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26 febbraio 2012

UniPa, ultimatum per i fuori corso: laurea entro il 2014!

Il rettore dell’Università di Palermo lancia un aut-aut per i fuori corso: conseguire la laurea entro il 31 marzo 2014, pena la decadenza dello status di studente.

La vitale scadenza è valida per gli iscritti, fuori corso, ai corsi di laurea quinquennale del vecchio ordinamento. Chi frequenta la laurea triennale, invece, dovrà portare a casa il titolo entro il quarto anno fuori corso, che si eleva al sesto, per gli studenti dei nuovi corsi quinquennali.

Con la delibera del Senato Accademico, dunque, gli studenti che non dovessero riuscire a completare il percorso universitario nei suddetti tempi, saranno costretti a ricominciare da zero, iscrivendosi nuovamente al corso prescelto (qualora ne avessero ancora la voglia…) con una nuova matricola.

E’ tempo di affrettarsi, dunque. Il motivo? I fuori corso costano.

Il bilancio dell’ateneo infatti, di questo passo, rischia di andare in rosso: se è vero che gli studenti pagano le tasse, (rimpinzando così le casse universitarie), dall’altra parte, a causa dei nuovi parametri stabiliti dal Ministero dell’Istruzione sull’erogazione dei finanziamenti, i fuori corso comportano spese che possono superare gli incassi derivanti dalle tasse versate.

Lo stesso rappresentante degli studenti al Senato Accademico Fausto Melluso, spiega come avere troppi studenti fuori corso rappresenti per l’Università una “doppia penalizzazione”. “Innanzitutto – spiega il rappresentante– perché nella quota maggiore dei fondi ministeriali, quella assegnata in base al numero degli iscritti, i fuori corso hanno un peso marginale. In secondo luogo, perché nella quota cosiddetta premiale, quella calcolata sui parametri che valutano la qualità della ricerca e della didattica, un numero eccessivo di studenti “poco produttivi”, ossia in ritardo con gli esami, determina dei tagli pesanti da parte del ministero”.

Ed analizzando gli ultimi dati disponibili dell’ateneo siciliano, il numero degli studenti “poco produttivi” è a dir poco allarmante: su 62mila iscritti, 35mila risultano fuori corso; si parla di 3 studenti su 5. La conseguenza: lo scorso anno, la somma che l’università ha visto sfumare dalle proprie casse a causa della elevata quota dei fuori corso ha sfiorato gli 800mila euro, su un totale di 13milioni di euro di tagli.

Una situazione, dunque, che non vede probabilmente altre vie d’uscita se non quella di imporre una scadenza, che ha ovviamente scatenato le ira degli interessati.

Il segretario regionale di Rifondazione Comunista Antonio Marotta, ed il responsabile scuola ed università dello stesso partito, Marco Giordano, si sono fatti portavoce della protesta, sottolineando come “fuori corso” non debba necessariamente far rima con “fannulloni”. Spesso, infatti, la ragione del rallentamento della carriera universitaria risiede nella necessità di dover conciliare lo studio con il lavoro, cui non si può fare a meno a causa delle pesanti spese da sostenere per mantenersi all’università.

Non solo, “tale scelta –commentano i due rappresentanti– testimonia il fallimento del sistema del 3+2 e dei crediti formativi da un lato, dall’altro, l’affermazione di logiche aziendali nel mondo della conoscenza, che subisce pesanti tagli di risorse. Chiediamo al Rettore Lagalla il ritiro di questo provvedimento”.

Difficile capire da che parte stare, certo è che in tempi così difficili per gli atenei italiani, in cui le parole d’ordine sono spirito di sacrificio e risparmio, siamo tutti chiamati, studenti fuoricorso e non, a fare la nostra parte nella (ahinoi!) famosa e amara manovra “lacrime e sangue”.

 

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