fulvio Lombardoni un riconoscibilissimo Silvio Berlusconi) e infine, appunto, nell’apocalittico La voce della luna.

Non è un caso che gli ultimi film di Fellini siano quelli meno apprezzati. Vedendoli, anche per noi spettatori del nuovo millennio, non è possibile non sentire un certo malessere. Lo stesso malessere che si prova di fronte all’ultimo film di Pasolini, Salò o le centoventi giornate di Sodoma. Fellini e Pasolini, così diversi, giunsero alla fine delle loro carriere a uno stesso pessimismo di fondo.

Si è cominciato questo piccolo omaggio a Fellini ponendosi la seguente domanda: i suoi film dicono ancora qualcosa allo spettatore moderno? La risposta, come per ogni gigante del cinema, non può che essere positiva.

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